martedì 20 marzo 2018

The Square (2017) di Ruben Östlund


Il pregio del film sta – paradossalmente – nell’avere la trama un po’ arruffata e frammentata e nell’essere squilibrato e scorretto, sconclusionato, quasi sgangherato oltre che iconoclasta e provocatorio: paradigma delle nostre esistenze sempre un po’ intralciate da circostanze imprevedibili, specchio delle nostre relazioni sempre un po’ intessute da situazioni aggrovigliate.

Il protagonista, Christian, curatore del museo d’arte contemporanea di Stoccolma, è impegnato ad allestire una mostra (con l’installazione dell’opera intitolata The Square, da cui il titolo del film) e a prepararne la campagna promozionale.
Nelle frenetiche ore che precedono l’inaugurazione dell’evento, un banale inconveniente gli guasta l’esistenza: tre abili furfanti, in pieno giorno, nella piazza (the square) gli sfilano di tasca portafogli e telefono, lasciandolo sbigottito e irritato.
Nel tentativo maldestro di recuperare le sue cose, s’infila in situazioni sempre più intricate: si trova costretto a misurare la disponibilità dei suoi amici-collaboratori, ad affrontare teppisti scombinati e mendicanti imprevedibili, a visitare le periferie (lontane dal suo universo ordinato), a fronteggiare le assillanti rimostranze di un cocciuto ragazzino ingiustamente accusato del furto, ...
Nello stesso tempo, sul lavoro, l’armonia che contraddistingue la sua professionalità è destabilizzata da altri piccoli accidenti surreali (esilaranti e terrificanti nello stesso tempo):
la conferenza stampa è disturbata dalla presenza fra il pubblico di un signore affetto della sindrome di Tourette che lancia insulti osceni (viene il sospetto che sia questa una specie di rimostranza – “il re è nudo” – contro la presuntuosa ermeticità, per non dire gratuità, di molte opere contemporanee?);
la cena di gala è guastata irrimediabilmente dalle violenze angoscianti di un performer che sbarella scatenando reazioni brutali;
la campagna promozionale, affidata a due creativi un po’ troppo spregiudicati, scatena le vivaci reazioni della stampa e mille polemiche sui social;
la giornalista americana venuta ad intervistarlo, dopo una notte di sesso, lo mette in crisi in un battibecco surreale contestando il suo ottuso machismo.
Christian è disorientato da questa catena di incidenti e contrattempi, e ne rimane frastornato, quasi incapace di reagire. 

L’opera d’arte che deve allestire, collocata nella piazza antistante al museo, consiste in un tubo luminoso, incastonato nel pavé, che disegna un quadrato perfetto; sulla targa che completa l’installazione c’è scritto: “il quadrato è un santuario di fiducia e amore al cui interno abbiamo tutti gli stessi diritti e doveri”; un aforisma buonista che appare quasi una provocazione beffarda, considerati gli inconvenienti che deve affrontare.  
Ma così stanno le cose: il quadrato è la zona franca, la rappresentazione delle condizioni ideali, l’utopia del migliore dei mondi possibili, l’aspirazione di Christian ad una sorta di perfezione che dovrebbe essere – ma non è – inattaccabile dall’emergenza e dagli impicci che insidiano la quotidianità. Ma la vita reale si svolge fuori dal quadrato, nell’universo capovolto, anzi sconvolto, nel quale sopravvive a stento la nostalgia del paradiso perduto.

La storia ruota attorno al mondo dell’arte contemporanea e sfiora anche i temi della comunicazione di massa, ma l’intento del regista non è quello di trattare di arte o di mass media.  Anche se qua e là affiorano provocazioni gustosissime che ironizzano sul sensazionalismo dei social, sulla petulante superficialità dei giornali e sulla teoria dei quindici secondi (oltre i quali crolla il picco di attenzione dei fruitori di spot); anche se trapela una sorniona satira sulla fatua velleità di molti artisti contemporanei (il cui intento principale è quello di épater le bourgeois), sulla gracilità dell’arte concettuale (con opere modificate dall’addetto alle pulizie) e sull’estetica del ready-made (per cui la borsa dell’intervistatrice “ricollocata” ed esposta diventa opera d’arte, come l’orinatoio capovolto da Duchamp di un secolo fa o la scatola di minestra di Warhol del 1962).

Il tema reale è quello della nostra inadeguatezza, della fragilità della natura umana, della difficoltà ad assumersi responsabilità, dell’ipocrisia perbenista di chi si ferma davanti alle strisce pedonali ma resta indifferente di fronte alle disuguaglianze e alle difficoltà degli altri (mendicanti, ladri e incolti).  
Anche l’insistenza sui temi dell’arte a questo riconduce: quasi a voler dire che l’opera parla se viene ricontestualizzata, così come l’uomo esprime la sua natura quando viene snidato dal suo bozzolo, fuori dal quale rivela le sue fragilità, le paure, le crisi esistenziali.
Allo stesso modo, il discorso sui media, sui social, sulla “viralità”, sull’informazione, sul marketing, sulla libertà di espressione può essere ricondotto al tema generale del disorientamento universale che è, nello stesso tempo, il risultato e la causa degli smarrimenti individuali.

La civiltà del benessere delimita i suoi spazi (di nuovo “the square”) e non vuole confondersi con il caos del malessere: finché può – alla faccia della globalizzazione – si arrocca nella sua splendida indifferenza, nella sua immorale estraneità; pretende ipocritamente di governare e di dettare le regole della convivenza; è ossessionata per il “politically correct” ma è incapace di capire la differenza fra estetica ed etica.
Quando la realtà irrompe, crollano i bastioni e l’equilibrio traballa.
Basta poco per smascherare l’inconsistenza delle costruzioni etiche, sociali e religiose (Buñuel?): le minime contrarietà rivelano la bestia e fanno esplodere la violenza spaventosa che ribolle sotto l’epidermide lucida della nostra agorà (“the square”).
Questo forse racconta la vicenda del brillante Christian, uomo fragile che affonda nei dilemmi di coscienza, paradigma della reversibilità delle magnifiche sorti e progressive, con la cultura (l’educazione) che confligge con la della natura primitiva (istinto) e soccombe; forse perché non è altro che una maschera.

Molte le sequenze memorabili; quella strepitosa, e già ricordata, del performer che si fa prendere la mano dal ruolo che deve recitare (con i convitati paralizzati di fronte alla violenza e incapaci di solidarietà); o quella inquietante del disturbatore alla conferenza stampa; o quella esilarante dell’addetto alle pulizie nel museo che manovra la sua spazzatrice aspirante in mezzo a installazioni fatte coi detriti e ceneri (“memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris”).

Splendidi i dialoghi: esemplari quelli (alla Jonesco) fra Christian e la giornalista: l’intervista in cui si parla di arte, il bisticcio in camera da letto col tira e molla del preservativo, quello “del giorno dopo” in cui Christian non riesce ad ammettere la sua apatia postcoitale.

Indisponente la schermaglia col ragazzo straniero che, ingiustamente accusato del furto, pretende le scuse, ma non viene ascoltato (ah! la petulanza di chi proclama i propri diritti!); e appaiono angoscianti, insostenibili, le sue invocazioni di aiuto che risuonano nella tromba delle scale.

Spassose le due scene di Christian quando (alla Taxi driver) prova allo specchio il discorsetto di presentazione dell’installazione e quando registra allo smartphone (specchio virtuale) il messaggio autoassolutorio da inviare al ragazzo accusato del furto.

Significative anche alcune brevi sequenze come quella del vernissage con gli intervenuti redarguiti dallo chef perché più interessati alle pizzette che all’arte; o quella del protagonista che, sotto un acquazzone, rovista fra i rifiuti in cerca di un numero di telefono gettato nella spazzatura (e sembra nuotare in un quadro di Pollok); o quella della mendicante che supplica un panino e lo gradisce senza cipolla; o quella paradossale e veramente emblematica del barbone messo a guardia delle borse dello shopping.   

Il mondo scricchiola, proprio come un’altra delle opere concettuali esposte nel museo, costituita da una montagna di sedie accatastate sul bianco abbacinante di una stanza vuota.


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