venerdì 16 novembre 2012

Silent Souls, di Aleksei Fedorchenko (2010)




Russia centrale, zona del lago Nero, a circa 250 da Mosca, in direzione nord-est.
A Miron, proprietario di una piccola cartiera, muore la giovane moglie Tanya. Essendo discendente di un’antica tribù ugro-finnica, decide di riportare la salma al paese d’origine per cremarla, come vuole la tradizione, nelle acque del grande lago.
Con l’aiuto di un suo amico-dipendente, Aist, prepara il cadavere secondo i riti tramandati, lo veste coi costumi avvolge e lo carica sul furgone della cartiera e parte.
Nel lungo viaggio, secondo le usanze del suo popolo, racconta ad Aist che lo accompagna quelli che considera gli episodi salienti della sua vita con la donna.
Il viaggio interminabile verso il rogo rituale diventa un malinconico percorso a ritroso nei ricordi: il racconto si snoda – senza reticenze – in una successione di reminiscenze intense sullo sfondo di paesaggi immensi e desolati. I fatti rievocati sono quelli più significativi della vita della coppia, e cioè quelli della quotidianità: ora malinconici e teneri, ora strani e impietosi; ora dolci, ora duri, come la vita che è per tutti un intreccio indecifrabile di incomprensioni e solidarietà, di tenerezze e di freddezze, di monotonie e di complicità, di premure e di indifferenze.
La confessione di Miron è sconcertantemente autentica, qualche volta impietosa, ma non si può – in quelle circostanze – mentire a se stessi e alla moglie che se ne sta immobile sul pianale del furgone. L’intensa sofferenza che lo attanaglia esige la più totale sincerità.
Perfino Aist , coinvolto dall’autenticità dei racconti di Miron, si abbandona ai ricordi e lascia trapelare i pensieri affettuosi coltivati per Tanya.
Per contenere il dolore ed elaborare il lutto è necessario “commemorare”, lasciar liberi i ricordi e la commozione che li accompagna, rievocare i piccoli gesti, richiamare i significati profondi dei sussurri e dei silenzi. Il più autentico modo di omaggiare una donna amata e perduta è quello di ricordare con soave dolcezza le sue incoerenze, di lasciar emergere con infinita compassione le asperità dei contrasti,  di ripensare e comprenderne le contraddizioni.
La morte conclude la vita, non il rapporto che – dopo – vive più che mai nella verità del vero, e morirebbe invece nella fissità falsa di una foto, nella costruzione ipocrita di un’icona o nel “liberatorio” processo di beatificazione.
Dopo il rogo e dopo che le ceneri di Tanya si sono sciolte nel grande fiume che guarisce ogni dolore, i due piccoli uccelletti in gabbia che accompagnano il trasporto funebre (per l’esattezza due zigoli, gli ovsyanki del titolo originale) voleranno liberi fra acqua e cielo,   evidente metafora delle anime silenziose che - compresse dalle reticenze alle quali si è obbligati in vita – ritrovano la libertà slegando i ricordi senza reticenze e senza inibizioni, nella spontanea naturalezza che solo il dolore consente.





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