martedì 6 settembre 2011
On the road, di Jack Kerouac
Dalle pagine trapela ogni tanto qualche intento moralistico, ma l’autore sa occultare e camuffare bene le sua propensione pedagogica: si rimette la maschera del buffone e torna ad irridere tutti con la sua spiazzante ironia, a demolire tutto col suo istintivo sarcasmo.
In alcuni passaggi la satira assume toni amari e la desolazione sembra prendere i sopravvento, ma l’istinto beffardo tiene tutto sotto controllo.
Solo nel pezzo intitolato “Looney Tunes” il giullare mattacchione si lascia sommergere da una pena infinita e scrive sei pagine struggenti che da sole valgono tutto il libro.
Oltre il confine
Attraversa montagne e pianure, praterie infinite e paesi, strade e fiumi, boschi e deserti, alla ricerca di quel senso indefinito di libertà che si può trovare solo oltre il confine, dove finisce l'orizzonte. Incappa in poveri contadini generosi, in avventurieri sadici, cacciatori silenziosi, preti folli, vaqueros erranti, zingari filosofi, rivoluzionari allo sbando. Ascolta le loro storie. Conosce la solitudine e la violenza, la fame e la paura, la solidarietà e l'ingiustizia, l'egoismo e la poesia, la fatica e la tenerezza, il dolore e la morte.
Prende una direzione ma asseconda ogni digressione, ben sapendo che le digressioni - sulla strada come nella vita - costituiscono l'essenza di ogni percorso; e che la vita si sconta vivendo; e che il futuro lo si costruisce camminando, perché "ogni giorno è fatto dei giorni che l'hanno preceduto".
Cormac McCarthy, Oltre il confine, in Trilogia della frontiera, Einaudi 2008
On the road
È stato, si dice, il manifesto della bitgenerescion: lo è ancora, anche se - a questa distanza - si presenta un po’ agé (comme il faut), slavato e lacero come un décollage di Mimmo Rotella.
Confuso era e confuso resta, ma - a ben vedere - si tratta di una confusione intenzionale, da alterazione (come si fa a non capirlo?!): un trip in tutti i sensi, durante il quale è più che naturale perdersi.
sabato 20 agosto 2011
Fabbricare poesie
Perché fabbricare poesie invece di ricorrere alla spontanea immediatezza della prosa?
Sembrerà incoerente, ma il ricorso ai versi è paradossalmente dattato dal pudore: la prosa ti espone senza mediazioni e diaframmi; la poesia si frappone con la sua costruzione artificiosa e ti consente di parlare senza ostentazioni dirette.
Chi scrive versi svia in qualche modo l’attenzione del lettore dall’autore al contenuto e tenta di farsi dimenticare: e questo vale, sempre paradossalmente, perfino per la poesia più banalmente intimista: il poeta dolente si lagna e pone la sua privata esasperazione al centro dell’universo ma - con la smaccata pretenziosità della finzione poetica - si affanna a indagare le ragioni incomprensibili della sofferenza in generale e mostra di voler scavare nel suo disagio per capire il disagio universale.
venerdì 5 agosto 2011
Essere, avere, apparire
"La prima fase del dominio dell’economia sulla vita sociale aveva determinato, nella definizione di ogni realizzazione umana, un’evidente degradazione dell’essere in avere.Questa involuzione è giunta alla sua terza fase, forse imprevedibile nel '67: oggi l'apparire tocca un punto di esasperazione tale per cui - superata la necessità di possedere la sostanza dell'essere e superato anche il bisogno vanesio di esibire quel che si è o si ha - si impone la consuetudine di ostentare i segni apparenti dell'essere e di sfoggiare gli orpelli che simboleggiano l'avere, in una plateale e volgare rappresentazione di uno status che non basta a nascondere la sostanziale inconsistenza e la sconfortante vacuità.
La fase attuale dell’occupazione totale della vita sociale da parte dei risultati accumulati dell’economia conduce a uno slittamento generalizzato dell’avere nell’apparire, da cui ogni “avere” effettivo deve trarre il suo prestigio immediato e la sua funzione ultima".
martedì 19 luglio 2011
Resistere
Il pendolo governa la storia.
Periodi scuri si alternano a periodi di raffinata civiltà: Grecia e Roma sono rase al suolo da invasori brutali, il fulgore del Rinascimento si liquefa nei sotterranei dell'Inquisizione, la Rivoluzione produce il Terrore, gli ideali del Risorgimento generano i nazionalismi fascisti, la Resistenza è normalizzata e poi tradita dal conservatorismo ipocrita e corrotto dei democraxiani.
Allo stesso modo, lo stile di vita - il welfare - conquistato negli anni ’60 e ’70 (insieme alla sua appendice degenerata che è la deriva consumista di cui il berlusconismo è bandiera) è ora messo in crisi e sta per essere annientato dal nuovo inafferrabile moloch costituito dal sistema dei mercati finanziari (la vera “internazionale” che governa processi e crisi con cinica indifferenza).
Siamo nel guado, e non conosciamo l’esito di questa indecifrabile crisi.
Riusciranno i tumulti dei precari e le folle acefale che riempiono le piazze a frenare il contagio universale? Le nostre flebili proteste riusciranno a farsi sentire? La nostra scorata resistenza basterà a contenere la frana; il nostro affannato remare riuscirà a contrastare lo tsunami che viene da lontano? Basterà la rete degli incazzati a fermare gli squali? Riusciranno i blog a fermare il blob? C’è ancora spazio, se mai ce n’è stato, per l’araba fenice che chiamiamo “democrazia diretta”?
Quincas, con una scelta anarchica e libertaria, ha abbandonato il perbenismo di una famiglia piccolo-borghese per immergersi nella autenticità della vita della suburra di Bahia, fra ubriachi e prostitute. Ora, da morto, corre il rischio di essere recuperato dagli ipocriti parenti, restituito al grigio mondo civile e ripulito da lordure e peccati, per essere ricomposto e dignitosamente sepolto.
Viene però “salvato” da uno scombinato quartetto di amici - gli indimenticabili Negro Brillantina, Pettirosso, Piedivento e Comandante Martim - che lo riconducono nel loro e suo mondo, nelle osterie del porto e sul peschereccio di Capitan Manuel, per “rivivere” un’ultima notte di fuoco, fra solenni bevute di cachaça e scorpacciate di zuppa di razza. Il morto - coerentemente con la sua unica scelta esistenziale - decide di scomparire nel mare in tempesta, sussurrando alla sua bella Quitéria Occhigrandi: “Mi seppellisco quando voglio e all’ora che mi pare. Potete mettere via la bara per un’altra occasione. Non mi lascerò rinchiudere in un buco sottoterra”.
Può essere curioso confrontare il racconto di Amado con la novella di Pirandello “Il treno ha fischiato …” nella quale il protagonista, il computista Belluca, prende consapevolezza della sua condizione (”vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d'un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi”), ma non riesce a ribellarsi e liberarsi se non con la fantasia. ("C'era, ah! c'era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c'era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s'avviava...Mentr'egli qua viveva questa vita “impossibile", tanti e tanti milioni d'uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch'egli qua soffriva, c'erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti... sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva cosi... c'erano gli oceani... le foreste...").