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domenica 20 novembre 2011

Qui ad Atene noi facciamo così



Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell'universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore. Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell'Eliade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.

(Dal discorso di Pericle agli ateniesi, del 461 a. C. - Citato da Alberto Piccinini nella rubrica  “Vuoti di memoria” su Il manifesto, 28 giugno 2011) 

venerdì 5 agosto 2011

Essere, avere, apparire

Guy Debord, nella sua opera più nota (La società dello spettacolo del 1967) scriveva:
"La prima fase del dominio dell’economia sulla vita sociale aveva determinato, nella definizione di ogni realizzazione umana, un’evidente degradazione dell’essere in avere.
La fase attuale dell’occupazione totale della vita sociale da parte dei risultati accumulati dell’economia conduce a uno slittamento generalizzato dell’avere nell’apparire, da cui ogni “avere” effettivo deve trarre il suo prestigio immediato e la sua funzione ultima".
Questa involuzione è giunta alla sua terza fase, forse imprevedibile nel '67: oggi l'apparire tocca un punto di esasperazione tale per cui - superata la necessità di possedere la sostanza dell'essere e superato anche il bisogno vanesio di esibire quel che si è o si ha - si impone la consuetudine di ostentare i segni apparenti dell'essere e di sfoggiare gli orpelli che simboleggiano l'avere, in una plateale e volgare rappresentazione di uno status che non basta a nascondere la sostanziale inconsistenza e la sconfortante vacuità.

domenica 19 giugno 2011

IN PANCHINA

Passo all’edicola, prendo il giornale, entro nei giardinetti, mi siedo sulla prima panchina al sole per sfogliare il quotidiano. Arriva un africano e mi si siede vicino: mi scosto per fargli posto ma anche per mettere una certa distanza fra lui e me. Emette un monosillabo incomprensibile, forse un sintetico cenno saluto, forse un mal trattenuto mugugno di disappunto. Guardo sottecchi le sue gambe lunghissime: calzoni sporchi, orli sfilacciati, sandali di plastica, piedi lerci, calcagni coriacei.

Si sente un afrore forte di sudore e di luridume stagionato. Continuo a leggere il giornale e spero che la sua sosta sia breve: il fastidio è forte, ma so che non riuscirò ad abbandonare la panchina prima che lui se ne vada. Mi considero un empatico, credo nella solidarietà, mi colloco politicamente fra i democratici. Non posso coltivare pensieri di esclusione, sentimenti di repulsione, moti di respingimento, impulsi di separazione o di apartheid. Ma non posso nemmeno contenere il disagio, reprimere il fastidio, ignorare il senso di imbarazzo e il vago malessere che mi assale.

Per salvarmi l’anima, penso che proverei la stessa insofferenza se il mio occasionale vicino fosse un barbone alcolizzato, un bambino iperattivo e isterico, una madre petulante e iperprotettiva, un ragazzo tatuato e bracalone, un fumatore di mezzi toscani, una vecchia ciarliera.

Per salvarmi l’anima, resto seduto e continuo a sfogliare il giornale. Penso alle probabili ragioni e agli improbabili itinerari che hanno condotto noi due - lui e me, io e lui - su questa panchina, oggi, a quest’ora, in questo giardinetto, in questo quartiere di questa città, … E penso per un attimo a come si dipanerà per noi - lui e me, io e lui - il resto di questa giornata.

Per salvarmi l’anima, penso al mio malessere che genera e sviluppa riflessioni di compassione verso questi reietti che intersecano i nostri passi, visibili in quanto corpi, invisibili come persone. E penso all’insofferenza di molti miei concittadini che invece produce livore e si esprime in atteggiamenti di schifiltoso distanziamento e si traduce in prese di posizione sostanzialmente segregazioniste.

Per salvarmi l’anima, il pensiero scivola verso la politica e verso quei cialtroni che alimentano le più primitive intolleranze per avere consenso e potere; che entrano in politica ma non sanno ragionare politicamente (“polis”), che fanno dell’indifferenza un vanto, dell’insofferenza un valore, della repulsione una dottrina, del razzismo un’etica.

E mi sento superato e stanco.

E me ne sto qui accanto a questo "negro" che come me lascia trascorrere la giornata mentre l’indifferenza dilaga e il cinismo impera, i rapporti sociali sono squinternati, i partiti sono fazioni, i sindacati sono corporazioni, la giustizia è muta, sorda, cieca e paralizzata, la finanza è rapace; e il paese è governato in definitiva da chi sa assecondare le più incivili propensioni e cerca il consenso gaglioffo, da chi promuove il consumismo e promette panem et circenses, da chi ostenta le sue fortune ed chi esibisce le sue intemperanze e ammicca al popolo divertito, da chi ama gli adulatori e non ammette il dissenso, da una persona che “a vizio di lussuria fu sì rotta, che libido fé licito in sua legge, per tòrre il biasmo in che era condotta”. (Dante Alighieri, Divina Commedia, Canto V, 55-57).

Intanto si fa sera.


lunedì 14 settembre 2009

Conflitto di interessi

LA STORIA CI INSEGNA CHE DALLA STORIA NON IMPARIAMO NIENTE. 3

Nel 1508 papa Giulio II ispira la Lega di Cambrai che riunisce l’Europa intera (l’impero Asburgico, la Francia, la Spagna e altri) contro Venezia.
Bologna non aderisce all’infame patto e viene occupata.
I Bentivoglio fuggono per salvarsi la vita e si rifugiano nelle terre della Serenissima. Il papa li scomunica e proclama l’“interdizione” in tutte le terre che danno loro asilo: vieta cioè di celebrare o partecipare a cerimonie di culto, sacramenti e riti.
Il 4 novembre del 1509 si “sparge la voce” che i giovanissimi figli di Giovanni II Bentivoglio abbiano attraversato la provincia di Brescia.
Tutto il territorio Bresciano viene interdetto.
Il vescovo di Brescia fa chiudere le chiese e ordina la sospensione i tutti i riti, compresi i funerali.
I morti, a causa della serrata delle chiese e dello sciopero dei preti, vengono sepolti sui terrapieni fuori dalle mura, nei campi, ai margini delle strade, negli orti,…
Odorici (1860) commenta: “… E queste barbare e stolte esorbitanze venivano dall’infallibile !

Elezioni

LA STORIA INSEGNA CHE DALLA STORIA NON IMPARIAMO NIENTE. 2

1503. Muore Alessandro VI, il papa Borgia famigerato per la dissolutezza, spregiudicato nel perseguire gli interessi di famiglia, ostinato nell’attizzare guerre per accrescere il potere, inflessibile coi nemici (responsabile, fra l’altro, della condanna al rogo del Savonarola).
Aveva avuto, da Vanozza moglie di Domenico d’Arignano, quattro figli: Pier Luigi e Giovanni (duchi di Granada), Lucrezia (sposa per ragioni politiche a Giovanni Sforza, poi ad Alfonso d’Aragona, poi ad Alfonso d’Este), e Cesare (per Machiavelli principe modello, spietato nel conquistare il potere con l’astuzia e la violenza: fece uccidere cinque signori dello Stato della Chiesa dopo averli invitati a cena e si dice che fosse anche responsabile dell’assassinio di uno dei suoi fratelli).
Dopo Alessandro sale al trono pontificio Pio III che però muore prima della cerimonia di insediamento.
Gli succede Giuliano della Rovere, Giulio II, il papa guerriero (contro Cesare Borgia e contro Venezia) ma anche mecenate (commissionò a Michelangelo gli affreschi della Cappella Sistina ed a Raffaaello le Stanze vaticane).
Odorici, citando Guicciardini, definisce Giulio II come “uomo di assai difficile natura, irrequieto, insistente negli odi e nelle offese, … inviso da molti e potenti romani”: in altri termini un caratteraccio sbalestrato, rancoroso e vendicativo, odiato da tutti.
Ci si chiede come riuscì a farsi eleggere.
Sempre l’Odorici sintetizza: “Più valsero le smodate promissioni da lui fatte agli elettori”.

Non passa lo straniero!

LA STORIA INSEGNA CHE DALLA STORIA NON IMPARIAMO NIENTE. 1

Nel 1525 il bresciano Giovanni Paoli lavora al torchio in una stamperia di Siviglia.
Ha preso domicilio presso l’officina e probabilmente mangia e dorme in mezzo ai torchi, alle carte, agli inchiostri, ai caratteri mobili.
È analfabeta, ma impara da solo a leggere e scrivere grazie alla pratica quotidiana con le pagine che va stampando.
Dopo sette anni di lavoro, dandosi da fare nelle diverse mansioni tipografiche, da semplice torchiatore e battitore diventa maestro dell’arte e compositore di qualità.

Un documento del 1532 lo nomina come “cittadino di Siviglia”.
Cinquecento anni fa - in un’epoca di conflitti di religione, di divisioni e lotte per il potere, con l’Europa frazionata in mille stati e statarelli sempre in lotta fra loro - la cittadinanza era attribuita dopo sette anni di soggiorno in una città a chiunque vi soggiornasse esercitando un mestiere.
Sarà mandato in America come responsabile della prima stamperia operante nel Nuovo Mondo.

mercoledì 1 aprile 2009

Sono padano

Sono lombardo di nascita e di cultura. Ma non mi riconosco nello schieramento politico che si è impadronito del titolo di “padano” e se ne fregia abusivamente, assegnando all’aggettivo una colorazione verdastra e una connotazione becera.
Sono padano e aperto come la mia pianura, crocevia di popoli, mescolanza di razze, minestrone di culture. Sono padano e orgogliosamente bastardo perché so che nelle mie vene - come nelle zolle della mia terra - si mischia sangue ligure e gallico, bizantino e germanico, longobardo e franco, lanzichenecco e spagnolo, francese, veneziano e austriaco.
Sono padano e tollerante: non ho mai guardato con ostilità i terroni, indistinguibili da noi perché come noi meticci per mille incroci; non guardo con ostilità gli extracomunitari, distinguibili da noi perché ancora - ma per poco - di razza pura, intatti nel loro isolamento esistenziale e nella loro più integra identità culturale.
Sono padano e, con la saggezza antica dei miei padri, sono consapevole che il mondo va per la sua strada. E nessun borghezio riuscirà a fermarlo.