Il poeta è un gran contemplatore
di meriggi, crepuscoli ed aurore.
Canta felice il ciel chiaro e sereno,
va in palla quando c'è l'arcobaleno.
Si inebria sotto il nero firmamento,
col bianco della brina va in fermento.
L'anima sua si scioglie come cera
se gli appare la luna menzognera.
Ama perfino il vento e la tempesta
ma non vede la merda che calpesta.
(30.03.2011)
lunedì 12 novembre 2012
martedì 6 novembre 2012
È stato il figlio (2012) di Daniele Ciprì
Una farsa grottesca con beffardo finale da tragedia.
Uno scombinato film che sembrerebbe un bislacco bimovie (girato, e non
solo ambientato, negli anni ’70) se non fosse per la disperazione che gronda da
ogni scena, per l’angoscia che pervade l’atmosfera e filtra da ogni sguardo, per
la costernazione mal camuffata da comica sarabanda, per la galleria di personaggi
troppo stravaganti e improbabili per non essere veri.
Una storia cinica (come quelle dell’indimenticabile Cinico TV
dell’accoppiata Ciprì-Maresco), che però - a mio parere - contiene e trasuda l’infinita
pietà per la miseria senza nobiltà dei miserabili.
Ciprì, come sempre, ci dà dentro, ed esagera. Esagera coi colori carichi
e caldi, con le inquadrature sghembe, coi movimenti di macchina concitati, col
montaggio parossistico, con la eterogeneità di stili giustapposti, con la
miscellanea pastrocchiata della colonna sonora. Ma lo fa con piena
consapevolezza: sa che solo col paradosso si possono abbozzare i contorni
dell’inaccettabile degrado; che sono necessarie delle lenti deformanti per
mostrare i risvolti più desolanti della indigeribile realtà. Perciò calca i
toni nel raccontare l’orrore percettibile che consuma un’umanità allo sbando; abbozza
caricature per delineare personaggi abbrutiti dalla miseria; aggredisce con
tutta l’acidità di cui i capace i poveri di spirito del sottoproletariato meridionale.
Il ghigno però non riesce a nascondere l’infinita amara compassione che prova
nei confronti di questi relitti e lascia affiorare la in ogni inquadratura la pena
rabbiosa per la loro impossibile redenzione.
È lui - il regista impotente (inerme spettatore, proprio come ognuno di noi) - quell’attonita
figura vestita di nero che assiste, invisibile a tutti, all’andirivieni caotico
di vittime e carnefici nello slargo cotto da un sole che asciuga i grumi di
sangue della bambina assassinata e presto dimenticata.
mercoledì 26 settembre 2012
L'intervallo, di Leonardo Di Costanzo (2012)
Salvatore - un impacciato
diciassettenne napoletano venditore ambulante di granite - viene costretto da
un guappo di periferia, per un giorno, a far da carceriere a Veronica, una
quindicenne che, trasgredendo le regole non scritte della malavita, si è messa
con un ragazzo appartenente ad una banda rivale.
Per qualche ora Veronica
e Salvatore - sequestrati costretti alla forzata convivenza nella vasta area
degradata di un manicomio abbandonato - reggono il ruolo dei ruvidi antagonisti
fingendosi quegli adulti che non sono: lui scimiotta con goffaggine i modi
bruschi del camorrista; lei esibisce la sicurezza della femmina navigata.
Ma il lolitismo esibito
da Veronica non è che la corazza dentro cui è costretta a blindarsi e
difendersi una bambina indifesa sognatrice. E la poco convincente sicumera di
Salvatore rivela presto l’imbarazzo profondo del buon ragazzo che -
disorientato dalla incomprensibile prepotenza che lo circonda - si sente
sfasato e fuori posto (e per questo bofonchia
continuamente “Tutto a posto”, ripetendo il mantra a se stesso, alla
ragazzina, al padre, allo scagnozzo e al boss).
La loro iniziale rancorosa
ostilità si tramuta in curiosità e poi in solidale condivisione del disagio, in
timidi tentativi di confidenza. Forzati e adulti per forza si abbandonano
gradualmente ai loro bisogni di infanzia negata e sognante e al desiderio di
essere altrove.
L’avvicinamento è lento,
fatto di gesti parsimoniosi, di silenzi eloquenti, di frasi smozzicate e
dialoghi rarefatti, di fissità e sguardi furtivi, di annusate circospette, di
incessanti giochi al rimpiattino che li porta a nascondersi per cercarsi, a
perdersi e trovarsi, ad allontanarsi ed avvicinarsi in continue fughe e
ritorni, intimità rifiutate e cercate. E la diffidenza diventa coesione,
condivisione, compassione, complicità, simpatia.
Che li unisce non è la
sindrome di Stoccolma che imbriglia patologicamente la vittima al carnefice e
neppure lo sbocciare di una ingenua attrazione adolescenziale, ma la
consapevolezza condivisa di trovarsi in una situazione assurda ed inaccettabile
(che richiama la condizione esistenziale, altrettanto inaccettabile ed assurda),
la non rassegnata coscienza di vittime incolpevoli, la kafkiana attesa di una
sentenza comunque ingiusta, l’istinto di solidarietà che lega gli oppressi.
Il luogo chiuso, immenso
ed immensamente desolato, non comprime ma alimenta la loro voglia di evasione
ed il loro sogno di libertà: l’area degradata diventa foresta in cui perdersi
ascoltando il canto degli uccelli (che da lì non fuggono), le fogne sono un
mare da attraversare (su una barca scassata) per raggiungere un’isola
incantata, i sotterranei pieni di topi si trasformano in caverne da esplorare
in cerca del tesoro, i tetti sono cime da scalare per contemplare gli orizzonti.
Napoli è lì, coi suoi palazzoni orrendi a far da quinta immobile, col suo
traffico caotico lontano e silenzioso, con gli alti edifici del centro
direzionale irreali nelle loro nitide geometrie.
Il finale pare
rinunciatario: alla fine, tutto torna “a posto”. Il breve canto dolce che si
alza da questa storia, di sfida o d’amore, è un canto interrotto. Ma Salvatore
è certo che la cagna che accudisce la sua cucciolata nei sotterranei tanfosi
del manicomio, così come è entrata, troverà la strada per uscire.
Nel cielo rombano gli
aerei che puntano dritti verso paesi lontani.
martedì 4 settembre 2012
Monsieur Lazhar (2011) di Philippe Falardeau
Montreal,
Canada. Bachir Lazhar - un non più giovane immigrato algerino che ha la faccia
da algerino e l’aria sperduta dell’immigrato - legge sul giornale di una
maestra che si è impiccata in aula durante la ricreazione e si presenta alla direttrice
della scuola per proporsi come supplente. Non ha mai insegnato e non ha titoli
per farlo, ma riesce ad ottenere l’incarico esibendo un falso curricolo.
In
classe, dopo le incertezze del primo impatto, riesce a trovare una certa
disinvoltura, aiutato proprio dalla inesperienza che lo rende simpaticamente anticonformista,
originale, alternativo; e grazie alla sua diversità, conquista gradatamente la
benevolenza dei suoi alunni e instaura con loro un rapporto genuino, non viziato
dalla rigidità dei formalismi, dalla ipocrisia delle convenzioni sociali, dalla
aridità delle regole istituzionali e dalla insulsaggine delle consuetudini.
Con
la sensibilità che possiede, acuita anche da tragiche esperienze familiari (la moglie,
scrittrice progressista, è morta insieme
ai figli nel rogo della casa appiccato da fanatici integralisti), è in grado di
affrontare con la necessaria e delicata attenzione anche il trauma vissuto dai
bambini per il suicidio della loro insegnante. E lo fa malgrado i divieti delle
autorità scolastiche (che scaricano sugli psicologi il compito di affrontare l’argomento)
e l’indifferenza dei colleghi; nonostante l’opposizione dei genitori (che non
accettano di essere sostituiti o scavalcati da un immigrato nei loro mal
esercitati ruoli educativi); a dispetto delle naturali resistenze messe in atto
da alcuni alunni (che non hanno gli strumenti necessari per affrontare il
trauma, vincere le paure, liberarsi dei sensi di colpa, superare le crisi di
panico, sottrarsi al senso di abbandono).
Lazhar
si finge insegnante e lo diventa nel senso più completo del termine; vive nella
menzogna e riesce a smantellare un castello consolidato di ipocrisie.
In
uno straordinario intercambio di ruoli con i suoi alunni (paradigmatico è il
suo impegno a svolgere i compiti che assegna e ad accettare il giudizio della classe),
insegna e nello stesso tempo impara - semplicemente - che per avere risposte è
necessario porsi domande; che i sentimenti devono essere vissuti e non affrontati
come fossero patologie; che i fatti accadono anche se si tengono chiusi gli
occhi; che il dolore è un esperienza di vita, non è un incidente di percorso; che
la morte non si cancella dipingendo le pareti e organizzando festicciole.
Il
paziente e disincantato maestro che ha subìto una perdita crudele, aiuta i suoi
alunni ad elaborare un lutto atroce. Ed avendo
patito l’angoscia della solitudine aiuta i suoi bambini a superare lo strazio
delle separazioni: quella da Martine Lachance, la maestra suicida, e quella che li
a poco li allontanerà da lui, quando alla fine sarà smascherato come falso (?) maestro
e licenziato.
martedì 12 giugno 2012
Ombra di un giovane
Sono andato fino alla fermata dell’autobus,
mi sono seduto sul muretto del ponte:
la mia ombra era l’ombra di un giovane,
ma anch’io sono l’ombra di un giovane.
J. Rodolfo Wilcock, Poesie, Milano, Adelphi 1996, p. 159
giovedì 7 giugno 2012
Piccole bugie tra amici (Les petits mouchoirs), di Guillaume Canet (2010)
Il film si apre con un
terribile incidente che coinvolge Ludo e lo riduce in fin di vita: gli amici,
un gruppo di parigini fra i trenta ed i quarant’anni, accorrono sgomenti e -
nonostante la gravità delle sue condizioni - decidono di non rinviare la loro già
programmata vacanza in una casa a Cap Ferret.
Qui, forse anche per il
nuovo sfondo costituito dalle pietose condizioni di Ludo (solo apparentemente
lontano e assente), esplodono fra loro tutte quelle nevrosi che caratterizzano la
scombinata e disorientata generazione post-sessantottina.
Di giorno in giorno emergono
inadeguatezze, fisime, immaturità, ipocrisie, debolezze ed ossessioni; di
giorno in giorno fra questi amici - che fino a fino a ieri erano indulgenti fra loro come lo
si è con se stessi - affiorano insoddisfazioni, nervosismi, intolleranze
reciproche, insofferenze irrisolte; si infittiscono gli scontri, i battibecchi,
le accuse, le recriminazioni. E assistiamo ad un fittissimo gioco al massacro, liberatorio
e crudele, sempre condotto sul filo tagliente dell’ironia acida, della feroce
complicità, del sarcasmo ipercritico, delle nevrosi tormentose, dello
svelamento beffardo, spietato e lancinante, surreale ma credibilissimo.
La lunga consuetudine dei
rapporti e l’antico e forse immutato affetto si mischiano all’egotismo
narcisista ed al cinismo ed offrono un quadro dolce ed amaro nello stesso
tempo. La generale immaturità viene stigmatizzata e nello stesso tempo, appunto
perché universale, assolta.
Accattivante la seduttività
della rievocazione nostalgica. Magistrale la capacità di intrecciare comicità e
tragedia, di alternare cinismo e commozione, di frenare e accelerare. Buono il
ritmo, sia quello narrativo che quello dei dialoghi, sempre incalzanti e
frizzanti. La scelta degli attori e la caratterizzazione dei personaggi sono
indovinate. La colonna sonora è ruffiana quanto basta.
Una riscrittura in salsa
maionese, forse un po’ troppo consolatoria e auto assolutoria,
dell’inarrivabile “Grande freddo” di Kasdan.
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