Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende
alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari
per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato
anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere
coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non
scritte che risiedono nell'universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò
che è
buon
senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo
innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una
politica, beh, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via
della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la
libertà sia solo il frutto del valore. Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell'Eliade
e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in
se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che
la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.
(Dal discorso di Pericle agli ateniesi, del 461 a. C. - Citato da Alberto
Piccinini nella rubrica “Vuoti di
memoria” su Il manifesto, 28 giugno
2011)
Quincas, con una scelta anarchica e libertaria, ha abbandonato il perbenismo di una famiglia piccolo-borghese per immergersi nella autenticità della vita della suburra di Bahia, fra ubriachi e prostitute. Ora, da morto, corre il rischio di essere recuperato dagli ipocriti parenti, restituito al grigio mondo civile e ripulito da lordure e peccati, per essere ricomposto e dignitosamente sepolto.
Viene però “salvato” da uno scombinato quartetto di amici - gli indimenticabili Negro Brillantina, Pettirosso, Piedivento e Comandante Martim - che lo riconducono nel loro e suo mondo, nelle osterie del porto e sul peschereccio di Capitan Manuel, per “rivivere” un’ultima notte di fuoco, fra solenni bevute di cachaça e scorpacciate di zuppa di razza. Il morto - coerentemente con la sua unica scelta esistenziale - decide di scomparire nel mare in tempesta, sussurrando alla sua bella Quitéria Occhigrandi: “Mi seppellisco quando voglio e all’ora che mi pare. Potete mettere via la bara per un’altra occasione. Non mi lascerò rinchiudere in un buco sottoterra”.
Può essere curioso confrontare il racconto di Amado con la novella di Pirandello “Il treno ha fischiato …” nella quale il protagonista, il computista Belluca, prende consapevolezza della sua condizione (”vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d'un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi”), ma non riesce a ribellarsi e liberarsi se non con la fantasia. ("C'era, ah! c'era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c'era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s'avviava...Mentr'egli qua viveva questa vita “impossibile", tanti e tanti milioni d'uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch'egli qua soffriva, c'erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti... sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva cosi... c'erano gli oceani... le foreste...").