giovedì 15 novembre 2012

Agora, di Alejandro Amenábar (2009)


A prima vista il film pare un “peplum” degli anno ’60: per la presenza di una splendida protagonista, innanzitutto; e poi per tutto il contorno di senatori, sacerdoti, schiavi, legionari,  mercanti,  comparse varie; la scenografia è … faraonica, l’ambientazione ricorda i film mitologici; le piazze, i palazzi, il tempio, la biblioteca rimandano ad Antonio e Cleopatra;  i costumi sfarzosi e le acconciature sono le stesse Poppea o Spartaco;  e ancora i movimenti di folla, il popolo … Pare di assistere ai mitici film con Ursus o Ercole o Maciste. E dal mare ti aspetti che giungano gli Argonauti o il disorientato Ulisse.

La trama invece, sia pure con qualche ovvia libertà narrativa, è congegnata attorno a fatti storici ed è sorretta da una ricerca sufficientemente seria e documentata; i luoghi sono ricostruiti con una certa fedeltà; i personaggi sono ricalcati su persone realmente esistite; le dispute sono ricavate da testi di autori del tempo.
La vicenda si svolge verso la fine del IV secolo dopo Cristo ad Alessandria, la città che col suo Faro e la sua Biblioteca illumina, in tutti i sensi, il Mediterraneo. Il faro, costruito nel 280 a.C. su un isolotto che si chiama Pharos, è quello che dà il nome a tutti i fari:  considerato una delle sette meraviglie del mondo, è alto circa 130 metri (è la costruzione più elevata e imponente dell’antichità) e resterà in funzione fino al 641.
La biblioteca è la più grande e la più ricca del mondo antico (alcuni storici, nel riferire degli incendi che l’hanno più volte devastata, parlano di 40.000 volumi,  altri di 700.000); per secoli è il principale punto di riferimento della culturale classica, greca ed ellenistica; viene distrutta più volte (da Cesare nel 48 a. C., da Aureliano nel 270 d.c., da Teodosio nel 390) e più volte ricostituita fino alla conquista Araba del 642; è da sempre una istituzione - quasi come una sede universitaria - frequentata di filosofi, politici, astronomi, matematici, scienziati di varie discipline e di vari credi religiosi che studiano, discutono, si confrontano, insegnano.
Fra gli scienziati presenti alla fine del IV secolo spicca, non solo per la sua bellezza, Ipazia, matematica, astronoma, filosofa, ricercatrice, insegnante. Suo padre e suo maestro è Teone, custode e responsabile della biblioteca. Fra i suoi allievi vi è Oreste (futuro prefetto della Città), Sinesio di Cirene (poi filosofo neoplatonico,  scrittore, vescovo di Tolemaide). Fra i suoi schiavi Davos, incantato di lei e dei suoi insegnamenti, incatenato a lei da un amore tormentato e confuso.
In città convivono pagani, ebrei e i cristiani. Questi ultimi, perseguitati e martirizzati fino a pochi decenni prima, sono in forte espansione. Li guida il vescovo Cirillo (lo stesso che nel concilio di Efeso del 431 si opporrà ai nestoriani), succeduto sulla cattedra episcopale allo zio Teofilo.
Cirillo - sotto la  protezione non disinteressata dell’imperatore - ambisce al controllo totale della città e non solo desidera fare proseliti e convertire, come è nella sua missione, ma vuole imporre la sua religione e “cristianizzare” la vita, la cultura, l’etica, la politica. Per affrontare le tensioni che crescono e risolvere i problemi di ordine pubblico, assume il controllo della città, trasforma le sinagoghe e i templi pagani in chiese, vieta altri culti imponendosi sul prefetto che tenta con scarso successo di garantire la libertà religiosa. Il braccio armato del vescovo è costituito da una vera e propria milizia di fanatici monaci chiamati parabolani (dei proto-talebani!) che - guidati dall’invasato Ammonio -  fanno proselitismo distribuendo pane ai poveri e dando la libertà agli schiavi, ma - nutrendosi di slogan e muovendosi in massa - sbaragliano i nobili pagani recalcitranti, inducono alla conversione gli indecisi, perseguitano gli eretici, bruciano ed esiliano gli ebrei promuovendo il primo pogrom della storia (Piangete per loro, gli assassini di Cristo, perché saranno perseguitati in eterno).
A Cirillo, futuro santo, si oppone la “laica” Ipazia : dedita totalmente alle sue ricerche chiede la tolleranza, insegna la convivenza, sostiene e pratica il dialogo in nome della scienza (Sono più le cose che ci uniscono, di quelle che ci dividono, siamo tutti fratelli,…); fa appello alla filosofia, ha amore per la conoscenza, crede nel dubbio (Voi non mettete in discussione ciò in cui credete - dice ai cristiani);  non vuole essere coinvolta nella lotta fra cristiani e non cristiani (forse anche perché ne comprende con troppa lucidità le ragioni tutte politiche); non accetta che la sua biblioteca venga profanata da torme di faziosi e fondamentalisti (orde cristiane, un ossimoro!) e, quando la biblioteca brucia, non pensa a sé ma ai papiri e alle pergamene da salvare.
Ipazia, la bella Ipazia, ha un’altra colpa, oltre a quella della “laicità”: è donna. Una donna che - senza arroganza - sa insegnare agli uomini e gode del loro rispetto, della deferenza del prefetto, della considerazione di vescovi, dell’affetto di molti allievi. Una donna che, con pacata e ferma ostinazione, osa resistere e persiste nelle sue convinzioni opponendosi con coraggio al vescovo che ha piegato tutti con determinazione feroce  (e che contro di lei, per sancire la sua inferiorità, invoca l’autorità di S. Paolo citando la Lettera ai Corinzi 11, 3-10, dove si afferma chel'uomo non ebbe origine dalla donna, ma fu la donna a esser tratta dall'uomo; né fu creato l'uomo per la donna, bensì la donna per l'uomo).
Nel marzo del 415, Ipazia viene fermata dai parabolani, condotta al tempio, denudata e uccisa.
Nel film la morte avviene per strangolamento dalle mani pietose del suo schiavo Davos. La storia racconta che - come  avveniva per molte martiri cristiane - le furono cavati gli occhi e fu lapidata, straziata con gusci di conchiglia, smembrata e fatta a pezzi,  bruciata su un cumulo di immondizia. Il film su questi scempi è reticente, forse per non concedere troppo ai gusti sadici imperanti, forse per farsi perdonare qualche libertà storica, alcune alterazioni ed enfasi, alcune incongruenze e forzature…




Lo scopo del regista d'altronde non è quello di ristabilire verità storiche o di accusare la chiesa cristiana o le religioni in generale, ma è quello di denunciare la violenza e l’estremismo, l’intolleranza e il dogmatismo. Come Ipazia, Amenabar non si schiera (di questo non sembrano accorgersene molti critici “difensori della religione”). Il regista descrive con accorata sofferenza quello che Ipazia, con accorata sofferenza, vede: l’ottusa ferocia di tre estremismi radicali, la cecità degli integralismi, la tragica impotenza dei moderati, l’inutilità della indipendenza del pensiero.
Amennabar, come Ipazia, condanna, con angosciata partecipazione, chi con furia iconoclasta brucia i libri (… Bebel-platz, … Fahrenheit 451,…), chi vuole imporre una fede, chi usa la religione per conquistare il potere o conservarlo e ne fa instrumentum regni, chi si arroga il diritto di detenere la Verità, chi alimenta l’intolleranza, chi pretende di imporre un culto ufficiale, chi vuole dettare regole civili ed etiche, chi catechizza e impone comandamenti, chi issa bandiere con simboli religiosi.




Splendide, grandiose, estremamente significative ed assolutamente paradigmatiche, le inquadrature dall’alto, i magnifici movimenti, le visioni-evasioni stellari della macchina da presa che, come lo sguardo di Ipazia, si allontana nell’incommensurabile vastità dell’universo imperturbato,  si perde nel tragico silenzio siderale dello spazio, in muta sintonia con l’armonia delle sfere celesti,  distaccandosi - impotente - da questa misera terra chiassosa, straziata, intrisa di sangue e abitata da insetti feroci e ottusi.   

lunedì 12 novembre 2012

Bella addormentata, di Marco Bellocchio (2012)


Il film prende spunto dall’intensa emozione suscitata dal “caso Englaro” che ha visto la Chiesa ed il partito di Berlusconi contrapporsi alla decisione del padre di Eluana, una donna in coma irreversibile da17 anni, di interromperne l’alimentazione artificiale considerata inutile accanimento terapeutico.

Attorno alla vicenda - che ha visto la mobilitazione di tutto il mondo politico, di buona parte di quello scientifico e dell’intera opinione pubblica - si snodano altre storie: quella di Uliano Beffardi (Toni Servillo) un senatore del PdL convocato a Roma per votare un decreto d’urgenza che impedisca l’eutanasia e combattuto fra la coscienza e gli obblighi dell’appartenenza politica; quella di sua figlia Maria (Alba Rohrwacher), cattolica attivista di un Movimento per la Vita che si innamora di Roberto (Michele Riondino) schierato sul fronte opposto dei laici; quella di un medico, il dottor Pallido (Pier Giorgio Bellocchio), che si prodiga per salvare una tossica con tendenze suicide (Maya Sansa“la Rossa”); e quella infine di una ex-attrice, la Divina Madre (Isabelle Huppert) che si è ritirata dalle scene e dalla vita per assistere una figlia in coma e, raggelata dai sensi di colpa e devastata dalla impotenza, passa i giorni nell’attesa isterica di un miracolo impossibile.

Le storie non sono tutte ugualmente credibili e convincenti, ma hanno il pregio di restituirci un Bellocchio diverso, più civile,quasi dubbioso, quasi (incredibilmente) neutrale, sicuramente meno ideologico, meno militante, meno engagé del Bellocchio che conosciamo.
Il regista di Bobbio infatti, trattando l’argomento emotivamente forte del testamento biologico, apre le porte a posizioni diverse, chiudendole invece alle opposte demagogie ed alla ottusa intransigenza; e ci offre una lezione di stile e di tolleranza, di onestà e di rispetto, che presta attenzione ai “punti di vista” e si discosta dalle impuntature fanatiche di chi, di fronte al delicatissimo problema dell’accanimento terapeutico e del fine vita, alza barricate, lancia scomuniche, pone divieti, impone etiche, promuove crociate. (Per la cronaca, si sta parlando di Giuliano Ferrara, Magdi Allam, Maurizio Sacconi, …).
La nota causticità di Bellocchio emerge irrefrenabile solo in poche sequenze, quando viene tratteggiata l’ipocrisia dei politici che strumentalizzano il caso, ed il più amaro ed aspro sarcasmo esplode negli inserti giornalistici (autentici) che riportano le pubbliche prese di posizione di Berlusconi  (che  sosteneva che la povera Eluana avrebbe potuto "in ipotesi anche generare un figlio"),oscenamente stonate nel sommesso sfondo costituito dalla privata sofferenza di chi in prima persona, silenziosamente, attraversava il dramma di decidere di por fine alla assurda impietosa non-vita di una figlia.

Il poeta

Il poeta è un gran contemplatore
di meriggi, crepuscoli ed aurore.
Canta felice il ciel chiaro e sereno,
va in palla quando c'è l'arcobaleno.
Si inebria sotto il nero firmamento,
col bianco della brina va in fermento.
L'anima sua si scioglie come cera
se gli appare la luna menzognera.
Ama perfino il vento e la tempesta
ma non vede la merda che calpesta.

(30.03.2011)

martedì 6 novembre 2012

È stato il figlio (2012) di Daniele Ciprì


Una farsa grottesca con beffardo finale da tragedia.

Uno scombinato film che sembrerebbe un bislacco bimovie (girato, e non solo ambientato, negli anni ’70) se non fosse per la disperazione che gronda da ogni scena, per l’angoscia che pervade l’atmosfera e filtra da ogni sguardo, per la costernazione mal camuffata da comica sarabanda, per la galleria di personaggi troppo stravaganti e improbabili per non essere veri.
Una storia cinica (come quelle dell’indimenticabile Cinico TV dell’accoppiata Ciprì-Maresco), che però - a mio parere - contiene e trasuda l’infinita pietà per la miseria senza nobiltà dei miserabili.  
Ciprì, come sempre, ci dà dentro, ed esagera. Esagera coi colori carichi e caldi, con le inquadrature sghembe, coi movimenti di macchina concitati, col montaggio parossistico, con la eterogeneità di stili giustapposti, con la miscellanea pastrocchiata della colonna sonora. Ma lo fa con piena consapevolezza: sa che solo col paradosso si possono abbozzare i contorni dell’inaccettabile degrado; che sono necessarie delle lenti deformanti per mostrare i risvolti più desolanti della indigeribile realtà. Perciò calca i toni nel raccontare l’orrore percettibile che consuma un’umanità allo sbando; abbozza caricature per delineare personaggi abbrutiti dalla miseria; aggredisce con tutta l’acidità di cui i capace i poveri di spirito del sottoproletariato meridionale. Il ghigno però non riesce a nascondere l’infinita amara compassione che prova nei confronti di questi relitti e lascia affiorare la in ogni inquadratura la pena rabbiosa per la loro impossibile redenzione.
È lui - il regista impotente (inerme spettatore,  proprio come ognuno di noi) - quell’attonita figura vestita di nero che assiste, invisibile a tutti, all’andirivieni caotico di vittime e carnefici nello slargo cotto da un sole che asciuga i grumi di sangue della bambina assassinata e presto dimenticata.


mercoledì 26 settembre 2012

L'intervallo, di Leonardo Di Costanzo (2012)


Salvatore - un impacciato diciassettenne napoletano venditore ambulante di granite - viene costretto da un guappo di periferia, per un giorno, a far da carceriere a Veronica, una quindicenne che, trasgredendo le regole non scritte della malavita, si è messa con un ragazzo appartenente ad una banda rivale.
Per qualche ora Veronica e Salvatore - sequestrati costretti alla forzata convivenza nella vasta area degradata di un manicomio abbandonato - reggono il ruolo dei ruvidi antagonisti fingendosi quegli adulti che non sono: lui scimiotta con goffaggine i modi bruschi del camorrista; lei esibisce la sicurezza della femmina navigata.
Ma il lolitismo esibito da Veronica non è che la corazza dentro cui è costretta a blindarsi e difendersi una bambina indifesa sognatrice. E la poco convincente sicumera di Salvatore rivela presto l’imbarazzo profondo del buon ragazzo che - disorientato dalla incomprensibile prepotenza che lo circonda - si sente sfasato e fuori posto (e per questo bofonchia  continuamente “Tutto a posto”, ripetendo il mantra a se stesso, alla ragazzina, al padre, allo scagnozzo e al boss).
La loro iniziale rancorosa ostilità si tramuta in curiosità e poi in solidale condivisione del disagio, in timidi tentativi di confidenza. Forzati e adulti per forza si abbandonano gradualmente ai loro bisogni di infanzia negata e sognante e al desiderio di essere altrove.
L’avvicinamento è lento, fatto di gesti parsimoniosi, di silenzi eloquenti, di frasi smozzicate e dialoghi rarefatti, di fissità e sguardi furtivi, di annusate circospette, di incessanti giochi al rimpiattino che li porta a nascondersi per cercarsi, a perdersi e trovarsi, ad allontanarsi ed avvicinarsi in continue fughe e ritorni, intimità rifiutate e cercate. E la diffidenza diventa coesione, condivisione, compassione, complicità, simpatia.
Che li unisce non è la sindrome di Stoccolma che imbriglia patologicamente la vittima al carnefice e neppure lo sbocciare di una ingenua attrazione adolescenziale, ma la consapevolezza condivisa di trovarsi in una situazione assurda ed inaccettabile (che richiama la condizione esistenziale, altrettanto inaccettabile ed assurda), la non rassegnata coscienza di vittime incolpevoli, la kafkiana attesa di una sentenza comunque ingiusta, l’istinto di solidarietà che lega gli oppressi.
Il luogo chiuso, immenso ed immensamente desolato, non comprime ma alimenta la loro voglia di evasione ed il loro sogno di libertà: l’area degradata diventa foresta in cui perdersi ascoltando il canto degli uccelli (che da lì non fuggono), le fogne sono un mare da attraversare (su una barca scassata) per raggiungere un’isola incantata, i sotterranei pieni di topi si trasformano in caverne da esplorare in cerca del tesoro, i tetti sono cime da scalare per contemplare gli orizzonti. Napoli è lì, coi suoi palazzoni orrendi a far da quinta immobile, col suo traffico caotico lontano e silenzioso, con gli alti edifici del centro direzionale irreali nelle loro nitide geometrie.
Il finale pare rinunciatario: alla fine, tutto torna “a posto”. Il breve canto dolce che si alza da questa storia, di sfida o d’amore, è un canto interrotto. Ma Salvatore è certo che la cagna che accudisce la sua cucciolata nei sotterranei tanfosi del manicomio, così come è entrata, troverà la strada per uscire.  
Nel cielo rombano gli aerei che puntano dritti verso paesi lontani.

martedì 4 settembre 2012

Monsieur Lazhar (2011) di Philippe Falardeau



Montreal, Canada. Bachir Lazhar - un non più giovane immigrato algerino che ha la faccia da algerino e l’aria sperduta dell’immigrato - legge sul giornale di una maestra che si è impiccata in aula durante la ricreazione e si presenta alla direttrice della scuola per proporsi come supplente. Non ha mai insegnato e non ha titoli per farlo, ma riesce ad ottenere l’incarico esibendo un falso curricolo.
In classe, dopo le incertezze del primo impatto, riesce a trovare una certa disinvoltura, aiutato proprio dalla inesperienza che lo rende simpaticamente anticonformista, originale, alternativo; e grazie alla sua diversità, conquista gradatamente la benevolenza dei suoi alunni e instaura con loro un rapporto genuino, non viziato dalla rigidità dei formalismi, dalla ipocrisia delle convenzioni sociali, dalla aridità delle regole istituzionali e dalla insulsaggine delle consuetudini.
Con la sensibilità che possiede, acuita anche da tragiche esperienze familiari (la moglie, scrittrice progressista,  è morta insieme ai figli nel rogo della casa appiccato da fanatici integralisti), è in grado di affrontare con la necessaria e delicata attenzione anche il trauma vissuto dai bambini per il suicidio della loro insegnante. E lo fa malgrado i divieti delle autorità scolastiche (che scaricano sugli psicologi il compito di affrontare l’argomento) e l’indifferenza dei colleghi; nonostante l’opposizione dei genitori (che non accettano di essere sostituiti o scavalcati da un immigrato nei loro mal esercitati ruoli educativi); a dispetto delle naturali resistenze messe in atto da alcuni alunni (che non hanno gli strumenti necessari per affrontare il trauma, vincere le paure, liberarsi dei sensi di colpa, superare le crisi di panico, sottrarsi al senso di abbandono).  

Lazhar si finge insegnante e lo diventa nel senso più completo del termine; vive nella menzogna e riesce a smantellare un castello consolidato di ipocrisie.
In uno straordinario intercambio di ruoli con i suoi alunni (paradigmatico è il suo impegno a svolgere i compiti che assegna e ad accettare il giudizio della classe), insegna e nello stesso tempo impara - semplicemente - che per avere risposte è necessario porsi domande; che i sentimenti devono essere vissuti e non affrontati come fossero patologie; che i fatti accadono anche se si tengono chiusi gli occhi; che il dolore è un esperienza di vita, non è un incidente di percorso; che la morte non si cancella dipingendo le pareti e organizzando festicciole.  
Il paziente e disincantato maestro che ha subìto una perdita crudele, aiuta i suoi alunni ad elaborare un lutto atroce.  Ed avendo patito l’angoscia della solitudine aiuta i suoi bambini a superare lo strazio delle separazioni: quella da Martine Lachance, la maestra suicida, e quella che li a poco li allontanerà da lui, quando alla fine sarà smascherato come falso (?) maestro e licenziato.