giovedì 13 gennaio 2011

Amicizia

Noi non ci conosciamo. Penso ai giorni
che, perduti nel tempo, c'incontrammo,
alla nostra incresciosa intimità.
Ci siamo sempre lasciati
senza salutarci,
con pentimenti e scuse da lontano.
Ci siam riaspettati al passo,
bestie caute,
cacciatori affinati,
a sostenere faticosamente
la nostra parte di estranei.
Ritrosie disperanti,
pause vertiginose e insormontabili,
dicevan, nelle nostre confidenze,
il contatto evitato e il vano incanto.
Qualcosa ci è sempre rimasto,
amaro vanto,
di non ceduto ai nostri abbandoni,
qualcosa ci è sempre mancato.

Vincenzo Cardarelli

sabato 18 dicembre 2010

Gioco e teoria del duende (di Federico Garcìa Lorca).


Il duende è quel fluido ineffabile che emana (dal corpo, dall'anima?) del poeta o di chiunque (musicista, ballerino, torero,...) senta il bisogno insopprimibile di spingersi oltre i confini di sé per esprimere la sua traboccante interiorità.
Il duende invade e pervade, attraversa e sconvolge, intride e trasfigura.
Essendo sensazione indefinibile, non può essere teorizzato, insegnato o appreso. E non è possibile possederlo: casomai se ne è posseduti, e mai in modo permanente; perché lo spirito "soffia dove vuole" (Giov. 3. 8) e quando vuole.
Il duende scaturisce dalle profondità telluriche, ti sale attraverso i piedi, ti inebria ("Nunc est bibendum, nunc pede libero pulsanda tellus" Orazio, Odi, I, 37, 1), ti attraversa il corpo e dal corpo promana stabilendo un ponte elettrico con chi ti circonda.
Se reciti e interpreti una poesia con la più raffinata abilità attoriale, potrai colpire e smuovere le emozioni di molti fra quelli che ti ascoltano; ma se leggendo la stessa poesia ti lascerai pervadere dal duende, l'emozione emanerà da te, non solo dal testo, e impregnerà totalmente lo spazio, farà vibrare l'aria, assorbirà l'attenzione di tutti. Riuscirai ad inondare i loro nervi di commozione, li sommergerai nella tua sensibilità, fagociterai la loro percezione determinando una rivelazione e una eversione, una sorta di estasi collettiva e di ebbrezza dionisiaca, un’esperienza mistica e un sovvertimento, uno stato di sospensione e annullamento, di illuminazione e di ascesi, di catarsi e di beatitudine, di assenza e di assoluto.
Solo chi ha il caos dentro di sé può generare una stella che danzi. (Nietzsche)

martedì 3 agosto 2010

SESSANTOTTO E DINTORNI (6): Gonrieux

Il problema delle vacanze estive del ‘67 lo risolsi iscrivendomi all’associazione internazionale dei “Soci Costruttori” che organizzava campi di lavoro in quasi tutti i paesi europei.
Mi offrirono l’opportunità di scegliere se andare a raccogliere la frutta in Baviera o in Belgio a imbiancare una chiesa. Per l’idiosincrasia che provavo nei confronti della lingua tedesca, scelsi il Belgio, pur sapendo che il lavoro del raccoglitore di frutta è più salubre e meno faticoso di quello dell’imbianchino.
Con me si era aggregato un amico ed una ragazza con la quale stavo tentando di instaurare una relazione un po’ più stabile e salda dell’amicizia.
Il viaggio fu, come lo sono tutti gli spostamenti, una esperienza preziosa: ogni dislocazione porta con sé una maturazione, una crescita; ogni spostamento comporta un allargamento delle proprie frontiere e un ampliamento dei propri orizzonti; ogni spaesamento ti sradica dalla protettiva dimensione domestica, ti decentra, ti porta a prender coscienza della tua collocazione nel vasto mondo, ti costringe ad assumere consapevolezza di non essere l’ombelico dell’universo. Il viaggio amplia i confini, snida l’anima dal localismo provinciale, libera il cervello dall’angustia dei pensieri, fa uscire il cuore dalla ristrettezza.

La nostra destinazione era Gonrieux, un paesino belga sulle Ardenne, a pochi chilometri di Carleroix, sulla strada che porta al confine con la Francia.
Le tre ragazze che facevano parte della squadra furono alloggiate in canonica, considerato che la loro occupazione era principalmente quella di preparare pranzo e cena per i venti imbianchini che lavoravano in chiesa.
Noi maschi fummo ospitati, a coppie, presso le famiglie del paese, orgogliose di poter in questo modo contribuire al restauro della chiesa.
Il paese era piccolo, contava forse non più di quattrocento abitanti, aveva una sola piazza all’incrocio di tre strade, un piccolo giardinetto con un piccolo monumento ai caduti della Grande guerra, un piccolo bazar in cui si trovava tutto quel che serviva, un piccolo municipio, un piccolo cimitero.
Di grande c’era solo la birreria nella quale tutte le sere si radunavano, immancabilmente, tutti i maschi del paese.
E di immenso c’era, purtroppo, la chiesa che dovevamo tinteggiare.
Il lavoro dell’imbianchino è fra i più faticosi del mondo: la pennellessa utilizzata per stendere la tempera dopo le prime venti pennellate diventa pesante come il piombo, il braccio si indolenzisce, la spalla si anchilosa, la schiena si spezza, la testa gira. E non è bello se la testa gira quando si è sospesi a venti metri di altezza.
Comunque, messe tutte le protezioni e prese tutte le precauzioni per la sicurezza, il ritrovarsi sotto una cupola con il pennello in mano ci dava un’euforia michelangiolesca.
Il nostro contratto stabiliva che si lavorasse sei ore al giorno da lunedì a venerdì. Ci davamo dentro otto ore al giorno invece delle sei stabilite, in modo da essere liberi ogni giovedì pomeriggio. Dopo una doccia, zaino in spalla, ci piantavamo in mezzo alla piazza, sotto il cartello stradale che indicava Paris o Bruxelles e trovavamo immediatamente il passaggio verso la destinazione scelta.
Il primo fine settimana visitai Parigi, facendo il canonico giro del turista (l’Ile con Notre-Dame e la Sainte Chappelle, i buoquinistes lungo la Senna, il Louvre, Montmartre, la tour Eiffel).
Il secondo fine settimana visitai Bruxelles della quale ricordo solo confusamente la Grand Place e, più chiaramente, l’Enfant qui pisse.
Sulla strada per Bruxelles però ho chiaro il ricordo della periferia di Charleroi con i suoi allucinanti cumuli di detriti nella zona delle miniere di carbone e l’altro cumulo, quello di Waterloo, non so se tomba delle migliaia di caduti o monumento alla sconfitta dell’Imperatore.
Il terzo fine settimana, più breve perché interrotto per il rientro a casa fissato la domenica mattina, mi dovetti accontentare di Reims, della quale ricordo la incredibile cattedrale e, lungo la strada, gli sterminati vigneti della Champagne.

Esilio

"Allontanarsi dalle creste pericolose, annacquare il vino dei sentimenti, diluire, dosare, spezzare la coazione dei desideri".
Fred Vargas, Nei boschi eterni, Einaudi 2007

mercoledì 21 luglio 2010

Il tempo che ci rimane - di Elia Suleiman ( 2009)

C’è una breve scena emblematica che sintetizza il senso di questo film sulle condizioni dei Palestinesi che vivono nello stato di Israele: un ragazzo arabo è davanti alla sua casa e sta parlando al cellulare; la strade è deserta ed assolata; un carro armato è parcheggiato pochi metri più in là col cannoncino ad alzo zero puntato su di lui. Il ragazzo parla e gesticola, fa qualche passo, attraversa la strada, si abbassa a raccogliere qualcosa da terra, torna indietro verso il cancelletto del suo giardino, si ferma, prosegue, indugia. Il lungo cannone del carro armato si muove seguendo i suoi movimenti, sempre puntato su di lui e lo segue passo dopo passo, con lo stridore degli ingranaggi della torretta. Lui non sembra accorgersi del mastodonte che pare una minacciosa macchina vuota che si muove calamitata dalla sua testa: solo dopo aver varcato il cancelletto di casa lancia un’occhiata verso il carro, da sopra il muretto o la siepe, come se si fosse accorto solo in quel momento di quell’ingombrante assurda presenza.

Elia Suleiman , unico in questo, sceglie l’ironia - amara, staccata, surreale - per rappresentare l’assurda condizione del suo popolo prigioniero in casa, dei suoi concittadini esuli in patria.
Questo autoritratto desolato e ironico, acre e fatalista (ed anche un po’ arruffato), questo sarcasmo distaccato e dolente (che talvolta scivola un po’ in caricature compiaciute) aiutano il regista a ricostruire quasi un secolo di storia senza cedere alla disperazione e convincono certamente più di ogni propaganda ammalata di retorica, più di ogni corteo, di ogni slogan, di ogni kefia che si incrocia sul corso.
Viene voglia, per un attimo, di sperare che questa ironia (“una risata vi seppellirà …”) riesca dove hanno fallito l’Intifada, le guerre, il terrorismo, le pressioni internazionali, le alleanze panarabiche, le risoluzioni dell’ONU, …

giovedì 15 luglio 2010

La speranza

La speranza è buona come prima colazione, ma è una pessima cena.
Francis Bacon

martedì 13 luglio 2010

Il poeta è un fingitore

I poeti che strane creature.
Ogni volta che parlano è una truffa.
(De Gregori - De André, Le storie di ieri)

AUTOPSICOGRAFIA
(Fernando Pessoa, Presença, n. 2, Coimbra, Nov. 1932
in Il mondo che non vedo, BUR, Milano, 2009, pag. 666
Traduzione di Omero Sala)

Il poeta è un grande fingitore.
E quando finge par così sincero
che arriva a simular come dolore
il dolore che sente per davvero.

E coloro che leggon la poesia,
nel dolore da lui rappresentato,
non colgon quello vero o la bugia,
ma altro che non hanno mai provato.

E così se ne va senza destino
trainando sui binari la ragione,
questo piccolo inutile trenino
che ci ostiniamo a definire cuore.