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martedì 31 gennaio 2012

Verso Parigi (1970)

Nell’estate del ‘70, con due amici - Luigi e Giuliano - organizzammo un viaggio verso Parigi con la mia Cinquecento.
Luigi era uno dei miei più cari amici, fratello di una ragazza con cui avevo filato per qualche tempo. Il fidanzamento con sua sorella non era maturato, ma l’amicizia con lui era diventata importante. Ci frequentavamo spesso, coltivavamo gli stessi interessi, vedevamo gli stessi film, andavamo insieme a teatro, programmavamo viaggi, organizzavamo visite a città e a musei. Facevamo le ore piccole in infinite discussioni su tutto. Lui conobbe i miei amici, io conobbi i suoi.
Giuliano era un operaio che si era rotto di fare l’operaio, era stufo di abitare in paese e, perfino, non ne poteva più di chiamarsi Giuliano. Una sera si presentò al biliardo e disse che da quel momento dovevamo tutti chiamarlo Emilio: così fu, con qualche fatica e qualche confusione. Se lo chiamavamo Giuliano non si girava e non rispondeva. Per qualche tempo fu necessario, fra di noi, chiarire che l’Emilio di cui si parlava era Giuliano (… - Hai visto Emilio? … – Quale Emilio? … – Giuliano! … – Ah!...).
Per cambiare lavoro si mise a studiare, frequentò con grande sacrificio i corsi serali dell’Istituti Tecnico (lavoro, scuola, studio per qualche anno, mai una sera libera), prese il diploma, lasciò il lavoro, lasciò il paese e se ne andò a Gargnano, sul lago di Garda, dove aprì una panetteria. Nessuno mai capì - io forse si - perché si fosse diplomato per andare a fare il fornaio.
Partimmo una mattina di luglio con la mia bellissima Cinquecento blu, pagata con un pacco di cambiali.
Era il mio primo viaggio in piena libertà, con la mia macchina, con i miei amici, con un itinerario deciso e preciso anche se non vincolante. Non un viaggio come quelli organizzati dai Soci Costruttori nei campi di lavoro, con meta obbligata, compagni casuali, scarsità di tempo libero e obbligo di lavoro. Non un viaggio solitario come quelli fatti in autostop, sotto certi aspetti frenetici, sotto certi aspetti indolenti, con itinerario frammentato, con compagni di viaggio imprevedibili, aperto a rischi, faticoso.
I bagagli erano ridotti al minimo, ma ingombravano il portapacchi (preso in prestito per l’occasione), il piccolo bagagliaio e parte del sedile posteriore: il terzo passeggero ne era sommerso.
Fin dalla partenza ci prese una frenesia di arrivare: arrivare al confine, arrivare a Lione, arrivare a Parigi, arrivare all’oceano.
La Cinquecento stracarica, dopo aver attraversato la pianura a folle velocità, boccheggiava sulle strade che portavano in cima al Moncenisio: attraversammo il passo di notte e cominciammo la discesa verso Lanslebourg e Modane. La strada attraversava boschi neri e si avvitava in tornanti impossibili. Nella notte fosca non si vedevano luci di case e non incrociavamo nessuno. La spia del livello del carburante sfarfallò per un po’ e poi si accese permanente. Tememmo di aver sbagliato percorso, di calare in una valletta sperduta invece che sfociare nella valle dell’Arc. Per risparmiare benzina decidemmo con qualche titubanza di viaggiare a motore spento, perlomeno sui brevi rettilinei. Ma i rettilinei erano veramente troppo brevi. Come sempre accade quando ci si trova di fronte a problemi irrisolvibili, cominciammo a discutere e ad bisticciare: uno sosteneva che ci si dovesse fermare e attendere l’alba; un altro diceva che fermarsi in mezzo ai boschi poteva essere pericoloso, che faceva freddo, che si stava scomodi e non si poteva dormire in tre su una Cinquecento: sosteneva che era meglio proseguire a motore spento e a passo d’uomo, almeno per portarsi avanti verso il prossimo distributore che poteva anche essere a cento passi, subito dopo la curva; il terzo diceva che, appiedati per appiedati, potevamo benissimo continuare il nostro viaggio per portarci il più a valle possibile, e che una volta a secco, avremmo potuto proseguire a motore spento con le prime luci dell’alba. La stanchezza cominciava a farsi sentire. Lo spazio ristretto dell’abitacolo favoriva la aggressività. Sostenevamo le nostre tesi con acrimonia. Smontavamo le argomentazioni contrarie con astio.
Si contrapponevano, nel luogo chiuso e nel tempo breve dell’attesa dell’alba, i caratteri inclini al pessimismo con quelli propensi all’ottimismo, la calma e la fretta, la frenesia e l’inerzia, la pazienza e l’inquietudine, la voglia di correre e quella di dormire, la fame e la nausea, le diverse visioni del mondo, le diverse filosofie, il catastrofismo e la palingenesi, la rassegnazione e la ribellione, la vita e la morte.
Le luci fioche di un piccolo distributore che stava aprendo dissiparono i turbini e le tempeste. Una pisciata collettiva ci liberò dai veleni. La luce dell’alba ci svelò la dolcezza del primo giorno francese.
A mezza mattina avevamo superato Lione. Nel pomeriggio, attraversata la Borgogna, raggiungemmo Parigi. Ci fermammo qualche giorno, poi puntammo verso la Normandia: Saint Malo, Saint Michel e altri santi sparpagliati sulla costa.
Volevamo andare dappertutto e vedere tutto: maree e porti fortificati, scogliere erte e spiagge infinite, osterie e chiese. Volevamo assaggiare tutto: paté e ostriche, baguette e salumi strani, pastis e birre trappiste. Volevamo conoscere tutti: bottegai e marinai, preti e contadini, studenti e artigiani. Ho in mente – come un fermo immagine – il fotogramma di due voraci tedesche che mangiavano una intera baguette azzannando un grosso salame ungherese a morsi, senza affettarlo. Una baguette ed un salame a testa.

giovedì 14 luglio 2011

Piazza Loggia

Brescia, 28 maggio 1974.
Non ero in piazza Loggia al momento dello scoppio della bomba. Per non so quale ragione, avevo sottovalutato l'invito alla manifestazione ed ero da qualche altra parte a fare altro. E ancora me ne vergogno.
Non ricordo dove e come mi arrivò la confusa e spaventosa notizia. Allora non c'erano i cellulari.
Mi precipitai in città passando prima dalla scuola di cinema che in quel periodo stavo frequentando: l'allarme suscitato dalla notizia della strage, il terrore, la concitazione, ... non mi impedirono di cedere al desiderio di arrivare in piazza con un mezzo qualsiasi che documentasse l'avvenimento. Caricai in macchina un videoregistratore: si trattava di un pesantissimo armamentario costituito da una videocamera collegata ad un ingombrante cassone con rulli di nastri magnetici alimentato da una batteria separata grande e pesante come quella di un' automobile.
Parcheggiai la Cinquecento lungo Via S. Chiara, in divieto di sosta, ed arrivai subito nella Piazza.
La folla si accalcava attorno alla zona dell'esplosione disegnando un ampio cerchio.
Avevano appena finito di raccogliere morti e feriti. Il selciato era ancora orrendamente insanguinato in diversi punti. Mi sembra di ricordare che nello spiazzo ci fossero sparpagliati indumenti, stracci, brandelli, scarpe, aste di bandiera, teli, borse, una bicicletta, ombrelli,...
C'era un terribile silenzio. Si sentivano solo gli urli delle sirene di ambulanze o polizia. C’erano i pompieri in piazza, e anche poliziotti, vigili, carabinieri. Insieme agli uomini del servizio d’ordine dei sindacati tenevano i margini della folla che però non premeva. Le facce di tutti erano impietrite. Un pompiere col getto d’acqua di una manichetta lavava i lastroni di pietra del palazzo del Monte di Pietà, chiazzati di sangue ed insisteva col potente getto su un grumo ostinato spiaccicato sul muro.
Accesi la telecamera e cominciai le riprese: girai una panoramica sulla piazza e sulla siepe di gente, feci qualche inquadratura sullo spiazzo insanguinato, sul pompiere indaffarato, sugli oggetti sparsi, sugli spigoli del pilastro sbrecciati dall’esplosione. Poi montai faticosamente sul bordo della fontana, l’altra fontana, per avere una visione dall’alto: in equilibrio precario, con tutto quel peso sulle spalle, cominciai a riprendere quello che mi si presentava davanti. Sentivo la necessità di documentare sia la situazione oggettiva che la concretissima tensione emotiva che colmava la piazza; senza mai staccare alternavo i campi lunghi ai primi piani delle persone, panoramiche e dettagli, ...
Dalle fabbriche cittadine - Pietra e Tempini, OM e Sant'Eustachio - stavano affluendo in piazza gli operai che, alla notizia dello scoppio, avevano tutti sospeso il lavoro. Il gelo attraversava l'aria.
Un operaio che indossava ancora la sua tuta blu, con un filo di voce sommesso, improvvisamente, nel silenzio, intonò la canzone partigiana “Fischia il vento, urla la bufera”. Ci fu un attimo di smarrimento. Ci guardammo sbigottiti, imbarazzati. Poi qualcuno, qua e là, si unì al vecchio operaio. Ogni contrada è patria del ribelle …”. C’era chi scandiva le parole con rabbia, chi le mormorava con dolore, chi accompagnava la melodia a bocca chiusa, chi taceva e stringeva i denti.
Davanti a me, nella prima fila, alcuni si cercarono le mani e se le tennero come per fare una catena. “Se ci coglie la crudele morte, dura vendetta verrà dal partigian …”. Nell’aria si alzarono alcuni pugni chiusi. Le voci si rompevano nel pianto o nella rabbia. Un nodo ci strozzava la gola e ci univa nel grigio di quel mezzogiorno.

martedì 3 agosto 2010

SESSANTOTTO E DINTORNI (6): Gonrieux

Il problema delle vacanze estive del ‘67 lo risolsi iscrivendomi all’associazione internazionale dei “Soci Costruttori” che organizzava campi di lavoro in quasi tutti i paesi europei.
Mi offrirono l’opportunità di scegliere se andare a raccogliere la frutta in Baviera o in Belgio a imbiancare una chiesa. Per l’idiosincrasia che provavo nei confronti della lingua tedesca, scelsi il Belgio, pur sapendo che il lavoro del raccoglitore di frutta è più salubre e meno faticoso di quello dell’imbianchino.
Con me si era aggregato un amico ed una ragazza con la quale stavo tentando di instaurare una relazione un po’ più stabile e salda dell’amicizia.
Il viaggio fu, come lo sono tutti gli spostamenti, una esperienza preziosa: ogni dislocazione porta con sé una maturazione, una crescita; ogni spostamento comporta un allargamento delle proprie frontiere e un ampliamento dei propri orizzonti; ogni spaesamento ti sradica dalla protettiva dimensione domestica, ti decentra, ti porta a prender coscienza della tua collocazione nel vasto mondo, ti costringe ad assumere consapevolezza di non essere l’ombelico dell’universo. Il viaggio amplia i confini, snida l’anima dal localismo provinciale, libera il cervello dall’angustia dei pensieri, fa uscire il cuore dalla ristrettezza.

La nostra destinazione era Gonrieux, un paesino belga sulle Ardenne, a pochi chilometri di Carleroix, sulla strada che porta al confine con la Francia.
Le tre ragazze che facevano parte della squadra furono alloggiate in canonica, considerato che la loro occupazione era principalmente quella di preparare pranzo e cena per i venti imbianchini che lavoravano in chiesa.
Noi maschi fummo ospitati, a coppie, presso le famiglie del paese, orgogliose di poter in questo modo contribuire al restauro della chiesa.
Il paese era piccolo, contava forse non più di quattrocento abitanti, aveva una sola piazza all’incrocio di tre strade, un piccolo giardinetto con un piccolo monumento ai caduti della Grande guerra, un piccolo bazar in cui si trovava tutto quel che serviva, un piccolo municipio, un piccolo cimitero.
Di grande c’era solo la birreria nella quale tutte le sere si radunavano, immancabilmente, tutti i maschi del paese.
E di immenso c’era, purtroppo, la chiesa che dovevamo tinteggiare.
Il lavoro dell’imbianchino è fra i più faticosi del mondo: la pennellessa utilizzata per stendere la tempera dopo le prime venti pennellate diventa pesante come il piombo, il braccio si indolenzisce, la spalla si anchilosa, la schiena si spezza, la testa gira. E non è bello se la testa gira quando si è sospesi a venti metri di altezza.
Comunque, messe tutte le protezioni e prese tutte le precauzioni per la sicurezza, il ritrovarsi sotto una cupola con il pennello in mano ci dava un’euforia michelangiolesca.
Il nostro contratto stabiliva che si lavorasse sei ore al giorno da lunedì a venerdì. Ci davamo dentro otto ore al giorno invece delle sei stabilite, in modo da essere liberi ogni giovedì pomeriggio. Dopo una doccia, zaino in spalla, ci piantavamo in mezzo alla piazza, sotto il cartello stradale che indicava Paris o Bruxelles e trovavamo immediatamente il passaggio verso la destinazione scelta.
Il primo fine settimana visitai Parigi, facendo il canonico giro del turista (l’Ile con Notre-Dame e la Sainte Chappelle, i buoquinistes lungo la Senna, il Louvre, Montmartre, la tour Eiffel).
Il secondo fine settimana visitai Bruxelles della quale ricordo solo confusamente la Grand Place e, più chiaramente, l’Enfant qui pisse.
Sulla strada per Bruxelles però ho chiaro il ricordo della periferia di Charleroi con i suoi allucinanti cumuli di detriti nella zona delle miniere di carbone e l’altro cumulo, quello di Waterloo, non so se tomba delle migliaia di caduti o monumento alla sconfitta dell’Imperatore.
Il terzo fine settimana, più breve perché interrotto per il rientro a casa fissato la domenica mattina, mi dovetti accontentare di Reims, della quale ricordo la incredibile cattedrale e, lungo la strada, gli sterminati vigneti della Champagne.

lunedì 21 giugno 2010

SESSANTOTTO E DINTORNI (24): Le avventure di un regista

Il mio interesse per il cinema e il fatto che nella scuola si cominciasse a parlare con maggior sensibilità di educazione all’immagine, mi spinsero a iscrivermi ad una scuola di cinema. Il corso, organizzato dalla Regione Lombardia, era biennale; al termine del biennio ottenni un diploma di “Operatore audiovisuale per la didattica” e divenni coordinatore didattico del corso successivo al mio e frequentai la scuola per un altro anno.
Dal punto di vista tecnico imparai ad usare cineprese (superotto e 16 millimetri) e moviole (portatili per il superotto e professionali per il 16 mm), macchine fotografiche (ripresa, sviluppo e stampa), telecamere professionali (e anche i primi videoregistratori con telecamere portatili collegate ad un registratore a nastro, grosso come un baule, alimentato da una batteria come quelle delle automobili, pesante quanto un macigno). Bazzicai in una sala di montaggio, a Milano, e imparai a montare e sonorizzare il 16 millimetri, usando una moviola “vera”.
Dal punto di vista linguistico imparai le regole della comunicazione audiovisiva, la sceneggiatura, le sequenze, i tempi, i movimenti di macchina, le profondità di campo, le focali, il montaggio.
In concreto realizzai o collaborai alla realizzazione di diversi documentari (su mestieri scomparsi, sull’agriturismo,…)

Col regista Achille Rizzi collaborai alla realizzazione di documentari per La Scuola Editrice su alcune regioni italiane.

Con Berbenni conobbi le tecniche di produzione di documentari scientifici: ci mostrò una cinepresa che riusciva a scattare parecchie decine di fotogrammi al secondo utilizzando oltre al classico otturatore ad elica un particolare congegno rotante, a specchi; ci mostrò sequenze al rallentatore girate con quella macchina: la goccia di latte che cade sulla superficie, un proiettile che infrange una lastra di vetro, il battito di ali di un calabrone,...

Con Olmi, non Ermanno, girammo un documentario sulla Resistenza nelle valli bresciane. Il mito della Resistenza unitaria contro il fascismo cominciava in quegli anni a sgretolarsi: la lunga guerra fredda e la lotta politica che divideva in Italia i comunisti dalle altre forze politiche si riverberavano sul passato e facevano affiorare i contrasti mal repressi durante il Ventennio e in guerra. In quella occasione sentii per la prima volta raccontare in maniera più esplicita dei sordi contrasti fra le formazioni comuniste e le altre formazioni: rivalità nei reclutamenti di volontari, risse attorno alle zone di lancio di rifornimenti e armi, scontri per la ripartizione delle zone di controllo, spiate e agguati; un vecchio partigiano, deluso e rancoroso, ci raccontò anche dell’assassinio di un alto comandante da parte di una banda concorrente perpetrato ad un posto di blocco da partigiani vestiti da repubblichini (l’intervista non venne inserita nel documentario).

Con il critico Tatti Sanguineti imparai a leggere i classici del nostro cinema realista (vidi e analizzai con lui Riso amaro).

Con quel matto di Paolo Gioli imparai che la creatività si esprime anche con una scatola di scarpe, che il linguaggio audiovisivo può cercare strade anarchiche fuori dalle rotte.

La specializzazione mi servì anche sul lavoro. Fui incaricato di curare l’educazione iconica nelle scuole in cui operavo, di costruire un curricolo di educazione all’immagine, di aggiornare i colleghi, di tenere corsi di formazione in molte scuole della provincia.

Il giorno in cui scoppiò la bomba in piazza Loggia mi precipitai a prendere gli attrezzi e mi trovai sul posto prima che le ambulanze avessero finito di portar via morti e feriti.
Feci una ininterrotta ripresa sulla gente che vagava sbigottita nella piazza, sugli operai che avevano interrotto il lavoro per riunirsi sul luogo del massacro, sul lago di sangue che inondava il selciato, sui brandelli di carne incollati ai muri, sul pilastro sbrecciato dall’esplosione, sui fotografi accorsi.
Da sopra una fontana ripresi e registrai, piangendo, un gruppo di uomini che sottovoce intonarono, in mezzo a quel macello, “Fischia il vento”.
Restai nella piazza fino a quando arrivarono i pompieri per lavare con gli idranti selciato e muri, cancellando l’orrore e rimuovendo indizi utili agli investigatori.
Fui ammesso ai funerali con il pass della stampa e feci un’accurata ripresa di tutta la cerimonia in piazza e lungo il percorso fra le vie del centro, scisso fra il dovere di riprendere le autorità, i gonfaloni, il servizio d’ordine imponente, il dolore composto della gente comune e l’istinto di dare spazio alla rabbia dei giovani tenuti lontano dal percorso, ai loro pugni chiusi, alle loro bandiere rosse.

sabato 2 gennaio 2010

SESSANTOTTO E DINTORNI (23): Rose Rosetta

Nell’estate del 1969, qualche giorno dopo l’allunaggio di Armstrong e Aldrin, decisi di fare un viaggio solitario in autostop e di lasciar perdere i campi di lavoro, che mi procuravano è vero un viaggio gratuito d’andata e di ritorno per un paese straniero ma, in definitiva, mi lasciavano poco tempo per visitarlo. L’esperienza mi aveva insegnato che con pochi soldi e poche pretese era possibile andare in capo al mondo; che in nessuna occasione si correva il rischio di morire di fame; che nelle notti d’estate era possibile dormire ovunque; che le strade erano piene di gente simpatica; che nel mese di luglio le strade d’Europa brulicavano di autostoppisti,…
Riuscii a racimolare qualche lira vendendo ad un bancarellista un pacco di libri, acquistai al mercatino di via Milano uno zaino militare usato e sformato, un sacco a pelo nuovo e una borraccia di alluminio foderata di iuta, infilai nello zaino quattro stracci, due mappe, un coltello a serramanico e partii.
Ero incerto su quale direzione prendere. Perciò mi misi sulla strada di accesso ai caselli autostradali di Brescia ovest e decisi di lasciar decidere al fato e andare dove mi avrebbe portato il primo automobilista gentile. Si fermò un camion diretto a Udine: decisi che la mia prima meta sarebbe stata Venezia.

Verso sera arrivai stravolto dal caldo e dalla stanchezza al graziosissimo ostello sulla Giudecca.
Doccia, cena alla mensa, passeggiata breve fuori dall’uscio, quattro chiacchiere con un gruppo di ragazzi di Caserta.
Nel cortile alcuni ospiti si erano seduti in cerchio attorno a due che suonavano la chitarra. Mi accodai restando a discreta distanza, un po’ defilato. I chitarristi dovevano essere inglesi o americani. La chitarra passando di mano arrivò ad una ragazza di Roma che strimpellò qualche motivetto nazionale, accompagnata dal gruppo di italiani e applaudita da tutti. Poi fu la volta di una coppia francese. Poi di alcuni nordici, olandesi o tedeschi.
Poiché la stanchezza si faceva sentire tentai di sdraiarmi sul fresco lastricato e andai a sbattere con la testa sulle ginocchia di una ragazza che, silenziosa, si era seduta dietro di me. Mi scostai confuso. Mi sorrise e mi invitò, a segni, a non farmi problemi, ad appoggiarmi tranquillamente. A segni le dissi no grazie. A segni insistette. Rifiutai decisamente. Sorrise. Sorrisi. Ci presentammo. Si chiamava Rose. Cominciammo a chiacchierare. In francese.
Era una canadese del Quebec, era a Venezia con i suoi genitori che alloggiavano in un albergo. Lei dormiva all’ostello per risparmiare. Mi raccontò del suo viaggio, poi dei suoi studi, poi della sua vita e dei suoi passatempi, delle sue letture e delle sue musiche, degli amici e della sua città, …
Io le raccontai dei miei viaggi più modesti (ma ascoltò incantata il racconto delle mie esperienze nei campi di lavoro), poi dei miei studi, poi della mia vita e dei miei passatempi, delle mie letture, degli amici,…
Volle sapere il mio programma per il giorno dopo. Dissi che non avevo programmi. Mi chiese se potevamo concordare qualcosa, insieme, qualsiasi cosa, perché lei - mi disse - non aveva voglia di passare due giorni a Venezia in compagnia dei suoi genitori. Le dissi scherzando che non mi andava di essere usato come ripiego per due giornate noiose. Mi disse che voleva stare con me perché le piaceva l’idea di visitare Venezia in compagnia di un italiano. Le dissi scherzando che non mi andava di essere sfruttato come guida senza ricompense. Mi disse che voleva stare con me perché mi aveva osservato da dietro per una mezz’ora e le piaceva la mia riservatezza, il mio starmene in disparte, la mia malinconia, simile alla sua. Le dissi che, per quelle ragioni, potevo sacrificarmi, a condizione che, per equità, si lasciasse osservare da dietro per mezz’ora. Così come lei aveva spiato me. Ci scambiammo di posto, si sedette davanti a me, e si girò a guardarmi con un’aria perplessa.
Le sorrisi e la invitai, a segni, a non farsi problemi, a sdraiarsi, ad appoggiare tranquillamente la sua testa sulle mie ginocchia. A segni lei disse no grazie. A segni insistetti. Rifiutò decisamente. Sorrise. Sorrisi. Si sdraiò. Mi sbirciò dal basso. Le diedi un buffetto sul naso. Mi scostò la mano ma la trattenne nella sua. Fra le mani passò un fremito leggero. Con l’altra mano con un dito, le accarezzai delicatamente la fronte ed i capelli.
Quella sera fummo gli ultimi a lasciare la sala comune.
La mattina dopo fummo i primi a presentarci a colazione.
La giornata era splendida: mettemmo in programma l’itinerario più banale, quello che seguono i turisti che per la prima volta visitano Venezia. Mi seguiva come un cagnolino, felice di quel che le mostravo, felice delle mie dotte annotazioni, felice di tutto. Io la guidavo felice della sua felicità.
Verso le tre del pomeriggio la condussi per calli e ponticelli in un Campo fuori degli itinerari turistici, acquistai pane da un fornaio, mortadella da un salumiere e uva bianca da un fruttivendolo. Mangiammo con gusto sul gradino di un pozzo, bevemmo acqua insipida da una fontana, finimmo il pranzo con un bicchiere di rosso fuori da una superstite osteria.
Poi, mano nella mano, caldi del vino e della reciproca attrazione, girovagammo senza meta e senza orientamento in un labirinto di viuzze quasi deserte, godendo del sole, del contatto, delle vecchie pietre, dell’incanto, dell’acqua, della solitudine, degli odori, della sintonia, delle voci, del nostro smarrimento.
La chiamavo Rosetta, e lei era felice.
Ritornammo al nostro ostello per l’ora di cena, cenammo insieme, uno di fronte all’altra per guardarci in faccia, scambiammo assaggi delle nostre diverse portate, tornammo nella sala comune e ci sedemmo nel nostro angolo, stavolta affiancati, ancora ad ascoltare canzoni ed a sentire il confuso chiacchiericcio, babele di lingue, di ragazzi e ragazze evidentemente stanchi, evidentemente appagati. Comunicando fra noi con poche parole bisbigliate, con molti sguardi e sorrisi, col tenerci le mani, assaporando la dolcezza che impregna i rari momenti magici della vita.

Il giorno dopo ci imbarcammo per Murano. Sul battello, attraversando la laguna, ci mettemmo a prua: si aggrappò al parapetto, chiuse gli occhi e li tenne chiusi, quasi dimenticandosi di non esser sola, quasi ignorandomi: la osservai a lungo mentre con il viso proteso ascoltava il calore del sole, respirava la brezza leggera e annusava la salsedine; muoveva leggermente la bocca, come per bisbigliare parole, come per recitare preghiere o poesie. Svolgeva nella mente un lungo discorso indecifrabile e lo portava a fior di labbra, senza pause; seguiva e traduceva un ragionamento felice, che affiorava in un’espressione beata e sorridente. Senza aprire gli occhi mi cercò la mano, bisbigliò il mio nome e proseguì nel suo sussurro magico. Se avessi baciato, come desiderai, quelle piccole labbra che mormoravano pensieri soavi, avrei rotto un incantesimo.
La visita agli artigiani del vetro fu deliziosa. Rose Rosetta Rosette era piena di meraviglia e non voleva più distaccarsi dal bancone del piccolo laboratorio dietro cui due vetrai si esibivano per i turisti: il primo, un anziano, costruendo boccette panciute col soffio e l’altro, un ragazzetto spiritoso, modellando la pasta di vetro coi movimenti spavaldi di una pinzetta di ferro per ricavarne dei bizzarri cavallini rampanti.
Fuori c’era un bel sole abbacinante. Passeggiammo lungo una via piena di botteghe artigiane, negozietti, bazar. Per staccare Rose dalle vetrinette strapiene di gingilli di vetro e per uscire dalla folla ci infilammo in un vicolo ombroso, stretto fra alti muri su cui si affacciavano piccole porte chiuse e finestrelle. In fondo si vedeva un bagliore forte e riverberi di acque chiare. Il percorso era ingombro di cassette di frutta, secchi di immondizia, ceste, reti, detriti, catini e remi. Il vicolo finiva in una piccola cala: la riva era letteralmente coperta di frammenti di vetro colorato, schegge di cristallo, cocci lucidi, frantumi di soprammobili, statuette mutilate, cannucce e palline di vetro, tazze rotte, paralumi scassati, torciglioni multicolori, pomoli incrinati, vasi screpolati, pezzi variopinti di maniglie, posacenere, cofanetti, pressacarte, pendenti, scacchiere, bomboniere,…
Camminando con circospezione sui detriti arrivammo sulla battigia. I caleidoscopici rifiuti ricoprivano anche il fondo del mare. Eravamo casualmente capitati nella discarica degli artigiani del vetro.
“È così fino a Ravenna” dissi. E Rose assentì convinta. “Siamo nella Baia dei Cristalli” dissi. E Rose annuì. Poi si accucciò e cominciò a scegliere con incertezza i suoi piccoli souvenir. La imitai. Come due bambini ci mostravamo i reciproci reperti in un susseguirsi di sorprese, esclamazioni, stupori. Riempimmo due borse di piccole, preziosissime meraviglie. Non riuscivamo a distaccarci da quell’Eldorado abbandonato.
Tornammo sui nostri passi, attraverso il vicolo maleodorante, e rientrammo nel flusso dei turisti. Ripassammo davanti alle vetrinette sbirciando i piccoli oggetti che non avevamo potuto acquistare, stringendo i sacchetti pieni dei nostri tesori nascosti.
Sul battello rifacemmo l’inventario.
Tra i miei frammenti trovai un piccolo corno a torciglione, dorato, che doveva essere l’attributo magico di un liocorno. Lo regalai a Rosetta, dicendole che il liocorno o unicorno era un cavallo bianco con un corno in fronte e la coda da leone; che era un animale mitologico e magico, dotato di virtù taumaturgiche; che era simbolo di saggezza e poteva essere ammansito solo da una vergine, simbolo di purezza (Rosetta sorrise); le raccontai che nella tradizione medioevale il corno a spirale aveva la capacità di neutralizzare i veleni. Le dissi di tenerlo come portafortuna, in mio ricordo. Prese il piccolo corno, lo rimirò, lo annusò, lo baciò e se lo mise in tasca, separato dagli altri reperti. Poi frugò nella sua borsa, ne trasse titubante una goccia sfaccettata di cristallo, la strofinò sulla maglietta fino a farla brillare, me la mise in mano e mi disse di tenerla cara come la nostra limpidissima amicizia.

Eravamo a San Marco, s’era fatto tardi. Rosetta aveva un appuntamento in albergo coi genitori: dovevano partire per Firenze col treno della notte. Era ora di salutarci. Lei prendeva il vaporetto per S. Lucia, io - dallo stesso imbarcadero - me ne tornavo a Giudecca. Era ora di salutarci. Arrivò il suo vaporetto, fummo presi dal panico. Decise di aspettare quello successivo. Era ora di salutarci. Nel frattempo arrivò il mio. "Prendo il prossimo" dissi; io non avevo fretta. Ci guardavamo e non sapevamo cosa dirci. Negli occhi avevamo pensieri teneri, ma non c’erano parole per dirli. Gli addii hanno sempre in sé qualcosa di patetico: i discorsi che li esprimono hanno sempre qualcosa di sbagliato. Era ora di salutarci, non c’era rimedio. Arrivò il suo vaporetto, poi il mio, poi il suo. Nessuno di noi voleva lasciare l’altro: lei spingeva me, e poi mi tratteneva; io spingevo lei, e poi la trattenevo. Non volevo proprio vederla partire, restandomene sulla riva a sventolare la mano. Non volevo vederla restare a terra, allontanandomi io sull’acqua. Era in ritardo ma non si risolveva. Decidemmo che sarebbe stato definitivo, mio o suo, il primo vaporetto che fosse passato dopo le sette. Ci restavano quattro minuti: insufficienti per contenere le nostre vorticose emozioni, troppi per contenere le nostre convulse pene.

martedì 22 dicembre 2009

SESSANTOTTO E DINTORNI (22): Professori

Fra gli insegnanti alla Cattolica ne ricordo alcuni per ragioni di stima o di affetto, altri - come è giusto - per l’antipatia che suscitavano con le loro ossessioni e con la cavillosità con cui ci inquisivano agli esami; altri ancora sono rimasti nelle pieghe della memoria per alcuni vezzi o tic che ce li facevano sembrare un po’ fuori di testa.
Ricordo Giuseppe Nangeroni, professore di geografia: un simpaticissimo vecchietto che ogni tanto spariva dalla circolazione per mesi e, al suo ritorno, si presentava in aula allegro e abbronzato e ci raccontava delle sue esplorazioni sui vulcani in Africa.
Ricordo il professor Severino, severo anche di fatto, austero proprio come si addice ad un filosofo, autorevole nonostante la giovane età, reso più autorevole ai nostri occhi dalla sua espulsione dalla Cattolica - equivalente al rogo per gli eretici - dovuta a certe incomprensibili posizioni da lui assunte su non so quali aspetti del suo intricato pensare dogmaticamente incompatibili con la dottrina della Chiesa.
Ricordo ancora Giovanni Bazoli, professore di diritto, del quale non frequentai le lezioni, che - oltre che ostiche e noiose - erano da molti di noi ritenute inutili ai fini della formazione umanistica. Mi sembra di ricordare però di aver sostenuto con lui un esame, facoltativo, e di aver preso un bel voto. Nell’82 gli affidarono il compito di rifondare il Banco Ambrosiano, dopo il fallimento accompagnato da accuse di collisione con la mafia e con la finanza vaticana e dopo la morte per impiccagione di Calvi. Negli anni successivi guidò la sua piccola banca alla fusione altre banche - la cattolica del Veneto, la Carialo, la Commerciale Italiana, il San Paolo di Torino - e ora guida uno dei più grandi gruppi bancari italiani.
Ricordo Calvi, un professore di psicologia, che ci propose come esperienza propedeutica al suo corso di passare una settimana in un manicomio. Fu un’esperienza folgorante. L’edificio era un incrocio fra la caserma ed il convento: all’ingresso c’era un posto di guardia, e poi chiostri assolati di una luce irreale, giardinetti desolati, corridoi vasti e spogli, cancelli e porte, serrature e sbarre, androni alti e squallidi, scale consunte, latrine maleodoranti di un misto di piscio e disinfettante, stanzette squallide, letti arrugginiti, materassi logori, lenzuola grezze, coperte militari, tavolini dalla vernice scrostata ingombri di piccoli oggetti inutili, …
Ricordo soprattutto le “interviste” ai matti, le chiacchierate sconclusionate, l’allucinata lucidità di alcuni, l’allegra alienazione di altri, il disperato isolamento, gli sguardi acquosi, i capelli irti, i vestiti sghembi, le bocche sdentate.
Amalia viveva nelle cucine dove la tenevano occupata in mille inutili incombenze: pesava centoventi chili e beveva acqua a litri perché - spiegava con estrema tranquillità - in pancia teneva un presepio intero, e doveva dar da bere a tutti: a greggi e pastori, ai magi, al bue e all’asinello, ai maiali, alle galline, al calzolaio, al mugnaio, all’arrotino, a Maria e Giuseppe, e anche ad Erode e ai suoi soldati.
L’ingegnere mi spiegava che degli esseri di altri pianeti stavano conquistando la terra, ma non lo facevano negli stessi modi grezzi dei Romani o di Gengis Kan: si infiltravano in noi lentamente, prendendo possesso in modo impercettibile del nostro cervello, espandendosi progressivamente nelle nostre cellule, imbevendo la nostra coscienza, saturandoci l’anima. Nessuno poteva avvertire questa occupazione graduale, questa invasione progressiva. Solo lui, l’ingegnere - che per un trauma cranico subìto in un incidente stradale aveva perso la coscienza per tre settimane - aveva percepito il cambiamento al momento del risveglio. E ora, per l’acuita sensibilità, sentiva crescere dentro il nemico: dava l’allarme ma nessuno gli badava. Tentava di convincere gli inservienti e quelli ridevano. I suoi parenti gli davano ragione, ma lo facevano per non contrariarlo. Un infermiere, interamente posseduto, tentava di ridurlo al silenzio con sedativi. Il mondo era perso. Lui avrebbe resistito ancora per poco. A me affidava il compito di diffondere l’allarme, di salvare il mondo.

Nella noiosa routine si aprivano ogni tanto squarci di luce per la mente e sprazzi di energia cerebrale: da una lezione di Negri - che citando con disinvoltura autori di mezza Europa ci catalizzava divagando sul gusto per le rovine nella letteratura del primo Ottocento - si poteva uscire culturalmente appagati; da una lezione della Gallicet Calvetti - che ci parlava con impegno, con fervore e talvolta con rabbia dell’irenismo etico di Spinosa - si poteva uscire assolutamente felici.
Il resto era noia: le lezioni con obbligo di frequenza erano poche, in omaggio ai lavoratori studenti; si passava la giornata spostandosi in piccole mandrie da un’aula all’altra, occupando la biblioteca o la sala di studio, bivaccando nei corridoi.

lunedì 21 dicembre 2009

SESSANTOTTO E DINTORNI (21): Firenze

I primi giorni di novembre del 1966 partii per Firenze con un amico che frequentava la sala di studio della biblioteca Queriniana.
La nostra amicizia era nata dalla comune passione per i libri. Parlando delle reciproche letture, mi aveva segnalato e prestato L’Uomo senza qualità di Musil, in due volumi einaudiani dal prezzo per me inabbordabile.
Il viaggio d’andata lo facemmo, naturalmente, in autostop. Trovammo alloggio in un affollato ostello sotto la collina di Fiesole. Mi sorprese la perfezione minuziosa del suo bagaglio, organizzato, completo, esatto, inappuntabile.
Facemmo indigestione di musei, compresi alcuni “secondari” rispetto ai soliti splendidi e visitatissimi Uffizi, Pitti, San Marco e Palazzo Vecchio. Fra un museo e l’altro si mangiava badando al risparmio, rintanati in qualche osteria o sotto uno dei i rari porticati del centro. La pioggia che picchiava ininterrottamente sulla città non ci permetteva le classiche passeggiate all’aria aperta in Piazza della Signoria, al Giardino dei Boboli o all’Orto Botanico vicino al museo Archeologico.
Il 5 novembre dovevamo riprendere il lavoro: il 3, nel primo pomeriggio, abbandonammo la città sotto un violentissimo temporale, diretti verso l’ingresso dell’autostrada vicino alla Certosa.
Sotto la pioggia battente nessuno si fermava per darci un passaggio. Ci infradiciammo quattro ore prima di chiedere al casellante di trasgredire i suoi regolamenti ed ospitarci sotto la pensilina d’ingresso per chiedere un passaggio ai camionisti fermi davanti alla barra.
Mentre su un furgone di muratori pendolari ci inerpicavamo sulle pendici dell’Appennino verso Dicomano, l’Arno straripava in città e un’ondata di fango sommergeva strade e vicoli, inondava case e negozi, allagando la Biblioteca Nazionale, rovinando in Santa Croce ed nel suo Museo dell’Opera, espandendosi nei piani bassi ed nei depositi degli Uffizi, nelle chiese e nelle sacrestie, coprendo il centro di melma e detriti.
Il 4 novembre, di mattina, le televisioni di tutto il mondo mandavano in diretta le immagini del disastro.

Da tutta Italia e da molti paesi d’Europa e d’America accorsero i “cappelloni”.
Di giorno lavoravano fino allo stremo accanto ai fiorentini, vicino ai pompieri e ai militari. Tutti impegnati a salvare il salvabile: i crocifissi lignei del Trecento e le bottiglie di vino delle cantine, i manoscritti della Biblioteca Nazionale e gli attrezzi degli artigiani, le metope etrusche e la merce accatastata nei magazzini dei commercianti.
Di notte riempivano ogni metro quadrato asciutto, affratellati dalla spossatezza, dalla consapevolezza di essere singolarmente insignificanti, formiche minuscole nel disastro immane, ma collettivamente forti, utili, importanti, efficaci, protagonisti di un’azione “storica”.
I lazzaroni si rivelavano infaticabili, le teste vuote sapevano pensare e decidere, i figli di papà dimostravano di saper fare qualcosa che i loro padri nemmeno avevano considerato.
I media li battezzarono immediatamente, con pomposa retorica, “gli angeli del fango”: loro, senza nulla di angelico, spalavano fango con uno straccio sulla bocca, gli occhi arrossati e le vesciche sulle mani.

giovedì 3 dicembre 2009

SESSANTOTTO E DINTORNI (20): Via da Amsterdam

... Non me la sentivo di proseguire quel viaggio: la meta vagheggiata, Amsterdam, non mi attirava più. A dire la verità, non mi aveva mai attirato. Risalendo il Reno ci sarei arrivato inevitabilmente: per questo tenevo un cartello di John con scritto “AMSTERDAM”. La città olandese era la meta naturale di chi percorreva l’autostrada verso nord, di chi seguiva la corrente del fiume e di chi assecondava il flusso di tutti quegli scombinati che vi confluivano in cerca di “sesso, droga e rockenroll”. Amsterdam era come La Mecca: ogni anticonformista doveva farci un pellegrinaggio nella vita prima di essere ammesso nella comunità dei beat. Tutti i cappelloni del mondo erano lì, come mosche sulla merda, a guardare i battelli in transito sui canali, a cercare fumo, ad affollare i giardinetti e a percorrere le strade del quartiere a luci rosse.
Io, dopo la storia di Praga, non avevo voglia di “gettarmi in quel gomitolo di strade”. E poi il mio istinto mi diceva che seguire il flusso degli anticonformisti era una forma di conformismo inconsapevole e scemo. Era come non tollerare l’intolleranza, elevare a religione l’ateismo, proclamare dogma l’antidogmatismo.
Avevo sognato di arrivare ad Amsterdam solo per una ragione: farmi una scorpacciata di musei e poi tornare per raccontare agli amici la plasticità dei Van Eyck più che quella delle turiste disinibite; per descrivere le inquietanti visioni oniriche di Bosch più che quelle prodotte dalla canapa; per decantare le rotondità dei quadri di Rubens e Van Dyck e non quelle delle puttane in vetrina; per esaltare i personaggi ed i paesaggi ritratti da Van Gogh, più pastosi, densi e cupi delle notti d’Olanda.
Decisi di abbandonare la Germania, di puntare a sud-ovest, lungo la Mosella - risalendo la corrente - verso il Lussemburgo.
Ma il viaggio aveva perso senso. I percorsi erano tragitti; le mete diventavano soste; gli incontri non lasciavano segni. Mi sedevo sugli scalini di una chiesa, sulle panchine dei giardini, sulle sedie fuori da un bar, sul bordo di una fontana e osservavo la gente; sostavo davanti a un museo, ai margini di una piazza, sotto un portico, alla fermata degli autobus, sopra un ponte e guardavo scorrere la vita. Ascoltavo le voci senza tentare di capire: mi piaceva immaginare che dicessero cose strepitose, ma sapevo che si scambiavano banalità, si lamentavano del tempo, del governo o del mal di piedi; mi piaceva immaginare che corressero a fare chissà cosa, ma sapevo che erano in ritardo per la cena, correvano dal dentista, scappavano dal lavoro. Guardavo i miei coetanei e immaginavo tutti più felici di me, ma sapevo che ce n’era di più scontenti, di più stupidi, di più squallidi, di più soli. Guardavo le ragazze e ne vedevo di carine ma anche di ciospe, di scialbe, di furuncolose, di inavvicinabili. I vecchi erano vecchi, i poliziotti erano poliziotti, i bottegai erano bottegai. I paesaggi erano interessanti, ma paragonabili a quelli del Veneto, dell’Umbria, dell’Emilia. Il traffico era fastidioso come ovunque, i grossi cartelloni pubblicitari erano invadenti e stupidi e con slogan scontati.
A tappe regolari arrivai in Francia: mi parve che cambiassero solo gli odori. Attraversai la Lorena, puntai su Nancy per arrivare a Lione. Rientrai in Italia attraverso il traforo del Monte Bianco. A Chamonix mi parve, come un viandante, di essere in vista della strada di casa.

martedì 1 dicembre 2009

SESSANTOTTO E DINTORNI (19): Marie, detta Svoboda

A Basilea, nell’ostello, feci amicizia con una cecoslovacca da poco emigrata in America. Si chiamava Marie, ma io la chiamavo Svoboda, come il suo presidente, per scherzo, ma anche per i suoi modi bruschi, il suo carattere chiuso, la sua taciturna introversione. Viaggiava verso nord, nella mia stessa direzione: a lei faceva comodo avere un compagno di viaggio, per sicurezza, considerato che anche allora le ragazze sole erano malviste e correvano qualche pericolo; a me faceva comodo avere una compagna di viaggio, per utilitarismo, considerato che era più facile ottenere passaggi se ero in compagnia di una ragazza, bella o brutta che fosse.
Risalimmo la valle del Reno, attraversando Friburgo (l’apoteosi del medioevo tedesco), la Foresta Nera (anche dall’autostrada si capisce che il nome è indovinato), Baden-Baden (che noi ridacchiando chiamavamo Baden-Baden-Baden), Heidelberg (dove, secondo le guide turistiche, si sarebbe dovuto respirare in ogni angolo aria di erudizione), Mannheim (dal castello ricordo un panorama fumoso ma splendido, con la confluenza del Neckar nel Reno), Mainz (altra confluenza Reno-Meno; visitando la città seppi che Mainz non era altro che Magonza, la città di Gutenberg), Coblenza (altra confluenza Mosella-Reno, ricordo una chiesa con due sproporzionati e inverosimili campanili nella facciata).

Io e Svoboda stavamo insieme me non eravamo insieme. Si parlava poco, in un francese incerto, il suo diverso dal mio, e più incerto. Si mangiava in fretta, si trottava molto, si riposava affiancati, girandoci la schiena.
Una sera - il sole al tramonto ispirava nostalgie e confidenze - le chiesi di parlarmi della sua vita in America. Mi disse che c’era da pochi mesi e che dell’America non voleva parlare. Le chiesi allora di Praga. Mi disse un po’ cupa che non voleva parlare nemmeno di Praga. Le chiesi di Kafka, mi ripose con un silenzio ostinato, a testa bassa. Parlai io di Kafka, come se dovessi svolgere una relazione, ma con entusiasmo: parlai della gelida storia di spersonificazione di Samsa ne La metamorfosi e della sensazione di forte immedesimazione che avevo provato nel leggerlo; parlai dell’inquietudine che mi aveva assalito nel leggere Il processo, del senso di lacerazione che ti prende scorrendo le pagine de Il Castello; parlai degli sconcertanti Diari e, siccome continuava a tacere, mi misi a raccontarle le pagine che mi avevano maggiormente colpito. Le chiesi se si riconosceva, considerato il suo esilio, nelle vicende di Rossman emigrante in America .
Parlando mi infervoravo. Svoboda cominciò ad un certo punto ad allentarsi e a sbirciarmi incuriosita, sempre sospettosa. Forse non capiva quello che dicevo. La vidi però attenta, a tratti mi pareva quasi attratta. Feci ancora qualche considerazione. Dissi che amavo Kafka perché lo sentivo vicino al mio modo di essere. Le parlai di me con la stessa foga con cui avevo parlato di Franz, sovrapponendo il mio mondo al suo, la mia angoscia alla sua, la mia desolata inquietudine alla sua.

Ad un certo punto, mentre mi attorcigliavo in considerazioni troppo complicate e cominciavo ad eccedere col mio narcisismo, mi accorsi che Svoboda stava piangendo. Nel quasi-buio della sera vidi chiaramente i suoi occhi pieni e le lacrime non frenate. Mi bloccai. Lasciai che si ristabilisse il silenzio, dopo tante chiacchiere inopportune. Ed aspettai senza chiedere.
Svoboda cominciò a parlare, sottovoce, quasi impercettibilmente. Mi parlò, con frasi brevi e smozzicate, in quel suo francese duro. Mi parlò di Praga, del suo quartiere, della sua strada. E mi raccontò dei carri russi che erano passati davanti al suo palazzo la notte fra il 20 ed il 21 agosto del 1968.
Era passato solo un anno, ma Marie aveva tutto scolpito in testa. Raccontava senza interrompersi, come se recitasse una preghiera ripetuta mille volte, con un bisbiglio monotono. Ricordava i rumori dei motori nella notte, la fila dei camion e dei carri armati, l’idea che fosse un’esercitazione militare, la colonna dei blindati che non finiva più; le luci che si accendevano una dopo l’altra a tutte le finestre, la gente che scendeva in strada in pigiama, i carri, i soldati sui carri, divise russe, polacche, ungheresi; la colonna che non rispettava il semaforo, i cingolati che svoltavano verso il centro sgretolando l’asfalto.
Svoboda piangeva senza frenarsi e continuava a ripetere: ”L’asfalto, hanno rovinato l’asfalto, hanno rotto la strada; hanno lasciato buche, tombini sfondati, selciato dissestato; hanno rovinato tutta la mia strada; e continuavano a passare sui detriti, fino a scorticare il fondo, a far affiorare la terra,…; non c’è più la mia strada, me l’hanno rovinata tutta …”.
La chiamai per nome - Marie - e le presi delicatamente la mano. Continuò a piangere come si io non ci fossi. Le lasciai la mano e me ne restai lì seduto in silenzio ad ascoltare i suoi singhiozzi.
Le prestai il fazzoletto per soffiarsi il naso.
Quando si quietò rientrammo all’ostello, senza parlare.

Il mattino dopo Svoboda-Marie venne a salutarmi: aveva la febbre, avrebbe preso il treno per Colonia e poi l’aereo per casa.
Mi abbracciò stretto stretto, si staccò per guardarmi con una smorfia che pareva sorriso ma forse non lo era, mi ringraziò tenendomi le mani sulle spalle, guardò il mio imbarazzo, mi strinse ancora forte, lei tremante, io impalato, come il vero Svoboda.
Poi si staccò bruscamente e se ne andò senza voltarsi indietro.

SESSANTOTTO E DINTORNI (18): John

Da Venezia presi la direzione di Milano. Il camionista che mi diede il primo passaggio mi lasciò in un autogrill dalle parti di Vicenza. Mi aggregai sullo svincolo d’ingresso ad un compagno attrezzatissimo (pareva uno scout col suo bravo zaino, lo stuoino infilato di traverso nelle cinghie dello zaino, il sacco a pelo, la borraccia a bandoliera, il cappello a tese larghe col laccio sottogola; ed era perfino dotato di un grosso pennarello e di un pacco di cartoncini bianchi rettangolari per scriverci in stampato la città-traguardo da mostrare alle macchine in transito). Era prassi consolidata che gli autostoppisti solitari si accoppiassero per ottenere più facilmente i passaggi e per viaggiare sicuri.
Il giovanottone era di New York; si chiamava John Mc Gibbon; era diretto ad Amsterdam per ricongiungersi con il padre e riprendere il volo per gli USA. Trovammo subito un passaggio. L’automobilista che ci raccolse usciva al casello di Brescia ovest; era mezzogiorno; mia sorella abitava a poca distanza; con qualche difficoltà linguistica ma aiutandomi a gesti invitai John - che parlava solo inglese - a pranzo: facemmo una doccia sotto gli alberi del parco, con la canna per innaffiare le aiole, mangiammo salamine alla brace e ripartimmo immediatamente. Era necessario arrivare a Lugano o a Locarno o a Bellinzona prima di notte per trovare ospitalità nell’ostello e per partire poi di buonora per il passo del San Gottardo che, mi spiegò John, doveva essere attraversato, non capii perché, di mattina.
Arrivammo a Bellinzona verso l’imbrunire. John mi disse che lui non dormiva nell’ostello, che si sarebbe organizzato diversamente. Abbandonò l’asfalto e si diresse verso un cantiere sul pendio della collina. Si fermò a venti passi, si aggiustò lo zaino, si girò. Non capii se per salutarmi o per invitarmi a seguirlo. Non avevo voglia di mettermi a cercare l’ostello. Mi incuriosiva sapere come il cow-boy avrebbe risolto il problema della notte. Lo seguii. Entrammo nella villetta in costruzione: mancavano porte e finestre, l’impianto elettrico era in fase di allestimento, mancavano i pavimenti, non tutte le stanze erano intonacate. John spazzò un angolo di una stanza con un mozzicone si scopa trovato fra i calcinacci, aprì dei fogli di cellofan inzaccherati di malta, ci stese sopra uno stuoino e sopra lo stuoino srotolò il sacco a pelo. Lo guardavo , come un apprendista guarda il maestro. Si sedette su due sacchi di cemento, tirò fuori il sacchetto dei viveri e si mise a mangiare. Mangiucchiai anch’io alcuni avanzi, sbirciandolo, e ostentando disinvoltura. Mangiammo in silenzio. John bevve una lattina di birra calda, con l’ultimo sorso si sciacquò rumorosamente la bocca, sputò la schiuma fuori dalla finestra e si infilò nel sacco a pelo. Era quasi buio. Gli dissi “gutnait” e uscii dalla stanza. Una scala senza ringhiera portava al piano di sopra. Salii la scala alla luce dell'accendino. In cima alle scale si aprivano tre porte su due camere e un bagno. La vasca da bagno era già murata ma ancora protetta da carta adesiva e ingombra di calcinacci. Mancava la rubinetteria. Tolsi i calcinacci, distesi nella vasca il mio sacco a pelo, mi sdraiai. Dalla finestrella del bagno si vedeva il profilo di una collina e un pezzo di cielo con le sue brave stelle.
La mattina fummo svegliati alle sei dal trambusto dei muratori che si preparavano al lavoro. Dopo aver fatto fagotto delle nostre robe, sfilammo davanti a loro in silenzio. Uno ci salutò con una certa simpatia.
Ad Airolo, sulla strada che saliva al Gottardo, superai il mio record di attesa di passaggio - quasi quattro ore - e dovetti rassegnarmi a prendere il treno per Andermatt, dall’altra parte del passo. Seppi poi che le auto venivano caricate sul treno e trasportate al di là della galleria e pagavano un pedaggio al quale si aggiungeva una gabella per ogni passeggero trasportato.
Andermatt la ricordo incassata fra alte pareti di montagna; sole due ore di sole al giorno in estate; una fontana con l’acqua più fresca e buona di tutta la mia vita; un piccolo ostello grazioso, pulito, confortevole; un pranzo leggero e gustoso; un’aria frizzante, proprio svizzera.
A Basilea John prese il treno per Amsterdam perché era in ritardo sulla tabella di marcia. Visitai Basilea in un giorno e mezzo: ricordo solo una cattedralona protestante. Girando per le strade, per assorbire il genius loci, come amavo fare in ogni città nuova, fiutavo reminiscenze confuse di Concili, Trattati, contese e robe del genere; mi facevano sorridere poi anche altre insopprimibili reminiscenze suggerite dal nome tedesco della città – Basel, che in bresciano vuol dire “bacialo” – o da quello francese – Bâle, la cui traduzione in milanese è facilmente intuibile.

lunedì 30 novembre 2009

SESSANTOTTO E DINTORNI (17): autostop

In quegli anni fare l’autostop era estremamente facile: se si era poi in compagnia di una ragazza, si poteva star certi di avere un passaggio da ogni macchina in transito.
Viaggiando in autostop si facevano incontri veramente interessanti: la tipologia degli automobilisti disposti a dare passaggi era più variegata di quanto si potesse immaginare: si fermavano i vecchi per avere compagnia, i giovani per solidarietà generazionale, le donne mature per istinto di maternità, quelle giovani per curiosità; si fermava il viaggiatore abituale per istinto, il sedentario per invidia, il commerciante per naturale simpatia, il prete per carità, il camionista per impulso naturale, il professore per insopprimibile istinto professionale.
Ho ricevuto passaggi da trasportatori di suini e da famiglie in vacanza, da motociclisti folli e da militari, da suore e da commessi viaggiatori, da coppie litigiose e da vecchi aristocratici.

Una volta fui caricato da un distintissimo signore che aveva una splendida Citrôen DS, la meravigliosa “deesse”, dal muso affusolato; quella che nel fermarsi si afflosciava e nell’avviarsi si sollevava come se volesse misurare la strada prima di balzare in avanti e decollare. L’interno della macchina era interamente foderato di pelle di leopardo, il cruscotto era di pregiatissima radica, i comandi erano lucidissimi. Il vecchio automobilista indossava un completo di flanella principe di Galles dalle tonalità ocra e tabacco, calzoni alla zuava, calzettoni color caffè, scarpe gialle all’inglese, giacca corta sportiva e bordata in pelle, guanti in pelle bicolore, traforati con le dita scoperte, dolcevita dal collo alto color panna, occhiali d’oro; aveva dei baffetti perfettamente curati e le basette brizzolate spuntavano fuori da una berretta di lino grezzo, con la visiera breve e la calotta traforata.
Il “nobiluomo” si informò sulla mia destinazione, mi comunicò in un francese ben scandito e con limpidissima pronuncia, diverso da quello frenetico e incomprensibile dei parigini, che non avrebbe potuto accompagnarci per un lungo tratto, essendo ormai vicino alla sua residenza. Poi, nel breve tragitto, mi fece alcune domande informandosi soprattutto dei miei studi, si complimentò col mio francese che, annotò compiaciuto, era un francese un po’ demodè, antiquato, quasi ottocentesco e quasi perfetto.
Ad un certo punto rallentò, mi disse che era arrivato, si fermò, mi salutò con aperta simpatia e mi fece scendere; fece poi una larga e lenta inversione, ripassandomi davanti mi salutò di nuovo portandosi la mano alla visiera senza girare la testa, impettito e altero come la sua maestosa vettura.
Mi ritrovai alla fine di un lungo viale, all’ombra di un immenso platano, in un punto in cui le macchine in transito erano costrette a rallentare e ogni automobilista mi poteva vedere da lontano: una postazione perfetta per attendere un altro passaggio...

lunedì 23 novembre 2009

SESSANTOTTO E DINTORNI (16): le regole dell'autostop

Il rituale dell’autostoppista perfetto era immutabile e le regole per viaggiare senza problemi erano codificate. Quell’anno, per divertimento, stilai delle norme di comportamento dell’autostoppista: un breve galateo che intendevo far tradurre in diverse lingue, per farne omaggio ai compagni di avventura.
Le prescrizioni, distillato di intuito psicologico, esperienza e scambi culturali transnazionali, erano le seguenti:

1. L’abbigliamento dell’autostoppista deve essere in ordine e l’igiene particolarmente curata, per superare il primo impatto visivo: non sono consentite scarpe sporche, vestiti trasandati, aspetto trascurato, sudore, polvere, bagagli trasbordanti, bastoni, cartocci alimentari in vista, bottiglie in mano,…;
2. il pollice “recto” deve essere mostrato senza titubanza, col braccio ben teso; non è necessario agitare la mano;
3. lo sguardo deve essere tranquillo e fisso sugli occhi dell’automobilista in arrivo che deve sentirsi direttamente “puntato” e personalmente interpellato;
4. l’espressione del viso deve essere bonariamente serena, in modo da far superare la diffidenza e nello stesso tempo far capire che il passaggio richiesto non è dovuto ad una sgradevole emergenza;
5. se l’automobilista in arrivo accenna a rallentare è necessario elargirgli un sorriso più vistoso, per esprimere approvazione e mostrare riconoscenza;
6. prima di salire in macchina è bene ringraziare per la gentilezza e salutare;
7. è poi consigliabile scuotere la polvere dalle scarpe, con lo stesso gesto di riguardo che si usa prima di entrare in casa d’altri;
8. può essere segno di garbo fare il tentativo di accomodarsi sui sedili posteriori per non apparire invadenti, anche se poi in concreto nessun automobilista accetta di avere uno sconosciuto alle spalle;
9. se l’automobilista non dispone diversamente, è buona norma tenersi borse e zaini sulle ginocchia o sotto il sedile accanto ai piedi, per non sciupare i sedili ma anche per esprimere la temporaneità dell’intrusione e la transitorietà della sistemazione;
10. le portiere vanno chiuse con delicatezza per comunicare un senso di rispetto nei confronti della proprietà altrui;
11. la prima informazione da dare all’autista deve riguardare, a scanso di equivoci, la destinazione finale del proprio viaggio, per consentirgli di valutare il tratto da percorrere insieme;
12. bisogna presentarsi dicendo nell’ordine nome, cognome, nazionalità, motivo del soggiorno, scopo del viaggio;
13. è assolutamente proibito togliersi le scarpe una volta accomodati, e bisogna evitare anche di liberarsi da maglie, giubbini o altri indumenti, per non dare l’impressione di una presa di possesso dell’abitacolo;
14. per la stessa ragione non ci si deve sdraiare, non bisognava occupare due posti, è sconveniente appoggiare la nuca allo schienale o al poggiatesta;
15. è assolutamente disdicevole soffiarsi il naso, grattarsi, sbadigliare;
16. è inopportuno spostare i sedili o modificarne l’inclinazione, abbassare i finestrini, toccare oggetti collocati sul sedile;
17. se sul cruscotto sono esibite in bella mostra le foto di figli o mogli, non è necessario esprimere valutazioni che apparirebbero inevitabilmente frutto di piaggeria e quindi fastidiose o imbarazzanti;
18. è disdicevole leggere i giornali dell’ospite o leggere libi propri, consultare guide, prendere appunti, ... estraniandosi e ignorando il dovere di intrattenersi con l’autista;
19. bisogna lodare le bellezze del luogo solo se lo richiede la conversazione e assentire con discrezione alle lodi rivolte alle bellezze dell’Italia;
20. è cortese interessarsi con educata cautela della professione o ascoltare le confidenze dell’occasionale compagno di viaggio, ma non è opportuno dilungarsi troppo o con eccessiva enfasi nel riferire di sé;
21. non si deve assolutamente cedere alla tentazione di snocciolare la propria biografia;
22. non è opportuno guidare la conversazione, cambiare argomento, mostrare eccessiva curiosità, fare domande indiscrete o esageratamente compiacenti, esprimere opinioni con troppa energia, emettere valutazioni drastiche, confutare opinioni espresse, contraddire, far trapelare disapprovazione,… ;
23. è disdicevole raccontare barzellette, anche se l’ospite ci fa partecipi di tutto il suo repertorio;
24. nel caso in cui sulla macchina ci dovessero essere altre persone è necessario fare in modo che la conversazione sia partecipata e circolare, non bisogna interrompere, prevaricare nel dialogo, intromettersi; …
......

venerdì 13 novembre 2009

SESSANTOTTO E DINTORNI (15): i miti

I miti dei nostri fratelli maggiori erano l’America e la Russia.
L’America aveva liberato l’Italia dal fascismo e dai tedeschi, ma – soprattutto – ci aveva portato la sua ariosa letteratura, il cinema, i fumetti, la musica nuova, la televisione, la plastica, il popcorn e la gomma da masticare.
La Russia era il paese in cui si andava realizzando il sogno del comunismo, del collettivismo egualitario, del riscatto dalla povertà, della giustizia interclassista, dello stato etico, del potere al popolo.
Ma la Russia che voleva liberare tutti gli oppressi della terra si rivelò incapace di liberare se stessa e divenne un impero grigio e monolitico, infelice e tetro, primitivo e atroce, impermeabile e minaccioso.
E l’America, che pretendeva di esportare in tutti i paesi i suoi principi di libertà, si rivelò presto capace solo di divorare e conquistare, di opprimere i movimenti di liberazione che non contemplavano l’accettazione della sua interessata alleanza: dispiegò una politica militarista di sopraffazione, appoggiò i più feroci regimi dittatoriali (dalla Grecia all’America Latina, all’Africa, al Vietnam), finanziò movimenti e partiti politici conservatori o palesemente fascisti, soffocò e aiutò la repressione delle lotte di liberazione nel terzo mondo, difese con ogni mezzo illecito il modello di sviluppo capitalistico che prevedeva il brutale sfruttamento dei paesi poveri, si oppose senza esclusione di colpi (ricorrendo anche ad assassini politici) alla emancipazione delle ex-colonie..

Per queste ragioni noi eravamo antisovietici e antiamericani. Orfani. Antisovietici rancorosi perché comunisti traditi dal paese fratello. Antiamericani livorosi perché l’America era responsabile della grave involuzione dei valori della rivoluzione francese di cui tutti, compresi i comunisti, ci sentivamo figli.
Ammiravamo i piccoli e tenaci vietnamiti che combattevano contro i giovanottoni ben pasciuti e viziati, resistevano abbarbicati nelle loro foreste bruciate dal napalm, infognati nelle loro catacombe (rifugi sotterranei con camminamenti, ospedali, depositi di armi), lottavano con fucili antiquati contro elicotteri, e tendevano agguati con trappole di bambù, si infiltravano per morire uccidendo gli invasori, pativano stenti e fame mentre i cow-boys americani venivano riforniti di tutto, perfino dell’eroina necessaria per vincere la nausea che li assaliva quando partivano in missione per massacrare donne e bambini.

SESSANTOTTO E DINTORNI (14): la contestazione globale

La necessità di contrapporsi a prescindere nei confronti di chi esercitava il potere in nome di un’autorità spesso immeritata divenne per noi una fissa esasperata e qualche volta un po’ esasperante.
I genitori che comandavano grazie ad un principio d’ordine atavico e codificato anche dalla religione (onora il padre e la madre) dovevano essere disobbediti: ma io mi trovavo in difficoltà a disobbedire a genitori non autoritari che si fidavano di me e che mi insegnavano con l’esempio concreto e non con petulanti verbalismi a vivere onestamente e a improntare i comportamenti a saldi principi etici.
La scuola doveva essere contestata radicalmente e totalmente, le sue regole dovevano essere trasgredite, i riti erano da rifiutare, le attese degli insegnanti andavano disattese, nulla e nessuno andava salvato: diventava quasi un obbligo reprimere i moti di affetto per il professore simpatico e nascondere la stima per l’insegnante che sapeva meritarsela.
Alcuni nostri capetti, quelli che emergevano, erano spesso i più radicali e ottusi: predicavano e praticavano la disobbedienza, sobillavano la massa invitando tutti a sbeffeggiare i padri naturali e spirituali, guidavano la rivolta contro le autorità, … e non coglievano la contraddizione implicita che vive chi si mette a capo di un movimento che vuol decapitare i capi!
Qualche volta mi divertivo a stuzzicare l’arroganza dei nostri Masaniello rilevando queste incoerenze. Se, per esempio, il nostro agente di Pechino indiceva un’assemblea e partiva con i suoi anatemi contro il potere, non resistevo alla tentazione di alzare la mano educatamente e di aspettare che mi desse la parola (“Prende la parola il compagno studente”) per dire:
“Tu contesti globalmente il nostro sistema scolastico affermando che educa alla subalternità. Sono d’accordo con te. Ma non ti pare di mettere in atto lo stesso depravato meccanismo nel momento in cui (evitavo accuratamente di dire “nella misura in cui”) ti metti in cattedra, presiedi, moderi, dai e togli la parola, parli quanto ti pare, ammaestri, chiami l’applauso, lanci slogan, catechizzi, indottrini, inculchi,…?”
L’allocco abboccava, si indignava, perdeva il controllo di sé e articolava una risposta categorica, assertoria, spesso accompagnata da stigmatizzazioni offensiva (“reazionario, revisionista, riformista, deviazionista, menscevico, fascista, democristiano,…”).
La folla applaudiva. Io avevo buon gioco nello sfidare la canea affermando, a voce bassa: “Voi siete contro tutte le istituzioni repressive – la chiesa, l’esercito, la scuola, la famiglia, la polizia, la magistratura, i manicomi, … – ma se qualcuno ha qualcosa da obiettare, scatta l’anatema, parte l’accusa di eresia, preparate il rogo, cacciate l’obiettore a calci nel culo! Voi siete gli inquisitori, voi i sanguinari sanculotti, voi i fascisti!”.
E restavo, a dispetto di tutti.
Ero un anarcoide che usava il sarcasmo al posto delle bombe, la parola caustica al posto dei pugnali, l’ironia al posto del livore. Come tale non potevo essere amato da chi si prendeva troppo sul serio, da chi coltivava la supponenza e ignorava la misura, da chi usava la tracotanza per combattere la prepotenza, da chi non sapeva ridere di sé e sorridere agli altri.

venerdì 6 novembre 2009

SESSANTOTTO E DINTORNI (13): polizia

La squadra politica conosceva parecchi di noi. Alcuni, i capi e i casinisti, erano sicuramente schedati. Ma si favoleggiava che fossimo schedati tutti, anche quelli che, eversori emergenti, erano semplicemente passati per la facoltà occupata: eravamo convinti che in uno scantinato di via Musei ci fosse un classificatore con le nostre cartellette di cartoncino sulle quali, con rotonda grafia, era segnato il nostro nome, cognome, luogo e data di nascita, residenza; e che dentro, su foglietti ordinati, fossero conservate altre informazioni utili: il mestiere dei genitori, l’orientamento politico della famiglia, il credo religioso, l’appartenenza sindacale; lì venivano registrate con accurata meticolosità la nostra adesione alle manifestazioni, la partecipazione ad occupazioni, il ruolo da noi assunto nei cortei, il comportamento tenuto nei sit-in.
La polizia ci teneva d’occhio. Fischiettando le musiche di Theodorakis ci sentivamo un po’ tutti dei Panagulis.
Ma anche noi tenevamo d’occhio la polizia…
… Un pomeriggio d’inverno (quella sera il Grande apriva la stagione lirica) bighellonavo sotto i portici con i soliti quattro amici. Da bravi scioperati facevamo le canoniche tre “vasche”, tra piazza Loggia e via Mazzini, percorrendo i portici di via X Giornate e quelli di corso Zanardelli, andata e ritorno.
In corso Zanardelli appunto, presso il cinema Centrale, ci eravamo fermati a sbirciare la programmazione delle sale cinematografiche della città (allora c’erano almeno dieci sale in centro: Centrale, Crociera, Sociale, Aquiletta, Magenta, Astra, Odeon, Eden, Moderno, …).
Davanti al Grande c’erano assembramenti variegati: capannelli di avvocati e notai, bivacchi di studenti sui gradini del teatro, famigliole provinciali assiepate davanti alle vetrine, sfaccendati eterogenei che slalomavano spintonando tutti.
Riconobbi, proprio davanti alle vetrine del cinema, un poliziotto della squadra politica: mi pareva impegnato a studiare i passanti facendo finta di essere impegnato a chiacchierare con due tipi che, dall’abbigliamento trasandato in contrasto con le scarpe lucidate con zelo militare, si rivelavano bellamente come dei questurini in servizio permanente effettivo.
”Quelli sono della pula, … passaparola. Venite con me che gli facciamo uno scherzo” dissi a Luigi.
Ci muovemmo nella loro direzione.
Dietro di me Luigi avvertiva il gruppetto.
Non ci fu bisogno di concordare il copione.
Avevamo appena finito di scambiarci notizie ed opinioni sul lancio di uova marce che i compagni di Milano avevano organizzato per boicottare la prima della Scala, contestare la manifestazione mondana e l’ostentazione della ricchezza, stigmatizzare l’esibizione del decoro borghese e sottolineare la sfrontata insensibilità della classe capitalistica.
Giravano voci che, contro le signore impellicciate e contro le ingioiellate madame della borghesia milanese, erano stati lanciati palloncini pieni di vernice rossa, a simboleggiare il sangue dei visoni versato sull’altare della vanità: lo sfregio indelebile (si trattava di vernice a olio) segnava l’inizio di una rivolta delle vittime contro gli oppressori, l’avvio di una vendetta, il primo squillo di una rivoluzione.
Ci appostammo alle spalle del terzetto ed iniziammo la pantomima dei Carbonari.
Con una voce da cospiratori, tono basso ma volume che potesse arrivare alle orecchie tese dei questurini, chiesi agli amici se era “tutto pronto”.
- Ho preparato tutto io – disse Luigi.
- Dove avete messo la roba?
- Nella cantina di Beppe.
- Avete preparato anche i cosi?
- Gli embrioni?
- Eh, certo!
- A che ora ci troviamo?
- Alle otto!
- Non è mica meglio alle undici, per l’uscita: fa più effetto!
- No, meglio prima: boicottare è meglio che guastare; prevenire è meglio che curare!
- Viene anche Mario?
- No, Mario non può venire: suo padre lo ha castigato: è agli arresti domiciliari!
- Quanti siamo in tutto?
- Tutti, meno Mario.
- Portiamo i fazzoletti da muso?
- Meglio di si….
E via improvvisando.
Dietro di noi gli agenti in borghese stavano con le orecchie tirate: non facevano nemmeno più finta di chiacchierare tanto erano tesi, allibiti per la nostra disinvoltura, sconcertati per la nostra ingenuità, felici come topi capitati per caso in un magazzino di formaggi.
Il nostro gruppo, sempre complottando, si spostava – tre passi e una sosta – verso via Mazzini.
La ronda ci tallonava con manovre incerte. Uno di loro smanettava con una ricetrasmittente.
- Andiamo alla macchina! disse Luigi, e accelerò il passo. Noi dietro.
I poliziotti si misero decisi alle nostre calcagna.
Aumentammo l’andatura: aumentarono l’andatura.
Ci fermammo un attimo, come incerti se tornare indietro: si fermarono incerti.
Ripartimmo: ripartirono.
Mi fermai a bere alla fontanella dietro un pilastro, con gli amici che facevano crocchio intorno a me: uno degli agenti si chinò per allacciarsi una scarpa, con i due colleghi che gli facevano la guardia.
Passando dietro l’edicola ci bloccammo a studiare le offerte filateliche: uno di loro si arrestò a guardare le riviste di navigazione a vela, un altro si infilò nell’andito di una vetrina per tenerci d’occhio attraverso i vetri, il terzo si mise a tastare con aria preoccupata tutte le tasche che aveva.
Affrettammo il passo verso l’angolo di via Mazzini, dove finiva il portico: la pattuglia affrettò il passo a pochi metri da noi.
Girato l’angolo, uno di noi partì di corsa, e gli altri via dietro: sentimmo lo scalpiccio di scarpe chiodate alle nostre spalle.
Attraversammo la strada per infilarci nella stretta traversa di via Antiche Mura: il terzetto non mollava.
Imbucammo la viuzza e partimmo di gran carriera: bastava arrivare in fondo alla via e dividersi, due verso piazza Vescovado e due in corso Magenta. Saremmo tornati sul corso affollato e ci saremmo dispersi. In fondo a vie Antiche Mura, in quel momento deserta, si pararono a far da diga tre o quattro individui schierati. Dietro di noi i tre imboccavano la via e avanzavano tranquilli, allineati, al passo, in sincrono, con i pollici infilati nelle cinture.
Senza una parola, noi ci raggruppammo come pollastri nella capponaia; senza una parola, loro fecero cerchio e uno ci chiese i documenti.
Armeggiando fra tasche e portafogli tirammo fuori le nostre carte e, remissivi e mogi come cani bastonati, formammo una specie di fila. Quello che sicuramente era il loro capo prendeva il documento, lo rigirava schifiltoso fra le mani, lo studiava, leggeva cognome, nome e indirizzo ad alta voce, ripeteva il cognome come per fissarlo nella mente, lo scandiva come per ripescarlo nella memoria, lo sillabava guardando il suo sottoposto che trascriveva tutto su un taccuino, compitando come uno scolaretto lento.
Noi aspettavamo silenziosi, gli assedianti ci osservavano tranquilli.
Dopo ogni registrazione, la nostra carta di identità passava nelle tasche del capo.
L’operazione non finiva mai.
Finito il giro, il capo tirò fuori dalla tasca i nostri documenti, li mescolò come un mazzo di carte, ci fissò per qualche secondo continuando a smazzare in silenzio; poi cominciò a restituirci le nostre carte, una per una, pescando a caso come un cartomante, e rileggendo i nomi come per un appello.
“Potete andare – disse alla fine con paterna accondiscendenza – ma state attenti: non fate giochetti pericolosi, pericolosi per voi, intendo. E andate a nanna presto stasera!”
Nessuno fiatò.
Ad un suo cenno il cerchio si aprì. Il drappello si mosse compatto verso il centro: i poliziotti sfociarono su via Mazzini e si dispersero nel traffico della strada illuminata.
Per non essere costretti a seguirli, restammo disorientati nelle ombre del vicolo, col nostro portafogli in mano.
Uno mormorò:
- Che facciamo?
Ritrovammo la voce.
- Siamo stati proprio coglioni!
- Che ti è venuto in mente?
- E tu, allora?
- Adesso quelli hanno i nostri nomi e indirizzi!
- Metti che qualche cretino stasera lanci le uova!...
- Metti che qualche idiota esaltato stasera metta una bombetta, o anche solo un petardo!...
- Siamo fregati: ci vengono a tirare giù dal letto.
- Ci tengono in guardina finché non trovano i colpevoli.
- Ci tengono finché non trovano un pretesto per incastrarci, ché tanto i colpevoli non li trovano mai.
- Ci rompono le ossa.
- Facciamo la fine di Pinelli.

Tornammo circospetti in via Mazzini e ci infilammo nell’osteria Frascati a rincuorarci con un bianco con l’oliva e a decidere cosa fare: stabilimmo di dividerci subito, di passare la serata separati e distanti, di intrupparci in compagnie di insospettabili, in locali pubblici, facendoci notare, per avere – ognuno di noi – un alibi.
Tornai al mio paesello, cenai in fretta, me ne andai subito al bar a giocare a briscola (litigando col mio socio), poi a boccette (contestando tutti i punti con pignoleria insolita), poi a scala quarante (perdendo rovinosamente) ...

SESSANTOTTO E DINTORNI (12): teatro

Frequentando sale d’essai e cineforum, ebbi l’occasione di avvicinarmi al teatro. Non quello accademico che si rappresentava (o, meglio dire, rappresentava se stesso) al Teatro Grande, ma quello marginale ed emarginato (e compiaciuto per questa emarginazione) della Loggetta che allora era un piccolo teatro ricavato da una chiesetta sconsacrata e ceduto per poche lire ad una compagnia di dilettanti (che ben presto, coi primi successi, assunsero quell’aria di ricercata trasandatezza che connota tutti gli intellettuali di provincia).
Partecipai ad una preselezione per partecipare ad un corso di recitazione. La mia inestricabile cadenza dialettale, che nessun lavaggio nelle acque dell’Arno aveva attenuato, non mi consentiva di gigionare con testi classici: lessi un breve testo rabbioso, non ricordo se di Norman Mailer (tratto da Il nudo e il morto) o di John Osborna (tratto da Ricorda con rabbia o forse da Lutero). La violenza del testo permetteva di sibilare le parole, di mormorarle a denti stretti, di monotizzare la recitazione, di smozzicare la frase, di gutturalizzare con un certo effetto, di rantolare fra una parola e l’altra, roteando gli occhi come il Duce e come Carmelo Bene,…
Fui accettato al corso, assieme ad un gruppo di altri aspiranti attori. Non lo frequentai, un po’ per pelandronaggine (la frequenza alle lezioni era obbligatoria), un po’ per snobismo (non volevo diventare un mediocre attore ma, casomai, un affermato regista, folgorato all’istante dal successo), un po’ per la intrinseca incapacità di decidere che ormai stava caratterizzando il mio vagabondaggio esistenziale e culturale (mi piaceva bazzicare il milieu ma non amavo confondermi con gli sfigati che lo componevano, non volevo stabilirmi, non avevo intenzione di dedicarmi esclusivamente a qualcosa, preferivo assaggiare e lasciare, presenziare ma essere di passaggio).
La passione per il teatro lasciò comunque qualche strascico che mi portò, qualche anno più tardi, a preparare la tesi di laurea sulle origini del teatro italiano, dopo aver scartato una tesi su Artaud che presupponeva una permanenza a Parigi.
Intanto frequentavo La Loggetta e assistevo agli spettacoli sperimentali che allora imperversavano con discreto successo.
Ricordo gli spettacoli della nostra compagnia con le regia di Renato Borsoni o di Mina Mezzadri, con Gatta e altri. Ricordo il successo di La curt dei pulì, in dialetto.
Ricordo un Pirandello chi? nel quale un gruppo, mi sembra torinese e forse diretto da Memè Perlini, presentò un frullato incomprensibile - volutamente incomprensibile - di testi di Pirandello, tutto giocato su frasi smozzicate, su una scena completamente buia esplorata da tasselli di luce che rivelavano particolari di scena o dettagli di corpi irriconoscibili. Ricordo uno spettacolo futurista, intitolato Futurballa e tratto da testi di Balla, che finiva con lunghi salsicciotti gonfiati sul palco con bombole di aria compressa e lanciati sul pubblico perplesso e poco propenso a scomporsi. Ricordo un elegantissimo e godibilissimo excursus nell’operetta di Paolo Poli. Ricordo una sgangherata provocazione en travesti di Leopoldo Mastelloni che, baule in scena, recuperava abiti e poesie, sciarpe e canti, cappelli e balli, accessori e frammenti di memoria. Agitandosi in scena ruppe le lunga collana che faceva roteare, una pioggia di perle inondò il palco e defluì in platea.
Ricordo l’appassionata e appassionante lettura delle poesie di Porta fatta da Franco Parenti che finì lo spettacolo con la camicia fradicia di sudore.
Ricordo una performance di Carmelo Bene che roteava gli occhi come un pazzo e recitava non so cosa con la sua voce ora roboante, ora neniosa, sibilante o cavernosa, strascicata o in falsetto, sguaiata o in sordina, utilizzata sempre con un bislacco alternarsi di volumi e timbri, in un continuo gioco vocale fine a se stesso, a volte illogico, non sempre collegato al senso e coerente al testo, non sempre comprensibile, alla lunga noioso. Si raccontava di lui che, al termine di uno spettacolo, avesse pisciato dal palcoscenico sul pubblico in risposta a una provocazione o forse in omaggio a una ovazione.
Ricordo una ripresa di Prova d’orchestra di Fellini fatta dal Gruppo della Rocca con alcuni nostri amici fra gli attori (Silvana De Santis col marito Ireneo, Dario Cantarelli, cugino del mio amico Luigi).
Al Teatro Grande si andava di raro, per occasioni particolari: un Ubu Roi di Brecht; un Dio Kurt di cui conservo un vago ricordo poco; il musical americano dello scandalo - Hair - che era arrivato da noi con qualche censura; Il sottoscala con Tedeschi…

mercoledì 7 ottobre 2009

SESSANTOTTO E DINTORNI (11): cinema

Il cinema, come i libri, può essere - ed inizialmente lo fu - un surrogato della vita. Poi, come i libri può diventare - ed io credo che per me lo divenne - un alimento dell’anima, una emozione non surrogata, un sogno pronto suscitabile a comando.

Mi piace pensare che il mio amore per il cinema sia nato negli anni cinquanta quando, da bambino, vidi Il ladro di Bagdad (quello del 1940, prodotto dai fratelli Korda). La proiezione si teneva in una saletta presso le suore, prima che costruissero in paese il Cinema Teatro parrocchiale. Era un pomeriggio d’estate. La saletta era affollata, afosa, male oscurata. Le immagini traballavano su un muro imbiancato. Il sonoro era gracchiante. Le voci, i suoni, le musiche, i rumori si mescolavano al brusio e alla confusione dello stanzone stipato. Eppure il fascino della storia era ammaliante, le immagini affascinanti, la fantasia magica e seducente. Nulla mi poteva distrarre: i ragazzini che si muovevano, i bambini che piangevano e volevano uscire, la luce che irrompeva ogni volta che si apriva una porta, gli odori, la pellicola che si inceppava, i lunghi intervalli per il cambio del rullo, il venditore di farina di castagne, i commenti di chi si annoiava, gli scherzi stupidi dei compagni distratti, il rumore delle sedie di legno smosse, le sagome di chi si alzava davanti e passava sotto lo schermo, …

Ricordo ancora con viva emozione tutta la storia dell’avventuroso viaggio del ladruncolo Abu, le navi, le città con minareti e palazzi, il sultano con la sua bella figlia, il giovane principe; ricordo il Genio imprigionato nella bottiglia sulla spiaggia e la sua liberazione col filo di fumo che sfiatava dalla bottiglia a formare il gigantesco Demone e l’astuzia di Abu che lo imbroglia e lo imbottiglia di nuovo e poi lo libera in cambio della promessa di aver realizzati tre desideri, il volo sulle spalle del Genio con Abu aggrappato ai capelli; ricordo l’episodio del furto del magico occhio di smeraldo della dea (la prima “tele-visione”!), l’ingresso nel tempio esotico pieno di tranelli e difeso da feroci indigeni, la mastodontica statua della dea con sei braccia, la pericolosa arrampicata all’interno della statua e lotta col mostruoso ragno; ricordo le insidie, i viaggi per mari e monti in equilibrio sul tappeto volante, le magie, la battaglia finale, gli amori, la folla plaudente, …

Vidi il film - mi pare di ricordare - due volte di seguito, eludendo la sorveglianza del prete che faceva svuotare la sala al termine della prima proiezione. E poi lo rividi altre mille volte nella mia fantasia, con tutti i dettagli, i trucchi, le fantastiche trovate, le battute, i colori, le paure, i voli, …

Ne parlavo estasiato con chi lo aveva visto per rivivere e condividere le emozioni (ma mi pare di ricordare che nessuno manifestasse un entusiasmo così acceso), lo raccontavo a chi non aveva avuto la fortuna di vederlo per comunicare a tutti la mia esaltazione (ma mi pare di ricordare facce stupite e preoccupate per una eccitazione troppo euforica).

In quegli anni il cinema furoreggiava: il piccolo schermo agli esordi non aveva ancora sbaragliato il grande schermo, come poi avvenne. In tutti i paesi, anche quelli più sperduti, i preti organizzavano proiezioni, non necessariamente di film edificanti, in locali di fortuna. In tutti i paesi, anche i più poveri, sorse nel giro di un decennio la Sala Cinema-Teatro, quasi sempre su un terreno donato da un nobile o da un ricco possidente, sempre costruita con il contributo in denaro e di braccia dei fedeli. Paese grande, sala sontuosa, con schermo ben teso, palco per le rappresentazioni teatrali, sipario di velluto rosso, illuminazione moderna con fari e faretti, applique a spegnimento graduale, pannelli insonorizzanti alle pareti, soffitto a scalare, sala di proiezione chiusa, file di poltrone in velluto, uscite di sicurezza, bar all’ingresso, bancone per la biglietteria. Paese piccolo, sala piccola, con gradinate di cemento a vista e sedie di legno scricchiolanti, muri male intonacati, illuminazione scarsa, sgabuzzino del protezionista aperto; all’ingresso un tavolo che serviva da biglietteria e da spaccio, ingombro di vasi di vetro pieni di caramelle, di scatole con allineati i neri bastoncini di liquirizia, di boccettini di rosolio, di sacchetti di farina di castagne; sotto il tavolo una cassetta di bottigliette di gazzosa e di

Al mio paese costruirono una sala pretenziosa, da paese ricco, in un area nella quale dovevano trovar posto due campi sportivi, uno di calcio e uno di tamburello, ed un enorme edificio che doveva ospitare il bar ACLI, le aule per il catechismo e la casa del curato.

La raccolta di offerte fu organizzata con grande enfasi: le cassette per le oblazioni furono collocate nelle tre chiese del paese, all’oratorio maschile, all’oratorio femminile, all’asilo; fu allestito sul sagrato un enorme cartellone col grafico dell’andamento della colletta accanto a quello che raffigurava lo stato dei lavori. L’impresa non aveva mai fine, le spese aumentavano, gli introiti ristagnavano; il prete nelle sue omelie batteva cassa, il popolo nicchiava.

Nel frattempo le proiezioni, programmate a spron battuto anche per pagare i debiti della grande opera, venivano effettuate in uno stanzone presso le suore (che gestivano asilo, oratorio femminile e ricovero) o - in estate - in una cascina al centro del paese sede provvisoria dell’oratorio maschile.

In una di quelle estati (i lavori durarono alcuni anni) mio padre fu reclutato per vendere i biglietti alle proiezioni all’aperto. La biglietteria era stata allestita aprendo una finestrella ad arco nel pesante portone sbarrato della cascina; l’accesso al cortile era venti metri più in là, attraverso una porticina laterale. I bigliettai erano due: uno dietro la minuscola finestra vendeva i biglietti, l’altro sulla porticina li controllava, li strappava e faceva passare. Quando mio padre era sulla porticina passavo gratis; quando mio padre era a vendere i biglietti, non sempre riuscivo ad entrare: ogni tanto era di turno un inflessibile pidocchioso che mi ricacciava indietro. Tornavo allora al portone, amareggiato ma fiducioso nell’autorità paterna: mio padre, che non voleva chiedere favori agli stronzi, infilava le lunghe braccia nella finestrella, si sporgeva all’esterno, mi prendeva le spalle, mi sollevava e mi tirava dentro: mi infilavo come un topo nella tana, felice come una pasqua, e correvo a sedermi in prima fila davanti al lenzuolo candido a contemplare i nugoli di falene ubriache e gli sciami di zanzare che si addensavano sotto i fasci di luce dei riflettori.



Negli anni sessanta ho poi amato, come molti aspiranti intellettuali di allora, i registi che avrei ancora amato in seguito: Bergman con i suoi primi film in bianco e nero (Il posto delle fragole, Il settimo sigillo, Il volto, Il silenzio,…), conturbanti, terribili, apocalittici, intensi, onirici, freddi; Buñuel per i film surrealisti degli anni ’30 (Un chien andalou, L’âge d’or) e per quelli successivi (Nazarin, Viridiana, L’angelo sterminatore, Bella di giorno) nei quali esprime le sue caustiche ossessioni dissacratorie.
Ho amato Fellini per il suo triste e poetico La strada, per lo struggente Le notti di Cabiria, per l’intrigante e angosciante La dolce vita; ho amato Visconti per i cupi Ossessione e Senso, per l’epico Rocco e i suoi fratelli, per Il gattopardo, colossal risorgimentale.
Ho amato Truffaut per Quattrocento colpi nel quale vedevo rispecchiata in certi aspetti la mia storia, per l’inquieto e triste Jules e Jim, per La calda amante, per l’amatissimo Fahrenheit 451 che raccontava la mia passione per i libri e per la libertà; ho amato Godard per il suo tragico Fino all’ultimo respiro, per lo sconcertante Il bandito delle ore 11, per il presessantottesco La cinese, per l’amarissimo Week-end - Un uomo e una donna dal sabato alla domenica che racconta in modo spietatamente freddo e meticoloso un assurdo, orribilmente borghese, consuetudinario fine settimana.
Ho amato Antonioni per Il grido, L’avventura, La notte, L’eclisse, Deserto rosso nei quali la rappresentazione del vuoto esistenziale, della impossibilità ad uscirne, della assurdità delle situazioni, della incapacità di comunicare sono resi con glaciale lucidità, con agghiacciante disincanto, con terribile rassegnazione; e per Blow-up nel quale aggiunge alla miscela deflagrante dei primi film il dubbio che anche la realtà che appare evidente e incontrovertibile sia in fin dei conti inspiegabilmente illusoria.
Ho amato Risi, in particolare Il sorpasso (in cui mi immedesimavo nell’oblomoviano Trintignan) e Una vita difficile con la storia della squallida deriva di un ex-partigiano; e Rosi per il westerniano Salvatore Giuliano, per lo spietato antidemocristiano Mani sulla città, per lo sconvolgente Uomini contro; e Pietrangeli, per l’indimenticabile e amaro La visita.
Ho amato il primo Pasolini per i suoi epici e candidi, violenti e poetici film ambientati nella periferia di Roma (Accattone, Mamma Roma, La ricotta),così vicini ai suoi primi libri, per il suo fervido, dolce e veramente cristiano Il Vangelo secondo Matteo, per le sue cupe, grottesche e incomprensibili trasposizioni cinematografiche di tragedie greche(Edipo re e Medea).
Ho amato Hitchcock per la ingegnosa perfezione dei suoi intrighi e ancora di più per la genialità del suo linguaggio.
Ho amato Kubrick fin dai suoi primi film, Rapina a mano armata, col suo complesso e perfetto meccanismo narrativo e stilistico, e i due film antimilitaristi diversissimi fra loro, geniali ed efficaci in diverso modo Orizzonti di gloria e Il dottor Stranamore.
Di Marco Bellocchio ho amato in modo particolare il film d’esordio, Pugni in tasca, del ’65, uno dei più conturbanti film mai visti che racconta la storia della sorda e feroce ribellione di un bravo ragazzo della provincia piacentina all’educazione perbenista e della sua famiglia piccolo-borghese, una famiglia asfissiante che va incontro alla dissoluzione, in tutti i sensi. Nel ’64, a Bobbio, ho assistito ad alcune riprese del film e ho conosciuto uno dei coprotagonisti, il ragazzo poliomielitico, e due delle comparse, le suorine graziose che assistono al funerale premonitore che apre il film.
Ho amato Ferreri, il graffiante, irriverente, grottesco Ferreri nell’agghiacciante antifamilista Ape regina, e nello sgradevole La donna scimmia con un avido, repellente e splendido Tognazzi ed una angosciante Girardot.
Ho amato Kurosawa: il cupo e complicato, quasi pirandelliano Rashomon con le sue mille verità; il triste e intenso Vivere che racconta l’ultima buona azione di un arido e inerte burocrate; l’epico I sette samurai, con il confronto fra la cultura contadine e quella militare, gli icastici ritratti dei sette mercenari, gli scontri, gli agguati.
Vedevo i film di questi registi in compagnia degli amici intellettuali di città, in prima visione; rivedevo quelli meno recenti in alcune piccole sale specializzate in film d’autore; mi godevo le retrospettive con dibattito nei cineforum organizzati dal Circolo del Cinema o da curati progressisti di oratori periferici.
Ma non disdegnavo i film “commerciali”, di consumo, che vedevo con gli amici di paese, quelli con i quali passavo ore a giocare a carte o a chiacchierare di futilità, gli stessi che di tanto in tanto organizzavano trasferte a Bagnolo, un paesone della bassa, per vedere quel che passava il convento, senza pretese. Se il film non era soddisfacente - e questo capitava spesso - ci rifacevamo con una gara di critiche salaci a schermo acceso e luci spente, con commenti grevi a voce alta, sottolineature dissacranti, pernacchie e commenti, battute fuori campo, come se fossimo al varietà, in presenza di autori e attori.
E per finire in gloria la serata, lungo la strada del ritorno, sghignazzando e cantando in sei per automobile, facevamo una deviazione notturna sui colli a mangiucchiare qualcosa nelle osterie perse fra le vigne e a scolarci qualche bicchiere di quel nostro vino, un rosso corposo di grezza fattura e di infallibile efficacia.







SESSANTOTTO E DINTORNI (10): Anarchia e osteria

Quasi tutte le sere mi trovavo con gli amici di città in qualche osteria alla buona, dove il vino costava veramente poco e dove, per asciugare il vino, si poteva prendere qualcosa di solido senza dilapidare gli esigui patrimoni. Evitavamo le due osterie famose nelle quali si ritrovavano i notai, gli avvocati e i liberi professionisti. Preferivamo un’osteria ruspante collocata in una viuzza stretta in pieno centro: porta di legno, tre gradini da scendere, muri umidi e male intonacati, pilastri ingombranti, archi e vele di mattoni e pietre, bocche di lupo con inferriate, luce accesa tutto il giorno. Solo in quella vineria si poteva incontrare il vecchio mandolinista dell’orchestra del Teatro Grande, il materassaio anarchico, il pittore che pagava l’oste con dei quadri che nessuno comperava, il partigiano al quale era rimasta la sete – non solo di giustizia e libertà – e la voglia di mitra.
I tavoli erano enormi, di legno pieno, lucidati dai gomiti di generazioni di clienti; il loro ripiano raccontava la storia di decenni, ferito da tagli di coltello, sgraffiato da incisioni varie, bruciacchiato da sigarette abbandonate, macchiato da rotonde impronte di bicchieri. Erano disposti lungo le pareti con panche dalla parte del muro e sedie impagliate sull’altro lato: l’ostessa non aveva abbastanza entrate per cambiarli con quei leggeri tavoli di fòrmica gialla che apparivano nei bar, con gambe di metallo, bordo paracolpi di plastica, superficie quasi vetrosa, impermeabile al vino tracimante, facile da pulire.
I tavoloni a noi piacevano perché imponevano la convivialità. Chiunque entrasse nell’osteria infatti, fosse solo o in compagnia, doveva sedersi accanto a chi già occupava una parte del tavolo. E se arrivavano altri clienti ci si stringeva per far posto.
Con i miei amici cominciammo a frequentare questa bettola e, come era prevedibile, in poco tempo diventammo clienti abituali, noti all’ostessa e al suo clan.
Il meccanismo di assimilazione era semplice: chi entrava anche solo per caso nell’osteria non poteva, per ragioni planimetriche, non mettersi in contatto con i presenti: se si sedeva non poteva non salutare ed era praticamente costretto ad entrare in qualche modo nel circuito della conversazione; se restava in piedi, sovrastando tutti come da un pulpito, era anche senza volerlo al centro di tutte le chiacchiere e delle discussioni e, prima o poi, veniva chiamato in causa per esprimere, dal pulpito appunto, il suo autorevole parere super partes. In un caso o nell’altro il gioco era fatto: se, avventore occasionale, non tornava più, veniva dimenticato; se, aspirante cliente, tornava una seconda volta veniva riconosciuto; la terza volta veniva ammesso, la quarta affiliato e battezzato.
Il rito di iniziazione si perfezionava, prima o poi, con un brindisi generale. In quell’occasione di solito uno degli anziani, avendo già avuto modo di conoscere il catecumeno, assegnava il nome di battaglia.
Quasi nessuno all’osteria veniva chiamato con il proprio nome: la foto di gruppo degli stanziali comprendeva Mandolino, Pennello, Principe, Americano, Bogia, Chiodo, Terrone, Linguetta, Brillantina, Cavicchio, Merenda e Rosina.
Noi avventizi eravamo chiamati, solo nel club, Dottore, Barba, Binocolo, Tacapanni; e le rare ragazze Capricciosa, Belabionda, Maestra. Una era chiamata Mandolino, non per il suo virtuosismo musicale.
L’ostessa era chiamata Zia da tutti, e noi ragazzi non trovavamo strano che anche un vecchietto decrepito e tremolante chiamasse la zia, quarant’anni di meno, per asciugare il vino versato sulla
panca.
Fra un mezzo litro e l’altro si ordinava pane e salame, aringhe e cipolla, fagioli e tonno, stracchino e peperoni. Quando c’era, raramente, ci si lasciava tentare da una scodella di trippa.
Le discussioni erano sempre a sfondo socio-politico e partivano invariabilmente da un fatto di vita quotidiana, da una lite con lo stagnino o col padrone di casa, da un conto non pagato, dal prezzo della carne, dall’andamento di una causa civile coi parenti per questioni di successione.
Le opinioni dominanti avevano tutte una venatura anarchica, da destra sociale o da sinistra per la lotta di classe, proletaria o lumpenproletaria: sulla negazione del capitalismo e dello stato borghese c’era una intesa generale, interclassista e intergenerazionale, espressa in modi diversi, consoni alla cultura di ciascuno o propri delle diverse età. Questo sorprendeva noi sbarbatelli, intimamente convinti che solo gli intellettuali lettori di Marcuse potessero nutrire malumore contro la società dei consumi e indignarsi per la massificazione.
Qualche volta le discussioni si facevano rumorose: ma se ci si scontrava, lo si faceva per superarsi a vicenda nel radicalismo, per spararla più grossa, per gonfiare di più i muscoli contro gli sfruttatori, per essere rivoluzionari in modo più convincente.
Nessuno voleva essere meno libertario, meno ribelle, meno arrabbiato di altri. Litigavamo furiosamente per darci ragione. Fra una bicchiere e l’altro i toni salivano e l’aria si impregnava di fumo e di tensione.
Se un questurino della squadra politica avesse raccolto i nostri sfoghi, avrebbe avuto ragioni per schedarci nella lista dei sospettati per eversione, apologia della lotta armata, terrorismo.
Lo spirito carbonaro svaniva quando la Zia calava dall’alto un cartoccio di gorgonzola e riportava i giacobini alla realtà.
I sovversivi si pacavano anche quando qualcuno cominciava a toccare le corde della chitarra: i polemisti ostinati venivano zittiti e si rimaneva in attesa per capire se gli accordi preludevano ad una esibizione del solista o invitavano al canto corale.
Il repertorio era molto particolare: la clientela tradizionale ammetteva solamente le canzoni della
mala, quelle di protesta e i canti della resistenza. Bella ciao dava allegria; Fischia il vento ci commuoveva fino alle lacrime; l’Internazionale ci riempiva dell’orgoglio di appartenere ad un movimento mondiale schierato per la giustizia che prima o poi avrebbe trionfato; in Ma mi si realizzava l’unità fra gli eversori e i ladri, soprattutto nel ritornello che esalta la fierezza e il coraggio del ribelle, la dignità del perseguitato, la solidarietà del ladro, la caparbietà e la rabbia dell’oppresso, la tenacia e l’angoscia del martire. Ai romantici agitatori si univano i partigiani della caraffa che trascinavano il coro verso un disarmonico frastuono fatto di ritmi a singulto e melodie strascicate, recitativi striduli e finali da tenore sfiatato.
Qualcuno tentava di introdurre nel repertorio le prime canzoni di Jannacci (L’Armando o El portava i scarp de tennis) o quelle dei Gufi (Natale): il coro però in questi casi riposava. Si ascoltava il solista, lo si applaudiva, si apprezzava il contributo per lo spirito di coerenza con l’ambiente, si chiedeva qualche bis, ma questi nuovi apporti non venivano assimilati e non diventavano patrimonio comune.
Lo stesso accadeva con qualche canzone particolarmente impegnata, come quelle di Paolo Pietrangeli (Contessa del ’66, Il Figlio del Poliziotto del ’65, Il vestito di Rossini del ‘67), di Ivan Della Mea (O cara moglie del ‘68), di Tenco (Cara Maestra del ‘63, Il mondo gira del ‘67) di Nanni Svampa (Gh'e'anmo un quajvun del ’64), di Sergio Endrigo (La guerra del ’63) e poi altre di anonimi, come La ballata di Pinelli che già circolava nel ’69 a pochi giorni dal fatto.
Il gruppo di cantori subentrava di nuovo, inciampando nelle parole, con La guerra di Piero di De André (del ’63) e con La bella festa nella quale i nostri amici pensionati vedevano fotografata la loro storia.
La splendida canzone Per i morti di Reggio Emilia di Amodei ci sgorgava dal cuore e ci strappava le lacrime, come se i compagni fossero nostri fratelli e fossero caduti quel giorno sotto i colpi dei celerini.
Ogni tanto qualcuno intonava pezzi d’opera e spremeva da quelle arie diventate popolari tutta la voglia di sentimento.
Noi introducemmo qualche canto goliardico: furono bene accolti i canti in latino (Gaudeamus igitur) che dissacravano la lingua della chiesa; ma anche i canti triviali, considerati eversivi rispetto al perbenismo della classe dominante, ebbero un certo successo.
Rosina dammela era il tormentone di ogni sera: i vecchi frequentatori invidiavano la nostra gioventù e guardavano con malizia la nostra promiscuità; noi ragazzi ammiccavamo in modo da far intendere ai vecchi la nostra libertà sessuale e alle ragazze le nostre aspirazioni; le ragazze, orgogliose custodi dell’oggetto del desiderio, cantavano a squarciagola e ridevano concedendo generosamente e indistintamente a tutti la loro allegria, e solo quella.
Un quarto d’ora prima della chiusura la Zia ci dava il preavviso e si rifiutava di servire da bere; poi cominciava a sfrattare i singoli avventori e qualcuno fra i meno abituali se ne andava veramente; poi, per un quarto d’ora, se ne stava con la scopa in mano sulla porta a sollecitare i tiratardi; e a lagnarsi, a dire che non voleva perdere la licenza per quattro lazzaroni, che aveva il marito invalido e quattro figli da mantenere, che i questurini l’avevano già avvertita di rispettare gli orari e di non dar da bere alle teste calde che poi potevano combinare guai. Poi si stufava dei nostri sberleffi, posava la scopa, chiudeva la porta di legno e la controporta di vetro, reinfilava il grembiule e tornava dietro il bancone.
Noi, per gratitudine ordinavamo uno spuntino notturno ed un fiasco collettivo, abbassavamo la voce, ci radunavamo attorno al tavolo più lontano dalla strada e ci crogiolavamo nell’intimità dei congiurati.
Qualcuno senza parlare capovolgeva le sedie sui tavoli liberi.
Se si aveva ancora voglia di cantare si intonava di nuovo Fischia il vento, o la accorata Addio Lugano bella che raccontava la cacciata degli anarchici dalla Svizzera, terra di libertà. Cantate a fil di voce, queste canzoni struggenti conservavano integro il pathos e acquisivano un valore aggiunto per l’esecuzione clandestina.