lunedì 7 gennaio 2013
lunedì 10 dicembre 2012
L’universo ha uno scopo?
Risponde l'astrofisico Neil DeGrasse Tyson.
“Non ne sono sicuro. Ma chiunque esprima una risposta più definitiva a questa domanda asserisce di avere accesso a conoscenze che non hanno basi empiriche. Questo modo di pensare, sorprendentemente persistente, comune alla maggior parte delle religioni e ad alcune branche della filosofia, ha fallito pesantemente nei propri passati tentativi di capire, e pertanto predire, il funzionamento dell'universo e il nostro ruolo in esso.
Affermare che l'universo ha uno scopo implica che vi sia un risultato desiderato. Ma chi compierebbe l'atto di desiderare? E quale sarebbe questo risultato desiderato? Che le forme di vita basate sul carbonio siano inevitabili? O che dei primati senzienti siano l'acme neurologico della vita?
Ovviamente gli esseri umani non sono stati presenti per fare queste domande per il 99,9999% della storia del cosmo. Quindi se lo scopo dell'universo era creare esseri umani, allora il cosmo è stato vergognosamente inefficiente nel farlo. E se lo scopo ulteriore dell'universo era creare una culla feconda per la vita, allora il nostro ambiente cosmico ha un modo molto strano di manifestarlo. La vita sulla Terra, nel corso di oltre tre miliardi e mezzo di anni d'esistenza, è stata aggredita incessantemente dalle fonti naturali di caos, morte e distruzione. La devastazione ecologica inflitta dai vulcani, dai cambiamenti climatici, terremoti, tsunami, tempeste, e in particolare gli asteroidi-killer hanno causato l'estinzione del 99,9% di tutte le specie mai vissute qui.
E che dire della vita umana in sé? Se siete persone religiose, potreste dichiarare che lo scopo della vita è servire Dio. Ma se siete uno dei cento miliardi di batteri che vivono e lavorano in un solo centimetro del vostro intestino crasso, potreste invece affermare che lo scopo della vita umana è fornirvi un ambiente vitale buio ma idilliaco e anaerobico di materia fecale.
Pertanto, in assenza di arroganza umana, l'universo appare sempre più casuale. Ogni volta che gli eventi che si dice siano per il nostro bene sono altrettanto numerosi quanto gli altri eventi che ci ucciderebbero, l'intenzionalità risulta difficile, se non impossibile, da affermare. Quindi anche se non posso affermare di sapere con certezza se l'universo abbia o no uno scopo, le argomentazioni contrarie sono solide e percepibili da chiunque veda l'universo per quello che è e non per quello che vorrebbe che fosse.“
Affermare che l'universo ha uno scopo implica che vi sia un risultato desiderato. Ma chi compierebbe l'atto di desiderare? E quale sarebbe questo risultato desiderato? Che le forme di vita basate sul carbonio siano inevitabili? O che dei primati senzienti siano l'acme neurologico della vita?
Ovviamente gli esseri umani non sono stati presenti per fare queste domande per il 99,9999% della storia del cosmo. Quindi se lo scopo dell'universo era creare esseri umani, allora il cosmo è stato vergognosamente inefficiente nel farlo. E se lo scopo ulteriore dell'universo era creare una culla feconda per la vita, allora il nostro ambiente cosmico ha un modo molto strano di manifestarlo. La vita sulla Terra, nel corso di oltre tre miliardi e mezzo di anni d'esistenza, è stata aggredita incessantemente dalle fonti naturali di caos, morte e distruzione. La devastazione ecologica inflitta dai vulcani, dai cambiamenti climatici, terremoti, tsunami, tempeste, e in particolare gli asteroidi-killer hanno causato l'estinzione del 99,9% di tutte le specie mai vissute qui.
E che dire della vita umana in sé? Se siete persone religiose, potreste dichiarare che lo scopo della vita è servire Dio. Ma se siete uno dei cento miliardi di batteri che vivono e lavorano in un solo centimetro del vostro intestino crasso, potreste invece affermare che lo scopo della vita umana è fornirvi un ambiente vitale buio ma idilliaco e anaerobico di materia fecale.
Pertanto, in assenza di arroganza umana, l'universo appare sempre più casuale. Ogni volta che gli eventi che si dice siano per il nostro bene sono altrettanto numerosi quanto gli altri eventi che ci ucciderebbero, l'intenzionalità risulta difficile, se non impossibile, da affermare. Quindi anche se non posso affermare di sapere con certezza se l'universo abbia o no uno scopo, le argomentazioni contrarie sono solide e percepibili da chiunque veda l'universo per quello che è e non per quello che vorrebbe che fosse.“
Questo articolo è pubblicato da Paolo Attivissimo sul suo blog "Il disinformatico"
http://attivissimo.blogspot.it/2012/11/luniverso-ha-uno-scopo-risponde-neil.html
giovedì 29 novembre 2012
L'uomo che guardava passare i treni, di Georges Simenon (1938)
Potrebbe sembrare una mia ossessione, ma anche in questo libro, come già in "La doppia morte di Quincas l'Acquaiolo" di Amado (vedi mia recensione su Anobii), non posso fare a meno di scorgere riferimenti pirandelliani.
I primi e più importanti nessi li trovo (come per Amado) con la straordinaria novella “Il treno ha fischiato …”, e sono: l’esplicito (involontario?) riferimento contenuto nel titolo; la lunga noiosissima mediocre routinaria carriera da sedentari dei due protagonisti, lo stimato procuratore Kees Popinga in Simenon e lo zelante computista Belluca in Pirandello; la loro insoddisfazione ed il fallimento esistenziale; le fantasie mai realizzate di trasgressione e quelle sognate d’evasione legate ai treni che viaggiano nella notte; la normalità come costrizione; l’improvvisa consapevolezza di una sconfitta e la lucida coscienza di fallimento; la scelta della clandestinità; la decisione di dare un calcio al passato e di uscire con un escamotage da una condizione di stagnazione (con Popinga che passa attraverso scelte trasgressive: fuga, furti, imbrogli, donne, delitti; e Belluca che trova la libertà impossibile nella follia), la sconcertante identica destinazione finale.
Altri evidentissime affinità contenute nello sviluppo della trama rimandano ad un'altra opera pirandelliana, “Il fu Mattia Pascal”, e sono: la morte presunta come via d’uscita da una situazione intricata (del protagonista in Pirandello e di un amico del protagonista in Simenon), la puntigliosità dei piani di “evasione”, la voglia di rivincita, la determinazione a non tornare indietro, i meccanismi che si inceppano, la solitudine, la voglia di sfida, il denaro, la vita in incognito, le pensioni di infimo livello, l’anonimato garantito dalla grande città, le tentazioni di “disvelamento”, …
La novella di Pirandello è del 1914 (pubblicata sul Corriere della sera e poi in un volume - La trappola - nel 1915). Pirandello viene insignito del premio Nobel nel 1934, Il romanzo di Simenon è del 1938.
Non so cosa darei per sapere quanto consapevole fosse Simenon di questo suo debito nei confronti dello scrittore di Girgenti.
Il treno?
Esiste al mondo un Popinga qualsiasi che non nutra un segretissimo rimpianto per un treno perso?
lunedì 19 novembre 2012
Primarie
Renzi è irritante per la sua sicumera e per la sua saccenteria. Ha il vantaggio di credere di saper usare meglio degli altri i media: davanti alle telecamere ha l'aria di chi sta eseguendo bene il compito che gli hanno insegnato i guru della comunicazione (fra i quali spicca il cognato della cuoca Parodi). Certamente consce le tecniche della comunicazione meglio dei problemi politici, economici, etici e sociali del paese (e i modi per affrontarli). Questo lo favorisce in un paesello fortemente condizionato dalle relazioni superficiali nelle quali assume primaria importanza la seduttività comunicativa. Conquista voti sorridendo a tutto spiano con la sua faccia canzonatoria ed il sorriso bischero di chi ha l'aria di conoscere la risposta a tutte le domande prima che vengano poste. È un discolo rubamarmellata che per arrivare a guidare la sinistra non sa far altro che polemizzare ossessivamente e fastidiosamente con la sinistra, prendendone le distanze. Ed io sono felicissimo di prendere le distanze da lui.
Vendola mi annoia con la sua piagnosa retorica d'accatto, con la sua visione sentimentale dei problemi, con la sua verbosità barocca e l'ossessione per la perifrasi, con la sua seriosità contrita, con la sua ex-intransigenza (che lo ha portato a far cadere Prodi e a favorire l'ascesa di Berlusconi). Non gli perdono la tesi su Pasolini (scontata!) ed il fatto che si dichiari gay (ma di quelli composti, senza divisa esibizionista) e devoto della Madonna di Sovereto. Non gli perdono venti anni di ondeggiamenti e vagabondaggi nel polverone della sinistra dopo il disfacimento del monolitismo comunista. Non gli perdono che la "e" di SeL, da congiunzione si sia trasformata - dopo una ennesima scissione - in e (minuscola) come ecologia. Non gli perdono il fatto che abbia ideato "le fabbriche di Nichi", a metà strada fra sezioni di partito, comitati elettorali e cellule virtuali di fans. Non gli perdono che si sia montato la testa dopo esser diventato presidente della Puglia quasi per caso, per demerito degli altri concorrenti più che per meriti suoi.
Tabacci mi fa simpatia e pena nello stesso tempo. Ha l'aria di un ipertiroideo che soffre di ulcera gastrica, perennemente in crisi per l'impossibilità di trovare una collocazione al centro senza ritrovarsi in compagnia di ladri, faccendieri, fascisti, politicanti di professione, puttanieri. Gli perdono di essere stato democristiano (onesto), non gli perdono di essere stato nell'UDC (con Cesa e Casini quando tenevano il piviale a Berlusconi), non gli perdono di essere uscito dall'UDC per mettersi nel gruppo misto con (udite, udite!) Francesco Ciccio Rutelli (il più idiota del panorama politico italiano). Non gli perdono di essersi lasciato mettere lì per intercettare i voti del centro.
Puppato non mi piace perché piace in quanto donna con l'aria di casalinga innocua. Attira la mia accondiscendenza perché ha accettato di essere messa lì a dimostrare che a sinistra non si è maschilisti come a destra, dove le donne hanno cominciato a trovare spazio solo per meriti di immagine. Ma non le perdono il fatto di essersi diplomata maestra ma di non aver mai fatto la maestra, di aver accumulato soldi con le assicurazioni militando - nello stesso tempo - nel WWF, di aver percorso la carriera nel partito della sinistra per le sue posizioni ambientaliste (carta vincente in tutte le coalizioni), di aver razziato carrettate di preferenze in tutte le elezioni a cui ha partecipato, di aver sposato la causa dell'omeopatia "scientifica" e di essersi schierata contro gli OGM (e ho sentore che le due cose siano in contraddizione, chissà perché), di aver ricevuto - come sindachessa - gli entusiatici elogi di Beppe Grillo (il più furbo dei bastardi nel panorama mediatico italiano).
Bersani, anzi "il Bersani" - mi piace perché è calvo, perché si tira su le maniche della camicia, perché ha mantenuto l'inflessione dialettale nonostante la laurea in filosofia, perché - grazie alla laurea in filosofia - si occupa di economia, commercio, industria, trasporti, fisco). Simpatizzo per lui perché chiama "lenzuolate" le riforme, perché ha eliminato i costi fissi e le tasse e le scadenze delle ricariche telefoniche. Gli sono grato perché ha garantito la sopravvivenza del PD diventandone segretario al posto di Franceschini e di Ignazio Marino. Lo ammiro perché resiste ai vertici del partito nonostante l'appoggio di D'Alema. Simpatizzo per lui perché, al contrario di tutti i politici che aprono questioni di principio su tutti i problemi concreti, riconduce ogni disquisizione di principio sul terreno della concretezza. Voto per lui, se voto, aspettando Godot.
venerdì 16 novembre 2012
Il sole dentro, di Paolo Bianchini (2012)
Due storie che si intersecano.
La prima – vera – è quella di due ragazzi della Guinea,
Yaguine e
Fodé, che scrivono una lettera
"Alle loro Eccellenze i membri e responsabili dell'Europa" per
raccontare le misere condizioni in cui sono costretti e per chiedere aiuto; e poi, decisi a consegnare personalmente l’appello, si
imbarcano clandestinamente su un aereo per Bruxelles nascondendosi nel vano
carrelli e morendovi assiderati.
La seconda storia – di finzione – è quella di Thabo, un
altro ragazzo guineano che, “importato” in Italia come promessa del calcio
(anzi, del mercato del calcio), non si rivela il campione che sembrava e viene
letteralmente “scaricato” dal suo mister in un’area di servizio presso Bari; e per
orgoglio e nostalgia decide di tornarsene al suo villaggio, accompagnato da Rocco,
un amico barese orfano di madre, col padre carcerato, in fuga da uno zio che lo
sfrutta e lo maltratta.
I due compiono un inverosimile viaggio verso la Guinea,
prima imbarcandosi da clandestini su una nave e poi attraversando a piedi il grande
deserto lungo il “sentiero delle scarpe”, percorrendo a ritroso il viaggio dei
disperati che fuggono dalla miseria e dalla fame verso l’Europa inospitale.
Lo spazio dedicato alle due storie è asimmetrico:
quella vera e tragica appare secondaria, breve e sproporzionata, posticcia,
discontinua e saltuaria, male incastrata e senza nessi con l’altra (se si
eccettua il forzato aggancio “a sorpresa” costituito dalla Finocchiaro che
nella prima storia è l’operaia nello scalo di Bruxelles che scopre i cadaveri
dei due ragazzi e nella seconda diventa la volonterosa operatrice sociale in
Africa). E troppo lontano appare la cupa
e cruda atrocità della storia vera rispetto all’ottimismo e alla leggerezza di
quella inventata.
Le due vicende si intrecciano con troppa superficialità
e alternano senza soluzione di continuità (sia narrativa che stilistica) brevi
passaggi estremamente verosimili con lunghi momenti favolistici e inverosimili
(come l’attraversata del deserto – si parla del Sahara! – compiuta da due
ragazzini soli che scalciano allegramente un pallone fra le dune, dribblando
tombe e relitti; come le inspiegabili coincidenze che fanno sì che tutti i
personaggi incontrati dai due ragazzi lungo l’improbabile viaggio di qualche
migliaio di chilometri siano – dico tutti – simpaticamente italiani).
Non basta buttarla sulla metafora per giustificare il
minestrone: le figure retoriche, in letteratura come nel cinema, hanno senso
quando assumono risalto distaccandosi, ben distinte, dallo sviluppo narrativo e
collocandosi nei momenti chiave della trama senza condizionarla.
Il sole dentro è film girato e prodotto da un regista che conosce il
mestiere ma non l’arte; che dimostra di non aver imparato granché dai registi
con cui ha collaborato (Zampa, Monicelli, Comencini, De Sica, Bolognini, Leone,
…); e che non brilla certo di luce propria. Niente a che fare con i cineasti
dei paesi emergenti che sembra abbiano fatto propria con maggior efficacia la
lezione dei neorealisti (pensiamo, per esempio, al cinema mediorientale, iracheno
o iraniano, a quello palestinese o israeliano, e a quello turco, a quello
sudamericano, a quello dell’estremo oriente,…).
Il filmetto va bene come spot per l’Unicef, o come
pretesto per un bel cineforum nella scuola dell’obbligo. Certo: l’argomento e i
problemi che tocca costringono gli spettatori ad essere bendisposti (non si
spara sulla Croce Rossa); ma il tema importante non basta a rendere importante
il film. E le incoerenze e le furberie, a lungo andare, diventano stucchevoli
se non sono sorrette da una convinta ispirazione e da una convincente appassionata
energia creativa.
Imperdonabile l’ingenuo montaggio alternato (da
scuoletta di cinema) dei due amici che si incontrano; ingiustificabile l’abbigliamento
touareg di Salvi o l’inserimento forzato di Giobbe Covatta; insostenibile il sonno
dei due ragazzi nel deserto, mano bianca nella mano nera, che ricorda
l’edulcorato spot dei biscotti Ringo. Per non parlare del “decisivo” (e
razzista) inserimento di Rocco, il campione bianco con la faccia impiastricciata
di nerofumo, nella partita di calcio che, giocata al ritmo dei tamburi, chiude
il film.
Non è giusto infierire, ma c’è da chiedersi come mai i
ragazzi di N’Dula fuggono da quello che sembra il paradiso terrestre, dove i
rapporti sono idilliaci, dove non manca mai chi prepara pasta e fagioli e dove
trovano senso le vite di Angela Finocchiaro e di Gaetano Fresa, e perfino quelle di uno
scombinato come Francesco Salvi e di un fuori di testa come Diego Bianchi (che,
pur interpretando il ruolo di Console Onorario non rinuncia ai tratti
caricaturali di Zoro, il suo
personaggio da cabaret).
Una battuta si salva:
quella di Thabo che, rispondendo a Rocco che dice di avere una sorellastra di
cui non ricorda il nome, sussurra che lui di fratelli ne ha tanti e di tutti
ricorda il nome; ma a ben vedere, anche questa può apparire come una trovata moralistica,
accattivante e furba del Bianchini sceneggiatore.
Leggo l’elenco dei
produttori: Alveare Cinema (dello stesso Bianchini,
autore del soggetto e del trattamento oltre che regista), Rai Cinema e Apulia
Film Commission, con il patrocinio dell’Unicef, della Figc (la potente
federazione calcistica, non i giovani comunisti) e della autorevole Comunità di
Sant’Egidio. È proprio il caso di dire, citando Orazio (Ars poetica, verso 139): “Parturient montes, nascetur ridiculus mus”
che significa "Le
montagne partoriranno, nascerà un ridicolo topo".
Silent Souls, di Aleksei Fedorchenko (2010)
Russia centrale, zona del lago Nero, a circa 250 da Mosca,
in direzione nord-est.
A Miron, proprietario di una piccola cartiera, muore la
giovane moglie Tanya. Essendo discendente di un’antica tribù ugro-finnica,
decide di riportare la salma al paese d’origine per cremarla, come vuole la
tradizione, nelle acque del grande lago.
Con l’aiuto di un suo amico-dipendente, Aist, prepara il
cadavere secondo i riti tramandati, lo veste coi costumi avvolge e lo carica
sul furgone della cartiera e parte.
Nel lungo viaggio, secondo le usanze del suo popolo,
racconta ad Aist che lo accompagna quelli che considera gli episodi salienti
della sua vita con la donna.
Il viaggio interminabile verso il rogo rituale diventa un
malinconico percorso a ritroso nei ricordi: il racconto si snoda – senza
reticenze – in una successione di reminiscenze intense sullo sfondo di paesaggi
immensi e desolati. I fatti rievocati sono quelli più significativi della vita
della coppia, e cioè quelli della quotidianità: ora malinconici e teneri, ora strani
e impietosi; ora dolci, ora duri, come la vita che è per tutti un intreccio
indecifrabile di incomprensioni e solidarietà, di tenerezze e di freddezze, di
monotonie e di complicità, di premure e di indifferenze.
La confessione di Miron è sconcertantemente autentica, qualche
volta impietosa, ma non si può – in quelle circostanze – mentire a se stessi e
alla moglie che se ne sta immobile sul pianale del furgone. L’intensa sofferenza
che lo attanaglia esige la più totale sincerità.
Perfino Aist , coinvolto dall’autenticità dei racconti di
Miron, si abbandona ai ricordi e lascia trapelare i pensieri affettuosi
coltivati per Tanya.
Per contenere il dolore ed elaborare il lutto è necessario
“commemorare”, lasciar liberi i ricordi e la commozione che li accompagna,
rievocare i piccoli gesti, richiamare i significati profondi dei sussurri e dei
silenzi. Il più autentico modo di omaggiare una donna amata e perduta è quello
di ricordare con soave dolcezza le sue incoerenze, di lasciar emergere con
infinita compassione le asperità dei contrasti,
di ripensare e comprenderne le contraddizioni.
La morte conclude la vita, non il rapporto che – dopo –
vive più che mai nella verità del vero, e morirebbe invece nella fissità falsa
di una foto, nella costruzione ipocrita di un’icona o nel “liberatorio”
processo di beatificazione.
Dopo il rogo e dopo che le ceneri di Tanya si sono sciolte
nel grande fiume che guarisce ogni dolore, i due piccoli uccelletti in gabbia
che accompagnano il trasporto funebre (per l’esattezza due zigoli, gli ovsyanki del titolo originale) voleranno
liberi fra acqua e cielo, evidente
metafora delle anime silenziose che - compresse dalle reticenze alle quali si è
obbligati in vita – ritrovano la libertà slegando i ricordi senza reticenze e
senza inibizioni, nella spontanea naturalezza che solo il dolore consente.
Salvare il mondo
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