Visualizzazione post con etichetta piccole memorie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta piccole memorie. Mostra tutti i post

giovedì 28 gennaio 2010

1960-1963: MICROCOSMI (6) – Rientro nella nebbia

...
Quella sera il viaggio di ritorno si collocò fuori dal tempo e dallo spazio.
Col buio era calata improvvisa una fittissima nebbia.
La corriera si era districata con fatica fra le strade male illuminate della città e, superate le ultime case della periferia, era penetrata in un mare di ovatta sporca e avanzava incerta galleggiando nel nulla.
Una lunga colonna di automobilisti si era incollata dietro di noi per farsi guidare nella caligine che diventava sempre più densa. L’autista, investito dalla responsabilità di capofila, ci aveva chiesto di stare seduti e zitti, aveva spento tutte le luci interne per non farsi infastidire dai riflessi, aveva asciugato con cura i vetri appannati, aveva tirato avanti il sedile e ora guidava con la faccia incollata al parabrezza tenendo d’occhio sia la riga sulla mezzeria a sinistra, sia i riflessi dei catarifrangenti sui paracarri a destra.
Le auto seguivano lente, a velocità costante, in fila serrata, legate una con l’altra dalle sfere di luce sfuocata emesse dai fari. Il corteo che si snodava nella notte sembrava una processione notturna, un treno nelle tenebre, un lungo bruco a strisce bianche e grigie, un serpente di luci che scivolava nel silenzio, un drago che nell’incedere bucava la bruma e la sollevava in sbuffi lenti di vapore.
I pendolari se ne stavano tutti rannicchiati nei loro sedili, infagottati nei loro cappotti, assorti nei loro pensieri a covare la stanchezza.
Il silenzio assoluto, sopra il ronzio del motore diesel che faceva da sottofondo, era rotto solo da qualche colpo di tosse.
Ero seduto sullo sgabello a scomparsa accanto all’autista. Guardavo la strada come se la mia attenzione potesse aiutarlo. E fissando un punto preciso nella nebbia, diluivo l’ansia, annegavo il tumulto che avevo nel cuore, disperdevo i mille sbriciolati pensieri che mi ronzavano in testa.
Nei vapori della notte non si capiva dove fossimo e quanta strada ci restasse da percorrere. Io pure, per mio conto, non sapevo dove fossi, quanta strada mi restasse da fare, quale strada, e nemmeno sapevo dove sarei arrivato.

1960-1963: MICROCOSMI (5) – Un’estate al mare

Sfruttando il potere di attrazione che derivava dalla nostra condizione di studenti, ci eravamo infiltrati in un gruppo di studentesse piacentine che alla sera – ogni sera – si ritrovavano con gli amici davanti al portale di una chiesetta romanica.
Nel gruppo vi erano due ragazze ed un ragazzo poliomielitico che erano stati scritturati per recitare in un film dall’esordiente Marco Bellocchio, loro concittadino, che, nonostante la giovane età, cominciava a godere di una certa considerazione e di una discreta fama. Tutti i ragazzi della compagnia, che esibivano abbigliamenti borghesi e atteggiamenti anticonformisti, amavano incondizionatamente il Marco, fieri di questa “concittadinanza d’onore”, e si sentivano per questo molto intellettuali. I genitori dei ragazzi della compagnia guardavano con benevola curiosità e con esitante perplessità il proclamato anticonformismo dei figli, e si sentivano molto liberali, in perfetta armonia con la cultura borghese della quale si sentivano i rappresentanti.

Le conversazioni erano sempre leggere, anche quando venivano affrontati i temi tragici dell’essere e del divenire. L’eversione esistenziale e quella politica erano molto celebrate e poco praticate. Le dinamiche relazionali erano spruzzate da incerte espansioni affettuose che si traducevano in corteggiamenti leggeri e flirt variabili; e questo intrecciarsi d’amorosi sensi rendeva dolce il frequentarsi e indissolubile la brigata. In questo brodo instabile, chi voleva, poteva individuare l’anima gemella, accorciare le distanze, studiare strategie di avvicinamento, fare delle prove, tentare approcci, ritirarsi senza scorno e riaprire le danze, oppure accelerare, creare la coppia e allontanarsi dal gregge.

Mi trovai a scherzare con Carla, una delle due “attrici” che per una certa avvenenza se la tirava: aveva sempre un’espressione diffidente e scostante e teneva un po’ tutti a distanza. Dopo un casto incontro ravvicinato, non incoraggiato ma neanche troppo respinto, ristabilii io le giuste distanze, sconcertato da un insospettabile e sgradevole alitosi che neanche il fumo delle sue sigarette al mentolo riusciva a compensare.
Una sera fui scherzosamente insidiato da Marisa, una piaciosa cicciotella amica di tutti e filata da nessuno, che utilizzava la sua condizione di non-accoppiabile per tenere coesa e allegra la compagnia. Stetti al gioco e recitai la mia parte con tanta convinzione che ad un certo punto il nostro idillio divenne il fulcro della serata.
Il giorno dopo, tramite posta (in busta con francobollo timbrato!), mi giunse una sua lunghissima lettera che mi mise addosso una certa inquietudine: le dichiarazioni di amore eterno, espresse con grafia arrotondata, erano un po’ esagerate ma non mi parevano allegre e spensierate come i leggeri e maldestri approcci della sera prima, recitati con una certa teatralità fra i tavolini del bar; in certi tratti mi parevano proprio sincere, genuine, dettate dal cuore, perfino troppo sincere, troppo dettate dal cuore, e anche un po’ cariche di emotività, appassionate, focose, enfatiche, sproporzionate, quasi isteriche. Sospettai uno scherzo, mi immaginai che la lettera fosse frutto di una congiura collettiva e l’inizio di un tormentone estivo giocato sul filo della più ridanciana goliardia. Ma alcuni segnali avvertiti la sera prima al momento della buonanotte e la chiusura della lettera, particolarmente intensa e carica, mi fecero sospettare e temere la “cotta calda”, l’inizio impulsivo di un innamoramento esaltato e sfrenato. Sperai che fossero in parte il frutto dell’insonnia che deforma la realtà; sperai di poterle rintuzzare, nonostante la loro eccitata perentorietà.
La sera arrivai al bar con la solita aria vagamente svagata che costituiva la mia maschera stagionale, salutai tutti con la consueta cordialità, risposi ai lazzi salaci (tra noi usavamo, come segno di profonda amicizia, scarnificarci con battute acide), stuzzicai Marisa con nonchalance, mi intromisi con una arguzia più eccitata del solito nella discussione in corso.
Marisa se ne stava in disparte taciturna e imbronciata; la conversazione andava per le lunghe; era troppo tardi per andare al cinema; decidemmo di fare una passeggiata fino al ponte sul torrente, attraversando le strade del centro, strette e male illuminate. Mi trovai Marisa alle calcagna, adorante e indagatrice. Io mi facevo vigliaccamente scudo del folto della comitiva.
Per due sere la scena si ripeté quasi identica, con le variazioni che mi suggeriva la fantasia. Per due sere Marisa fece vistosamente trapelare il suo desolato sconcerto ma non trovò il coraggio di chiedermi o parlarmi della lettera. Per due sere io mi comportai come se la lettera non fosse arrivata.
Marisa non seppe né affrontare il discorso, né farmi capire in altri modi la sua esondante passione. Mi sentivo un verme quando, passeggiando lungo il corso, me la vedevo camminare davanti nei suoi troppo attillati calzoni, forse ancora piena di rammarico per un amore mai nato, forse pentita della sua precipitosa, improvvida e fatua infatuazione.

venerdì 22 gennaio 2010

1960-1963: MICROCOSMI (4) – La giornata di uno scrutatore

La mia giornata era scandita da una routine monotona: sveglia alle sei e mezzo, corriera, giretto in città in attesa delle otto, lezioni, ritorno a casa, pranzo, mezz’oretta al bar, studio in camera, cena, un’oretta al bar, notte.
La scuola e lo studio occupavano gran parte della giornata, ma non erano le occupazioni più importanti. Erano semplicemente le cose che dovevano essere fatte; erano il compito da espletare sistematicamente, giorno per giorno, con l’impegno al quale ero stato addestrato, con il senso etico che mi era stato inculcato.
Più importanti per me erano invece le attività che potevo liberamente fare nei momenti marginali, nei ritagli di tempo, nelle ore che accantonavo per me dopo il dovere. Attività che realizzavano in pieno il sogno di evasione, che rispondevano alla mia esplosa voglia di fuga e allontanamento e si concretizzavano sostanzialmente in due azioni estremamente e felicemente dispersive: il girovagare senza meta e il leggere disordinatamente.
Il girovagare ed il leggere erano il contrappeso ed il compenso alla costrizione fisica e alla coercizione psicologica della vita di studente. Andando a zonzo liberavo il corpo; leggendo alla rinfusa tutti i libri che attiravano anche per un solo istante la mia curiosità liberavo la mente.
Le mie giornate erano fin troppo, prima di allora, regolate da orari e campanelle, scandite da ritmi sempre uguali, disciplinate da ordini, totalmente occupate da obblighi e doveri; per troppo tempo la mia vita era stata regolamentata e standardizzata, uniformata a quella di chi mi circondava.
Per troppo tempo i libri a mia disposizione erano stati selezionati e limitati, la mia fantasia era stata incanalata, la mia immaginazione era stata nutrita da miscele preconfezionate e la mia testa era stata imbottita da una combinazione di dottrine esemplari e nobili ideali, concetti dogmatici e modelli edificanti, pensieri santi e archetipi di perfezione.
Avevo vissuto in un bacino artificiale senza sbocchi e senza correnti, incanalato, normalizzato, arginato.
Ora, ed era l’età giusta, potevo uscire senza chiedere permessi, andare a zonzo senza limitazioni, improvvisare tragitti senza una destinazione definita; potevo percorrere strade, attraversare piazze, tornare sui miei passi, svoltare agli incroci, perlustrare isolati, entrare nei portoni aperti ed ispezionare cortili, sedermi sotto tutti gli alberi, bere a tutte le fontane.
Potevo andare in biblioteca, esplorare i cataloghi per autori o per titoli di opere o per argomenti e lasciarmi attrarre da un nome, consultare decine di opere, prendere in visione dei libri solo per sbirciarli e restituirli, prendere in prestito tre volumi per volta, portarmeli a casa, leggerne alcune pagine sparse alla ricerca di non so che o divorarli dalla prima all’ultima pagina.
Potevo con pochi soldi acquistare i piccoli libretti della BUR o permettermi l’acquisto dei primi Oscar Mondatori a 350 lire, dei primi tascabili Bompiani, dei primi Feltrinelli.
Potevo prendere un autobus, arrivare al capolinea, gironzolare a vuoto fra gli ultimi palazzi della periferia, percorrendo la linea di demarcazione fra il cemento ed il verde, esplorando gli orti che ancora resistevano all’avanzata delle scavatrici.
Potevo andare a rovistare sulle bancarelle dei libri usati e, in mezzo a cascami dell’editoria e a carrettate di squallide pubblicazioni, scovare a poche lire dei testi curiosi, romanzi introvabili, prime edizioni di libri famosi. Il libraio mi lasciava svuotare gli scatoloni pieni di libri. (Li recuperava – mo disse – sgombrando cantine e solai o acquistando intere biblioteche da vedove illetterate di professionisti, da avvocati in disarmo o da professori in pensione, da discendenti lontani di casate nobili in via di estinzione, da nipoti analfabeti di vecchi parroci, da irriconoscenti eredi di stimati studiosi,...).
Nei miei giri di esplorazione scoprivo palazzi grandiosi affacciati su vicoli lerci e trasformati in alveari con microabitazioni ricavate da saloni affrescati; scale nobili ingombre di masserizie, giardini barocchi occupati da casotti utilizzati come garage o come depositi di materiale edile, osterie incassate sotto il livello stradale con volte sostenute da colonne scanalate, affreschi trecenteschi martellati e male intonacati sotto portici puzzolenti, stamberghe che conservavano i segni labili della loro eleganza originaria, chiesette romaniche occupate da falegnamerie,…
Nelle mie perlustrazioni letterarie incontrai ed amai con disordinata passione Dostoevskij, Camus, Kerouac, Nietzsche, Balzac, Svevo, Pirandello, Brecht, Kafka, Calvino e Pavese, Hemingway, Ionesco e Bekett, Genet, Vittorini e Buzzati, Arpino, Céline, Borges, Faulkner, Llosa, Proust, Bulgakov e Pasternak, Sciascia e Gadda, Mailer, Levi, Fenoglio, Morante e Moravia, Pasolini e Pratolini, Dos Passos, Malerba, Gramsci, Steinbeck, Mauriac, Tolstoj, Silone, Sartre, Tomasi di Lampedusa, Bassani e Cassola, Natalia Ginzburg, Chiara, Flaubert, Manganelli, De Foe, Bacchelli, Nabokov, Queneau, Jarry e Artaud, Feuerbach, Breton, Malraux, Majakovskij, Musil, Dickens, Melville, Marquez.
Girovagavo di giorno, condotto dalla casualità, dalla improvvisazione, dall’estro momentaneo: qualche volta mi incamminavo dietro una bella ragazza e la seguivo a debita distanza, senza secondi fini, per vedere dove mi conduceva; altre volte, con la stessa curiosità, seguivo il carretto di un fruttivendolo o il passo strascicato di un vecchio.
Leggevo di notte, dopo essermi preparato tre o quattro libri sul comodino: qualche volta il libro che aprivo mi assorbiva totalmente e mi impregnava la notte; altre volte nessuno dei libri preparati aveva la capacità di prendermi e di portarmi da qualche parte: li sfogliavo allora, alternandoli casualmente, saltando le pagine alla ricerca dell’amo giusto, leggendo qua e là nella speranza di trovare fra le righe il boccone che mi ingolosisse.
Di giorno osservavo la gente con la stessa curiosità con cui contemplavo i libri esposti nelle librerie. Fra gli scaffali mi lasciavo sedurre da alcuni libri che più di altri sapevano lanciarmi irresistibili ed indecifrabili richiami con il titolo, la forma, il colore, la grafica. Per strada mi lasciavo incuriosire da “esemplari” che più di altri sapevano stregarmi con i segnali più vari che potevano scaturire dall’andatura, dall’abbigliamento, dallo sguardo.
Avrei voluto sfogliare alcune di queste persone con la stessa facilità con cui sfogliavo i libri. Seguendo una delle mie casuali prede, permettevo che si affollassero nella mia mente le mille domande di una improbabile intervista. E con la fantasia facevo seguire all’intervista una serrata indagine che ricostruisse nei dettagli l’intera personalità del soggetto: la storia presente e quella passata, l’infanzia e gli amori, il lavoro e le amicizie, i sogni e le delusioni.
Di notte trovavo nei libri le storie che non avevo potuto estrarre dalla realtà.

mercoledì 20 gennaio 2010

1960-1963: MICROCOSMI (3) – La scrittura

Sui banchi nacque il gusto per la scrittura.
Tenevo un diario quasi quotidiano (rigorosamente segreto): uno zibaldone pieno di dissonanti sfoghi, considerazioni, idee, spunti, brani, pezzi poetici, bozze, lettere non spedite, riflessioni, frammenti, pensieri, meditazioni, parodie, … Riempivo quaderni interi di citazioni memorabili, proverbi, aforismi, recensioni, considerazioni di critica letteraria, novelle scopiazzate, racconti umoristici, poesie petrarcheggianti o leopardiane
Le uniche occasioni per farmi leggere erano quelle canoniche, date dai temi ; gli unici miei lettori erano i professori. Incoraggiato dalle lusinghiere valutazioni assegnate ai miei componimenti di letteratura, cominciai a sbilanciarmi anche su altri temi. Se i titoli proposti non erano abbastanza stuzzicanti, ricorrevo a piccole forzature. Il professore annotava: “fuori tema, ma la lettura piacevole, la fantasia dimostrata, la correttezza ortografica e sintattica, rendono lo svolgimento più che sufficiente” e mi dava un otto.
Dovendo raccontare di “Una situazione comica” mi inventai una novella in cui raccontavo la veglia funebre per un vecchio ubriacone: il cadavere, ritrovato stecchito lungo una strada di campagna, era seduto e non era stato possibile raddrizzarlo più di tanto: nella bara avevano messo dei pesi sotto le ascelle per evitare che il morto facesse capolino oltre l’orlo della bara; la vecchia figlia, prima che si sigillasse la cassa, davanti al prete, ai parenti, agli amici, alle beghine e agli addetti alle pompe funebri, si era avvicinata per dare l’ultimo bacio al povero vecchio e aveva inavvertitamente appoggiato la mano sulle ginocchia del padre: il corpo piegato - facendo leva - si era sollevato dalla parte della testa e …
In un’altra occasione, invitato a descrivere delle “Atmosfere d’autunno”, decisi di evitare le solite descrizioni “en plein air” degli alberi spogli, delle foglie ingiallite e delle nuvole grigie. Raccontai del tempo trascorso in un salottino d’attesa di un dentista: ero solo, il tempo passava, faceva buio, nessuno accendeva la luce, bagliori dalla strada, ombre sui muri, il dentista probabilmente si era dimenticato di me, rumori di passi nelle altre stanze, mobili smossi, sentore di legno antico e di muffe, scricchiolii, tremolio di vetri, frusciare di tende, colpi di tosse, odori di minestra, rintocchi attutiti di una pendola, …

Fra le prime poesie ne ricordo una molto dannunziana.
Iniziava così:

Piove.
Una gocciola
cade leggera,
si ferma sui vetri,
tentenna,
scivola e va.
Un’altra più grave
di sopra
tentenna,
s’arrotola,
scende,
investe
la goccia leggera,
l’ingoia,
s’ingrossa,
s’arresta…

giovedì 14 gennaio 2010

1960-1963: MICROCOSMI (2) - Evasioni

La vita era scandita da ritmi rigorosi ed io ero, con tutti, incanalato in attività rigidamente programmate e monotone. Eppure in questa condizione di sistematica coercizione avevo individuato preziosissime occasioni di evasione. Le lezioni scolastiche più interessanti assorbivano l’attenzione e alimentavano la voglia di conoscere, quelle meno attraenti favorivano le fughe più diverse, quelle che tutti gli studenti annoiati conoscono (decifrare le crepe di un muro, studiare una fila di formiche, guardare le nuvole, ...). Ma dopo aver svolto i compiti e studiato l’indispensabile, dedicavo tutto il mio tempo alla lettura e alla scrittura.
Per la lettura avevo a disposizione i numerosissimi libri di narrativa e saggistica della biblioteca: era mia tutta la letteratura italiana e i classici di tutte le letterature fino alla fine dell’ottocento.
È inimmaginabile quanto possa essere gustosa, per chi ha fame, la vita che pulsa nelle tragedie di Alfieri o nelle novelle di Maupassant; e quanto possa essere liberatoria l’evasione che offre il Decamerone, l’inquietudine che suscita Mattia Pascal, la trepidazione che accende Lucia Mondella, l’avventura vicaria che offrono Virgilio, Cervantes, Ariosto, Dumas.

In biblioteca scoprii autori che non rientravano in nessun programma scolastico: Shakespeare, Comte e Hugo, Feuerbach e Nietzsche, Gogol, Puškin e - soprattutto - Dostoevskij: quest’ultimo fu una folgorazione.
Mi immersi nella lettura di Umiliati e offesi, Memorie del sottosuolo, Delitto e castigo, L’idiota, I demoni, L’adolescente, I fratelli Karamazov. Rubavo il tempo allo studio e al sonno. Non sentivo le campanelle, non percepivo i rumori, i movimenti, la luce, il caldo o il freddo. Levavo gli occhi dalle pagine e non riconoscevo i luoghi, perdevo la cognizione del tempo, smarrivo la consapevolezza della realtà. Scosso dal candore potente di Miškin, dalla contorta idealità di Raskolnikov, dalla fragilità di Arkadij o dagli angosciosi contrasti fra i quattro figli di Fëdor Karamazov. La mente era arata dalla tragedia, sconvolta dal parossismo, scompigliata dal groviglio di sentimenti, occupata da amori irrefrenabili e da odi potenti, conquistata da desideri distruttivi, invasa da angosce intense, devastata da sogni convulsi e da fantasie sublimi.
Nel Periodo Russo attraversavo le giornate come uno zombie, vegetavo senza partecipazione, mi spostavo seguendo la corrente, attento a non rompere l’incantesimo della vita vera che era quella che bolliva nella mente, desideroso solo di tornare a reimmergermi nella lettura. Nel riprendere in mano il libro, la scena abbandonata si rianimava, i personaggi nei quali mi identificavo - che avevo lasciato congelati in un gesto potevano continuare l’azione, quelli che avevo perduto nel mezzo di una frase potevano riprendere il discorso.
Le sfiancanti descrizioni ottocentesche, le presentazioni minuziose dei personaggi, i dialoghi vacui - oggi insopportabili per chi è abituato a vivere in modi convulsi la giornata e i rapporti - servivano da acclimatazione: riga dopo riga respiravo l’aria di Mosca, percepivo il clima, sentivo gli odori di cipria o di stalla, coglievo gli incerti sentimenti, gli umori inespressi, avvertivo le diffidenze e la insincerità.
Poi, seguendo un esile bandolo, mi ritrovavo inzuppato in un mondo tangibile, infradiciato di concrete relazioni, immerso in un groviglio di sensazioni, sprofondato e rapito da un’ineludibile fantasmatica realtà, disorientato, quasi allucinato.

Fuori, nel mondo reale, Coppi moriva di malaria, Fellini girava La dolce vita, gli stati africani - uno dopo l’altro - proclamavano la loro indipendenza, Hemingway si suicidava con un colpo di fucile, le due Germanie si dividevano e cominciava la costruzione del muro di Berlino, nasceva il secondo canale Rai, cominciava la guerra nel Vietnam, usciva il primo singolo dei Beatles, iniziava il Concilio Vaticano II, Martin Luther King teneva il suo famoso discorso (“I have a dream”), a Longarone morivano quasi 2000 persone travolte dalla frana che fa tracimare una diga, Kennedy veniva assassinato, Leone girava Per un pugno di dollari,…

sabato 2 gennaio 2010

1960-1963 : MICROCOSMI (1) – La scuola

La scuola occupava metà della giornata; lo studio, forzato, l’altra metà.
A distanza mi pare di capire che lo scopo del “sistema” era quello accrescere le conoscenze e “infondere” il sapere, non quello di sviluppare competenze e ampliare la “cultura”.
Prevaleva il nozionismo sfrenato, la ripetizione di regole grammaticali e sintattiche, di declinazioni e coniugazioni, di verbi regolari e irregolari, di date e dinastie, di guerre e trattati, di diete e congressi, di spedizioni e invasioni, incoronazioni e decapitazioni. Si imparavano a macchinetta tutti i nomi degli architetti, degli scultori e dei pittori con l’elenco cronologico delle loro opere. Si snocciolavano a richiesta tutti i teoremi di tutti i matematici da Euclide in poi, tutte le leggi di fisica, tutte le formule chimiche, tutta la nomenclatura delle scienze biologiche, botaniche, anatomiche.
Superando la nausea derivante dalla condizione coatta e per dare un senso a tutto quel tempo, cominciai ad accorgermi che anche la storia della letteratura, pur facendo parte del “loro” programma, poteva dirmi qualcosa.
Scoprii che Dante era potente e immenso; che Petrarca in certi momenti si rivelava tenero e dolcissimo; che Boccaccio aveva pagine esilaranti ma sapeva anche essere inverosimilmente amaro o feroce; che Tasso era struggente e quasi femmineo; che Alfieri, dopo la faticosa lettura delle prime quattro tragedie, ti catturava in un crescendo elettrizzante con le altre quindici e ti scaldava fini all’esaltazione. Perfino Foscolo e Monti potevano agguantarmi e trascinarmi in un mondo separato; e Manzoni, il bigotto, aveva guizzi di arguzia sorprendenti; e Verga, raccontando la vita che si sgroviglia fuori dagli impermeabili confini del mio piccolo mondo, svelava universi sorprendenti e dolori cosmici.
Cominciai a capire che dietro il frastuono delle guerre e sotto la crosta della storia narrata scorreva una storia vera, fatta di sangue e lacrime, di sudore e ribellione, di rassegnazione mai contenibile, di rabbiosa voglia di libertà, fraternità, uguaglianza.
Cominciai a capire che gli artisti, anche quelli che lavoravano al soldo dei potenti e assecondavano i desideri del committente, riuscivano a dire qualcosa di vigorosamente reale, sapevano essere ferocemente eversivi, mettevano nelle loro opere dei segnali che - decifrati - davano senso ai capolavori e dicevano di sé, dei coevi e della loro epoca qualcosa di autentico, qualcosa che gli annali ufficiali non sapevano dirci. Scoprii che Caravaggio nei nitidi quadri di soggetto sacro parlava di cose profane e della sua disperazione; che Bosch, celebrando le virtù e condannando i vizi, ci raccontava le sue ossessioni ed i tormenti; che Michelangelo dava la più potente rappresentazione di sé negli abbozzati Prigioni o nella dissestata Pietà Rondinini, non nella lucida Pietà di Roma o nel David inverecondo (a cui potevamo, grazie alla incensurabile Arte, sbirciare il piselletto e utilizzarlo come confortante parametro di raffronto, l’unico per noi adolescenti pudichi e repressi).

Gli insegnanti tentavano di rendere afoni i nostri scrittori, ma le potenti pagine della saporosa antologia avevano il sopravvento sulla loro soporosa esegesi. Pareva quasi che volessero evitare che coltivassimo delle curiosità e ci formassimo uno spirito critico, che ci avrebbe portato a rifiutare l’obbedienza.
Molti miei compagni - conformisti - studiavano la storia della letteratura senza leggere un brano (“quel giorno più non vi leggemmo avante”!) o studiavano sui vietati Bignami; alcuni - conformisti e pigri - si accontentavano di leggere gli appunti delle lezioni e apprendevano tutto quel che serviva per passare dignitosamente le interrogazioni. C’erano perfino alcuni insegnanti che, per insegnare la sintesi, “dettavano” gli appunti che si presentavano come piatti unici, confezionati e precotti: la mediocre “recita” di queste sintesi evitava superflue fatiche e inutili rischi, e garantiva una sufficienza.
Io leggevo, “per diletto” innanzitutto, ma anche per anticonformismo; ero alla puntigliosa ricerca di elementi per verificare ed eventualmente smentire gli storici, di ragioni per smascherare i bigini, di appigli per contraddire i professori.
Nei miei temi di letteratura - mai meno di venti pagine - scioglievo i controlli nei quali ero costretto durante le interrogazioni e mi scatenavo, scardinando le piccole certezze dei miei professori - non tutti stupidi - basate su canoni fissi, costruite su tracce tramandate di anno in anno, congegnate su riassunti schematici, composte di nozioni fitte e condite con aneddoti curiosi.
Per puro spirito di contraddizione presentai una volta un tema di cinquanta pagine nel quale dimostravo - con puntigliose e precise citazioni testuali - che Ariosto, sotto la vena comica, nascondeva una disperata tristezza più devastante della compiaciuta malinconia del Tasso.
Era la lotta dell’autentico contro l’inautentico. Una difficile zuffa, fatta di opposizioni e attrazioni, di ansimi e aneliti, di dissensi e desideri, considerato che i miei “viaggi” partivano tutti e comunque dalle sollecitazioni che mi venivano offerte su quei banchi.

martedì 10 novembre 2009

1950 (4): La messa dei defunti

Alcune mattine venivo trascinato in chiesa da un amico, arruolato nella schiera dei chierichetti.
Prima della Messa si celebrava un fascinoso rito chiamato l’Ufficio dei defunti.
Ricordo confusamente la chiesa poco illuminata ed un enorme catafalco collocato al centro della navata, coperto da drappi neri bordati d’argento, circondato da pesanti candelabri.
Ricordo il fumo dell’incenso, il tremolare delle fiamme delle candele, i paramenti lugubri, gli odori di cera, di legno e di resina.
Ricordo lo splendido e terrificante canto del Dies irae e la potente voce baritonale del prete che sovrastava le cantilenanti e strascicate voci nasali delle beghine.
Ho dimenticato le formule latine delle preghiere di cui nessuno capiva il significato ma a cui noi tutti, proprio grazie alla loro indecifrabilità, attribuivamo arcani poteri taumaturgici. Ma ricordo i pensieri che accompagnavano le assonnate preghiere per i defunti: mi perdevo ad immaginare le anime evanescenti che, liberate dal purgatorio per le nostre insistenti orazioni, uscivano dalle fiamme purificatrici in quelle crude mattine d’inverno e, attraverso misteriosi percorsi sotterranei, entravano nella nostra chiesa sbucando dalla botola sotto il catafalco, si mischiavano ai pennacchi di fumo che svaporavano dal turibolo, salivano a frotte verso i lampadari spenti, lambivano i finti marmi delle lesene e dei cornicioni, stagnavano sotto gli affreschi della volta indugiando ad ascoltare le ultime litanie e poi uscivano nell’aria gelida per dirigersi verso il cielo.
I pensieri galleggiavano liberi sulle onde delle nenie liturgiche e fluttuavano leggeri sulle ombre tremolanti.
Coltivavo fantasie eterogenee.
Qualche volta mi perdevo a pensare dove potessero essere le anime dei miei sconosciuti defunti: quella di una nonna di cui avevo sentito celebrare le virtù (“scomparsa lasciando una numerosa famiglia che tristi la rimpiangono”), quella di uno zio alcolizzato, “reciso” nel fiore degli anni, quella di una sorellina senza nome, nata morta e sepolta in un angolo del cimitero disseminato di sagome di angioletti ritagliate in povera lamiera.
Una volta l’anno la cerimonia mattutina era commissionata dai miei in suffragio dei defunti della famiglia e vedeva la straordinaria partecipazione di tutti i miei parenti: da dietro il bastone di una croce o attraverso il fumo del turibolo li sbirciavo fiero del mio ruolo, incuriosito dell’inconsueto assembramento e del loro solenne portamento, stupito della loro immobile e sonnolenta gravità.
In una di quelle occasioni, la mia fede subì una prima incrinatura in quanto mi trovai a pensare alla imperscrutabilità scontrosa ed un po’ sadica di un Padreterno che assorbiva impenetrabile e muto le nostre orazioni e ci faceva congelare i piedi e sprecare il fiato in estenuanti suppliche per chiedere la liberazione delle anime dei nostri nonni che avrebbero potuto essere, solo Lui lo poteva sapere, forse inchiodate senza remissione all’inferno o forse beate in paradiso, purgate e redente da precedenti devozioni.

1954 - LA SCUOLA (3) : leggere e scrivere e far di conto

Ogni mattina ci presentavamo a scuola coi nostri grembiuli freschi di bucato, i colletti bianchi, il numero romano della classe ricamato sul taschino, le scarpe nettate quanto era possibile, le guance arrossate per la strigliata energica a base di sapone da bucato e acqua fredda imposta dalle mamme, i capelli districati e pettinati, le mani quasi presentabili.
Ogni pomeriggio uscivamo dal cancello della scuola come da una zuffa, coi grembiuli sbottonati e stazzonati, i colletti di traverso, le scarpe impolverate, le guance arrossate per l’affanno delle corse, i capelli arruffati, le mani chiazzate d’inchiostro.

Nella cartella di cartone pressato si portavano a scuola uno o due libri, pochi quaderni, un astuccio di legno con scomparti per una cannuccia, due o tre pennini, una matita, un temperamatite, una gomma bicolore.
L’astuccio aveva il coperchio a scorrimento che serviva come righello.
Fra gli articoli di cancelleria obbligatori vi era anche una scatola di matite colorate: i poveri l’avevano semplice, con sei pastelli; i benestanti l’avevano doppia, con dodici pastelli e indefinibili gradazioni di colore. Sulla scatola era stampato – in colori pastello – un Giotto fanciullo vestito da pecoraio che ritraeva il suo agnello su una pietra liscia usando un tizzone di carbone, per ricordare a noi pasticcioni inguaribili che la capacità di disegnare è innata e che l’educazione artistica non serve a nulla; come a nulla serve la musica se si è stonati, a nulla la poesia se non si è di animo gentile, a nulla la scuola per quelli destinati alla zappa.
Nonostante ciò i maestri si sfiancavano per sgrossare le nostre menti e per cercare nella massa amorfa o ribelle le rare perle che avrebbero compensato col successo scolastico la loro fatica.

Il metodo d’insegnamento era direttivo e selettivo: il maestro faceva lezione e assegnava i compiti; chi capiva e sapeva, lavorava; chi non capiva e non sapeva, era perseguitato da ripetizioni, compiti supplementari, esercizi di copiatura estenuanti.
La memoria era l’unica dote richiesta, indispensabile per imparare le tabelline e le poesie, per conoscere le formule della geometria e i nomi delle città, delle regioni e degli stati di tutti i continenti, per ricordare le date di mille battaglie e quelle di mille paci, per sapere l’altezza dei monti e la lunghezza dei fiumi.
I libri, di lettura o sussidiari, erano illustrati con disegni dai colori tenui e acquerellati ed erano zeppi di considerazioni ispirate al motto “Dio, Patria e Famiglia”.
Veniva incoraggiata la competizione che disgregava le relazioni in classe favorendo alleanze classiste; l’aula rispecchiava il paese con le sue quasi immote gerarchie.
I migliori erano esaltati, i reietti erano reietti, ai mediocri si prospettava la scelta fra il paradiso degli eletti e la palude dei rifiuti.
Anche per questo motivo nasceva proprio nella scuola la voglia di riscatto di chi, appartenente alla umile classe dei contadini, degli operai o dei piccoli artigiani, maturava la convinzione e la consapevolezza di valere di più dell’imbranato figlio del farmacista.

1954 - LA SCUOLA (2) : il dettato

L’inchiostro era conservato in un bottiglione sempre imbrattato, chiuso a chiave nell’armadio: solo il maestro aveva il potere, esclusivo e assoluto, di ordinarne la parsimoniosa distribuzione.
Ogni mattina il bidello ne versava una misurata quantità in tutti i calamai; ogni pomeriggio l’inchiostro avanzato veniva recuperato e riversato nel bottiglione, per evitare che seccasse in fondo ai calamai o che si depositasse in feccia melmosa e inservibile.
Nel giorno del “dettato”, che era fisso nel rigido orario settimanale delle lezioni, la dose di inchiostro veniva raddoppiata e la si consumava tutta nell’interminabile esercizio di lenta scrittura, incerta nel tratto, titubante nell’ortografia, irregolare nella dimensione, incostante nella inclinazione.

Le parole lunghe iniziavano con lettere robuste, piene e nere come la pece per il pennino appena inzuppato, e impallidivano gradualmente col defluire dell’inchiostro per terminare in un graffio quasi invisibile.
I pennini – a forma di foglia panciuta, di torre antonelliana, di manina con l’indice puntato – spesso ci tradivano: divaricavano improvvisamente le punte tracciando sottilissime rotaie, incespicavano su impercettibili ostacoli schizzando nuvole di minutissime macchie, raccoglievano e trascinavano invisibili peluzzi disegnando fettucce sinuose, scaricavano a tradimento la loro provvista in un’unica macchia piena, lucida, irrecuperabile.
I più diligenti fra noi portavano nell’astuccio una pezzuola grigia con la quale nettavano il pennino.
La carta assorbente, in fogli sbrindellati o in rotoli impiegatizi, faceva parte della dotazione obbligatoria, ma il suo uso richiedeva abilità non comuni. Nonostante la maneggiassimo con tutte le cautele, sotto la minacciosa sorveglianza del maestro, ci riservava sempre una sorpresa: spiattellava i tratti generosi di inchiostro trasformando le effe in artritiche farfalle; riempiva le pance delle pi e i deretani delle di; timbrava precedenti asciugature su fogli candidi; dimenticava
qualche invisibile segno fresco per regalarlo alle nostre maniche sdrucite.
Ogni pagina era la storia di una faticosa e impari guerra fra l’armonia desiderata e gli imprevedibili inciampi del destino.

lunedì 1 giugno 2009

1955 - I GIOCHI (parte 5): cavallina, mosca cieca, fazzoletto,...

Non amavo quella variante del gioco della cavallina in cui, invece che correre e scavalcarsi a vicenda all’infinito con fugaci e multipli contatti, alcuni giocatori si mettevano in fila incurvati, agganciati fra loro a formare come un lungo bruco la cui testa si puntellava contro un albero o contro un muro e, così avvinghiati, subivano l’assalto di altri giocatori che, presa la rincorsa, saltavano impetuosamente sulle groppe curve cercando di ammucchiarsi impietosamente sull’anello più debole della catena per farlo cedere.
Ricordo ancora con fastidio il peso insopportabile di un mucchio di selvaggi puzzolenti, la fatica di reggerli, la resistenza fino allo stremo, le urla di incitamento, i movimenti bruschi e violenti degli assalitori, i fiati sul collo, i vestiti strappati, le ginocchiate sulle orecchie, il sudore, i calci nei fianchi, gli strilli e le risate,…

Mosca cieca era un gioco che si vedeva giocato solo sui libri illustrati da bambine ricche, coi vestiti lunghi a pieghe, fiocco sui boccoli biondi, scarpe di vernice.
Qualche volta, a cinque o sei anni, ci avevo giocato anch’io accettando il pressante invito di tre amichette vicine di casa, dopo essermi accertato che nei paraggi non ci fossero indiscreti e beffardi testimoni maschi. Mi sembra che sia stato proprio nel corso di questo gioco o di altri analoghi inventati dalle bambine che sperimentai le prime confuse curiosità, le prime sensazioni provocate da piccole mani indagatrici, i primi indecifrabili fremiti accesi da una guancia liscia e arrossata, i primi brividi suscitati da unrespiro vicino, caldo e leggero.

Ma non amavo nemmeno i giochi troppo delicati e da femminucce come quello delle belle statuine o un altro, buffo e infantile, chiamato regina-reginella.

Il gioco del fazzoletto, troppo bambinesco, veniva giocato solo a scuola, su proposta e sotto sorveglianza delle maestre che vietavano il calcio. Lo si subiva come un ripiego, utile se non altro a prolungare l’intervallo fra le lezioni. Speso le maestre, perse nelle loro chiacchiere, affidavano il fazzoletto e il potere di chiamare i numeri a uno di noi: questa delega provocava immediatamente l’insoddisfazione generale (per la scelta dell’insegnante che ricadeva sempre sul soggetto meno idoneo a prendere in mano le redini del gioco) e generava nel corso del gioco occasioni furibonde di scontro.
Ancora oggi mi sorprende pensare a quanti pretesti di rissa offrisse un gioco così elementare: ricordo comunque che le contese erano generate esclusivamente dalla insofferenza generale verso l’estrema discrezionalità affidata al conduttore che indispettiva sia per il favoritismo delle sue chiamate, sia per la faziosità dell’arbitraggio.
Non so poi se da questo si debbano trarre deduzioni generali sulla nostra propensione politica che ci faceva considerare preferibile la dittatura alla delega, il potere indiscusso del capo all’arbitrio per procura del primus inter pares.

All’oratorio femminile, dove si andava ogni tanto per partecipare a non ricordo quali cerimonie religiose, mentre aspettavamo sotto un portico, ci facevano giocare ai quattro cantoni, un gioco indisponente che insegna l’astuzia e il tradimento.

Durante i nostri giochi, gli adulti per noi non esistevano; la nostra frenesia ci proiettava in un universo parallelo a quello dei grandi; li incrociavamo nei nostri spostamenti ma li ignoravamo come se fossero trasparenti.
Le ore passavano infinite e fulminee; veniva sera; la compagnia improvvisamente si scioglieva; il tragitto verso casa diventava un graduale ritorno alla realtà.













1955 - I GIOCHI (parte 4): le armi e le guerre

Amavo invece in modo del tutto particolare giocare con cerbottane, fucili ad elastico, archi e frecce, lance, spade e pugnali, fionde.

LE CERBOTTANE

Le cerbottane le ricavavamo da canne delle più disparate provenienze (tubi idraulici, bacchette di lampadari, condutture del gas, fusti di bambù, bastoni per le tende, canne di alluminio, rami di sambuco svuotati dal loro morbido midollo); le migliori erano quelle di metallo cromato dei bastoni che reggevano le grucce appendiabiti negli armadi.
I proiettili erano scelti a seconda del calibro della canna e della sua lunghezza: per le piccole cannucce ci si doveva accontentare di palline di carta, secche per gli scherzi frettolosi o umide (masticate e ridotte in poltiglia) nelle gare di precisione, quando il proiettile, a dimostrazione della mira, non doveva rimbalzare e perdersi ma restare incollato al bersaglio.
Anche le palline di mollica di pane erano perfette, ma era difficile procurarsi la materia prima a causa della stretta sorveglianza che i genitori esercitavano sul pane che, per tabù ancestrali, non doveva andar sprecato.
Con le canne di maggior calibro si costruivano proiettili fatti con coni di carta: c’era sempre qualcuno che faceva i coni più belli dei miei, lunghi, dritti, asciutti, affusolati, resistenti, perfetti.
I miei venivano un po’ tozzi, sfiatati, stropicciati, umidi di saliva. Se li volevo efficienti dovevo prepararmeli a casa con la colla o riutilizzare gli scarti dei miei compagni più abili.
I nostri tiri erano potenti e precisi: la mira era il risultato di mille esercitazioni; la potenza era dovuta a proiettili di calibro esatto (inseriti per pochi millimetri nella canna per non bagnarli e appesantirlo con la saliva) e al soffio deciso, breve e secco.
Qualcuno di noi aveva introdotto i “coni armati”, con uno spillo fissati in punta: erano proiettili temutissimi e micidiali (ma vietati) sulle chiappe, che si rivelavano inefficaci sugli usci perché lo spillo, comunque lo si bloccasse, rincagnava invariabilmente invece che infiggersi nel legno.

I FUCILI AD ELASTICO

I fucili ad elastico erano la mia specialità.
L’aspetto estetico e la funzionalità tecnica dei miei fucili non temevano concorrenza.
Sceglievo un asse, la intagliavo a forma di fucile, la cartavetravo con accuratezza e la lucidavo, dando al calcio quelle sinuosità ergonomiche che caratterizzavano i veri fucili; qualche volta incidevo sui lati le iniziali o vi inchiodavo targhette di latta o medagliette decorative; poi fissavo in punta una catena di elastici leggeri e flessibili di gomma chiara (la “para”), migliore di quella fatta con anelli neri ricavati da vecchi copertoni di bicicletta che, all’atto pratico, si rivelavano poco elastici, deformabili, facili ad ingarbugliarsi e fragili.
Il cane era costituito da una molletta per la biancheria fissata alla cassa con altri elastici che servivano come ricambi.
Oltre ai fucili semplici si costruivano anche fucili “a mitraglia” con due o tre colpi.
I fucili a tre colpi erano infidi per l’avversario che, nella concitazione della battaglia, dopo aver ricevuto il primo colpo, si avvicinava credendoti “scarico” e si beccava due micidiali colpi a distanza ravvicinata. Ma erano infidi e traditori anche per il proprietario che spesso si feriva da solo per una molletta un po’ allentata che si scaricava a tradimento sulla nuda caviglia.

Poco diffusi erano i fucili corti “a canne mozze”, più frequenti le pistole, strepitose come forza di tiro ma poco precise: ognuno di noi ne aveva almeno due infilate nella cintura dei calzoni.

Si partiva per i campi di battaglia armati fino ai denti e con le tasche piene di chicchi di granoturco o, quando il conflitto si inaspriva, di sassolini che andavamo a raccogliere sul greto del fiume.
Le battaglie fra squadre avvenivano nel bosco che si prestava bene sia alla guerra di posizione che a quella di movimento, luogo ideale per combattere e morire, per escogitare accerchiamenti e pianificare assedi, per garantirsi la fuga e disporre ripiegamenti, per preparare agguati e tendere imboscate, per preordinare ritirate strategiche e contenere le disfatte, per ripararsi dietro ai tronchi e per fare, da sopra gli alberi, da sentinella o da cecchino.

ARCHI E FRECCE

Gli archi e le frecce imperversavano quando all’oratorio si proiettavano film di Robin Hood.
Una regola imposta dagli adulti e condivisa da tutti vietava l’uso dell’arco per la guerra.
Era sulla bocca di tutti la storia di un bambino che aveva perso un occhio per colpa di una freccia mal indirizzata: il pensiero di un ragazzino con l’orbita cucita nascosta da una pezza piratesca era un deterrente assolutamente efficace per tutti.
L’arco, come nei tornei a Nottingham, veniva usato solo per le gare di tiro.
Forse per questa ragione il semplice arco di legno di salice subì una veloce evoluzione e fu presto sostituito da archi vigorosi e robusti fatti con grossi rami di legno di castano, poco flessibili ma potentissimi; e le frecce di legno sottile, decorate con pinne direzionali fatte con penne di gallina, furono rinforzate in punta con chiodi appuntiti o sostituite con dardi fatti con stecche d’ombrello acuminate.
L’allenamento avveniva contro gli alberi nei campi.
Per le gare invece si usava un’asse di legno con disegnato il bersaglio a cerchi concentrici.
Le gare erano organizzate per eliminazione o per punteggio: nelle gare per punteggio facevano fede i punti segnati sul bersaglio; nelle gare ad eliminazione usciva dalla competizione chi falliva il bersaglio; e vinceva l’ultimo rimasto in gara.
Divertentissimo era poi, più che il tiro al bersaglio sull’asse di legno, il tiro a segno contro barattoli di latta: era impagabile la soddisfazione di veder saltare le scatole di pomodoro messe in fila su un muretto; ed era un’estasi ritrovarle nell’erba infilzate da parte a parte.

LE SPADE

Le spade venivano sfoderate nella stagione del film di Zorro (Il segno di Zorro, con Tyrone Power, del 1940, arrivato da noi qualche annetto dopo) o in quella de I tre moschettieri (del 1948, con Gene Kelly e Lana Turner) e si incurvavano diventando sciabole poco maneggevoli quando venivano proiettati all’oratorio i film dei pirati e dei bucanieri.
Spade, fioretti e sciabole erano sempre accompagnate dai pugnali che vivevano brevi stagioni da protagonisti con le diverse uscite dei film di Tarzan interpretati da Johnny Weissmuller, grande ex-campione olimpionico di nuoto, grande attore dall’ugola potente che già in quegli anni mostrava incipiente calvizie e malcelata adipe.
Con le spade ingaggiavamo dei sofisticatissimi duelli, imitando i Moschettieri nelle movenze, nei passi, nelle finte, negli scarti, nelle stoccate e negli affondo.
I pugnali li portavamo infilati nella cintura e li usavamo, con prudenza, nella lotta corpo a corpo. Negli assalti all’arma bianca qualcuno di noi li teneva stretti fra i denti: la moda non prese piede perché, se l’immagine aveva un suo effetto romantico, la realtà - come sempre - appariva molto pedestre: un pugnale fra i denti infatti provocava un aumento fastidioso della salivazione e impediva di urlare: e non è né efficace, né dignitoso effettuare una carica sbavando in un silenzio imbarazzante e ridicolo.

LA FIONDA

La fionda, da noi chiamata tiraprede, era l’arma preferita in assoluto: nessuno la considerava un giocattolo, nessuno di noi ne era sprovvisto, tutti sapevamo costruircela, a nostra immagine e somiglianza, più o meno bella, più o meno efficiente.
Era lo strumento essenziale, l’appendice imprescindibile, il corollario immancabile.
E per averla non aspettavamo ispirazione dagli eroi di celluloide.
Era il dettaglio che ci connotava, come la pistola per i cow-boy, la daga per i legionari di Cesare, la lancia per i watussi, il boomerang per gli aborigeni; e come la tonaca per i preti o la cuffia per le suore, il cappellino a cono per i cinesi o la pelliccia per gli esquimesi, le penne per i
pellerossa e la bombetta per gli inglesi.

Il tirasassi era costituito da tre elementi: la forcella, gli elastici e la tasca.

La forcella idonea per la fionda perfetta non esisteva in natura: bisognava costruirsela, come avevano fatto gli uomini primitivi con l’ascia di selce, trasformando un pezzo di legno in un in manufatto semplice e geniale. Per prima cosa era necessario individuare l’albero adatto (e non era scelta di poco conto); poi bisognava cercare pazientemente una biforcazione che avesse i due rami di giusta proporzione, simmetrici ed uguali; si tagliava quindi il ramo a valle della biforcazione, lo si sfrondava accuratamente, si tagliavano i due rami gemelli e poi si scortecciava il tutto. Per dare la giusta forma - che era quella del calice dal fondo a semisfera, non a cono - si
infilava nella biforcazione un barattolo dalla dimensione adatta e si legavano fra loro i due rami verdi, stringendoli attorno al cilindro. Poi si attendeva che il legno seccasse.
Molti di noi sperimentavano tecniche di essiccazione fantasiose per dare alla forcella la giusta rigidità e la necessaria resistenza: c’era chi la appendeva al sole e chi la lasciava asciugare all’ombra, chi la metteva in forno e chi la sotterrava nella sabbia; alcuni facevano bollire il pezzo di legno prima di metterlo in forma e poi lo asciugavano alla fiamma: effettivamente il legno bollito acquisiva una straordinaria flessibilità e l’essiccazione alla fiamma lo pietrificava.

L’elastico giusto era difficilissimo da trovare: non era assolutamente idonea la tagliatella di gomma ricavata dalla camera d’aria delle biciclette, anche perché i tubolari a nostra disposizione erano quelli irrecuperabili che, dopo mille rappezzature, venivano scartati perché si presentavano stracotti, screpolati, deformati, pieni di bolle e coperti di toppe.
Andavano un po’ meglio le strisce tratte dai pneumatici delle moto o delle auto, che spesso
però conservavano la curvatura poco funzionale della ruota originaria.
Qualcuno aveva provato ad usare gli elastici bianchi da sartoria, ma subito aveva dovuto pentirsi della stravagante scelta e sorbirsi le più umilianti derisioni: a nessuno interessava la funzionalità di quei ridicoli elastici buoni per le mutande della nonna.
I tiranti migliori erano quelli di gomma gialla, quella che noi chiamavamo para, oggetto del desiderio di una intera generazione, invidiatissimi, rarissimi, ricercatissimi. Per noi comuni mortali era anche impossibile averli: si favoleggiava che non fossero ricavati da altri prodotti ma
che fossero fabbricati appositamente per le fionde e che si potessero trovare belli nuovi, confezionati a coppie, in un negozio a Brescia che aveva l’esclusiva per tutta la provincia. Nessuno di noi ha mai saputo dove fosse quel negozio e quali generi trattasse, se vendesse oltre agli elastici articoli sportivi, o scarpe, o prodotti per caccia e pesca, o materiale idraulico, abbigliamento o altro.

La tasca doveva essere rigorosamente di pelle: quelle fatte con pezze di tela sovrapposte si sfilacciavano e si rompevano, quelle ricavate dai copertoni delle biciclette erano troppo rigide. La pelle - morbida, sottile e robusta - consentiva una presa sicura, permetteva di “sentire” se il sasso era alloggiato nel modo giusto e, quando si rilasciavano gli elastici per far partire il colpo, si infilava nella forcella senza intoppi.

Le tecniche di tiro erano sostanzialmente due, quella del calcolatore e quella dell’improvvisatore: il calcolatore prima di ogni tiro sceglieva il sasso, caricava la tasca della fionda, mirava tendendo la fionda lungo una linea ideale che andava dall’occhio al bersaglio passando attraverso la forcella, tendeva l’elastico, riaggiustava la mira, fermava il tremore dovuto alla tensione, mollava la presa e sbagliava il colpo, sempre per un pelo; l’improvvisatore disinvolto, tenendo la fionda bassa a livello della vita, metteva in tensione l’elastico senza prendere la mira e mollava immediatamente la presa centrando, nove volte su dieci, il bersaglio.

ECHI DI GUERRA

I nostri giochi di guerra si ispiravano esclusivamente ai film d’avventura (esploratori, pirati e moschettieri), ai romanzi di Salgari o di Molnar, ai primi fumetti popolari, non alle guerre vere, per noi irreali, lontane nel tempo e nello spazio.

La seconda guerra mondiale, finita da pochissimi anni, non aveva lasciato tracce nella nostra infantile quotidianità.
In tutte le famiglie c’erano reduci dalla Russia, dall’Africa, dall’Albania o dalla Grecia; in alcune case si portava ancora il lutto per dei morti o si tenevano infilate sul vetro della credenza le foto di dispersi.
Ma a noi bambini nessuno raccontava nulla.
La nostra fame di storia avrebbe scatenato la curiosità; la nostra sete di storie ci avrebbe indotto a chiedere troppi particolari; il nostro desiderio di conoscere vicende belliche, situazioni, paesi e nemici avrebbe scoperchiato troppe sofferenze, avrebbe sollevato troppi imbarazzi.
Capita spesso che una dolorosa vicenda non riesca a sedimentare per trasformarsi in mito, non si assesti al punto di poter essere ripresa per diventare alimento per l’immaginario collettivo.
Perfino la lotta partigiana, nel corso della quale molti di noi erano nati o erano stati concepiti, aveva subito un processo di sospensione.

In casa sentivo raccontare strane storie di squadre di buontemponi che, negli anni venti, con alcuni miei zii scavezzacolli organizzavano spedizioni nei paesi vicini per andare ad azzuffarsi - di notte - con altri scioperati (o scioperanti, non si capiva bene) e tornavano esaltati dalla missione compiuta e dalle legnate date e prese.

Mio padre - con minor enfasi - mi raccontava il suo Otto Settembre, quando un capitano, fino a quel giorno stimatissimo e amatissimo, gli aveva chiesto in prestito una bicicletta ed era sparito dalla circolazione; e lui aveva dovuto svignarsela all’ultimo momento, prima che i tedeschi occupassero la caserma, ed era stato costretto a farsi a piedi tutta la strada da Piacenza a Brescia, attraverso i campi, nascondendosi di giorno e camminando di notte.
E raccontava anche di quando, reclutato a forza dai tedeschi nella Todt, era stato impiegato in squadre di lavoro per ricostruire le massicciate e riparare i binari dei treni danneggiati dai bombardamenti americani; e di quella volta che aveva rischiato la vita sotto il mitragliamento degli aerei inglesi.

In casa si favoleggiava di un mitico aereo inglese - sempre quello - guidato da un aviatore che si chiamava Pippo, infallibile e micidiale, perfido e imprevedibile, che arrivava nelle notti più buie a bombardare le case da cui filtrava il più sottilissimo luce attraverso gli infissi non perfettissimamente oscurati.

Mia sorella - a quei tempi impiegata comunale - ricordava con un certo orgoglio di quella volta che aveva salvato uno giovane zingaro dalla deportazione e, sicuramente, dalla morte: raccontava che, una domenica d’estate, mentre stava chiacchierando con una giostraia davanti ad in tiro a segno, era arrivata una pattuglia tedesca in cerca di renitenti e disertori; il giovane figlio della giostraia si era nascosto in una cassapanca; il capitano tedesco aveva ordinato ai suoi soldati di controllare i documenti di tutti i presenti; conoscendo mia sorella come dipendente del Podestà, l’aveva salutata con cordialità e le aveva chiesto - sotto gli occhi terrorizzati della zingara - se avesse visto in giro uomini in età di leva; mia sorella aveva risposto al capitano con un sorriso un po' tirato che - purtroppo - di uomini in giro non ce n’era nemmeno uno; disse anche, ammiccante, che se ne avesse trovato uno l’avrebbe sequestrato volentieri per sé e non l’avrebbe sicuramente consegnato ai tedeschi; e il capitano se n’era andato ridacchiando.

Mio padre riferiva anche, non riuscendo a nascondere il suo disappunto, la prepotenza commessa nei suoi confronti da un partigiano che gli aveva requisito una radio, sostenendo che con quella si poteva ascoltare Radio Londra.

Mia madre raccontava di quando, dopo il 25 Aprile, si era presentata in municipio al posto di mia
sorella, convocata dal Comitato di Liberazione per essere rapata in quanto amica della figlia di un notabile fascista.

La storia che si studiava a scuola si fermava al 1918. Dopo la Grande Guerra, quella di Cesare Battisti, di Enrico Toti e di Fabio Filzi, non era accaduto nulla. Mentre noi costituivamo bande e plotoni per attaccare i nemici in agguati fulminei dopo appostamenti estenuanti, in Corea, in Cina e non so dove ancora si combattevano guerre vere.
Ma noi non ne sapevamo nulla, a scuola non se ne parlava, in famiglia nemmeno, la televisione non c’era, i giornali non li leggeva nessuno.

1955 - I GIOCHI (parte 3): tòpoli (nascondino)

Un altro gioco che raccoglieva l’entusiasmo collettivo era il nascondino che si giocava soprattutto all’imbrunire, nelle miti sere di maggio.

Non mi piaceva “stare sotto”, uno contro tutti.
E non mi piaceva gareggiare nella corsa indiavolata con un incontenibile avversario pronto a travolgermi pur di arrivare prima di me alla tana.
Per questo preferivo nascondermi in un improbabile posto vicinissimo alla tana: rannicchiato in uno spazio spesso impossibile, mi raggomitolavo come un riccio o mi appiattivo come una sogliola, nascondevo la testa e chiudevo gli occhi convinto, come uno struzzo del luogo comune, di diventare invisibile; e dal mio buco ascoltavo quel che succedeva intorno, senza cedere alla tentazione di sbirciare, come facevano i miei amici impazienti, che per la loro insopprimibile curiosità si facevano immancabilmente beccare come tordi.

Sentivo la conta cadenzata e frettolosa (“dés-vint-trenta, …), le grida di chi correva a nascondersi, i richiami soffocati di chi dal nascondiglio chiamava gli indecisi, il silenzio sospeso dei primi momenti della caccia, il rumore lieve dei passi incerti del cercatore, quelli improvvisi e veloci del primo che si liberava correndo come un forsennato verso la tana; e poi sentivo i nomi gridati dei “tanati”, le corse, le urla di protesta per irregolarità o imbrogli, i ruzzoloni dei più frenetici, il vociare confuso, gli strepiti di chi sperava nel “libera tutti” dell’ultimo giocatore ancora nascosto.

Qualche volta la mia condizione di invisibilità era tale che i miei compagni concludevano la partita e ne ricominciavano un’altra dimenticandosi di me.
Ed io restavo accucciato nel mio nascondiglio, ad ascoltare smarrito la nuova conta, incerto se compiacermi per la mia astuta capacità mimetica o avvilirmi per la mia anonima superfluità.

1955 - I GIOCHI (parte 2) : il ciàncol

Il ciàncol, così noi chiamavamo la toscana lippa, era l’altro gioco di squadra che, quando improvvisamente cominciava, contagiava in pochi giorni tutto il paese e durava settimane.

Se non venivano scovate le mazze dell’anno prima - belle, stagionate e perfettamente bilanciate, leggere e maneggevoli, lucide dalla parte del manico e spelacchiate in punta - si partiva alla ricerca del ramo giusto per farne di nuove.
Il legno adatto lo trovavamo abbondante lungo le rive dei fossi fra i campi. La maggioranza di noi preferiva però il legno di castano che trovavamo nel fitto bosco che copriva la ripida pendice del colle dietro la chiesa.
Arrivavamo in gruppo al limitare del bosco e poi, dopo uno sguardo panoramico sul fronte degli alberi, cercavamo i varchi fra i rovi e ci sparpagliavamo nel fitto della macchia.

La ricerca del ramo giusto era, per me come per tutti, un rito che doveva essere consumato in solitudine.
Ricordo ancora il silenzio rotto appena dal crepitare dei passi, dal frullare di qualche uccello, dallo stormire dei rami; e la luce che filtrava tra i rami, il tremolare delle ombre, le chiazze di sole sulle foglie secche, le mille sfumature cromatiche; e l’aria ferma come il tempo.
Cercavo il mio ramo interrogando il bosco, indagatore indeciso, esploratore perso, rabdomante disarmato.
Il ramo perfetto era lì in attesa di essere scoperto e mi sentiva arrivare e mi vedeva passare e mi chiamava senza voce.
Non dovevo sbagliare, non potevo tradirlo.
Prima lo percepivo e poi lo avvistavo improvvisamente davanti a me, bello, dritto, delle dimensione giusta per la mia mano, con un settore di perfetta misura senza diramazioni e nodi nascosti, con la sua scorza bruna e lucida.
Mi avvicinavo, lo esaminavo in silenzio, ne saggiavo la consistenza e la rigidità e poi, col temperino a serramanico, cominciavo ad segnare il punto di taglio sulla corteccia e a incidere tutto intorno il legno per spezzare il ramo senza guastarne l’integrità.
Una legge interiore ci vietava di tagliare più di un ramo.
Sfrondavo subito il mio ramo e lo sezionavo di giusta misura, ritagliando almeno due pezzi corti per le lippe ed uno più lungo per la mazza.
Lasciavo gli scarti - un gran frascame di fronde, ramoscelli e foglie - ai piedi dell’albero, come dovuto risarcimento alle mutilazioni.
Poi, accoccolato all’ombra, smussavo e acuminavo accuratamente le due estremità dei pezzi corti, badando che le punte non fossero né troppo corte, difficili da colpire, né troppo lunghe, fragili alle mazzate; e rifinivo il bastone, spelandolo per bene e lasciando sulla impugnatura la corteccia che poi veniva decorata con intagli geometrici per ragioni estetiche e funzionali.

Alla fine ci si riuniva ai margini del bosco, in attesa che emergessero dal folto tutti gli amici.
Ci si mostrava a vicenda il prodotto e ci si avviava verso il primo spiazzo per collaudarne l’efficienza.

Il gioco era semplice.
Individuato uno spiazzo adatto, libero da ostacoli e adeguatamente lontano dalle case e dalle loro fragilissime finestre, si tracciava un cerchio per terra (la casa); il battitore si metteva al centro del cerchio, tutti gli altri si disponevano intorno ad una certa distanza (variabile in rapporto all’abilità del battitore).
Il gioco iniziava col battitore che lanciava in aria il ciàncol e cercava di colpirlo al volo scaraventandolo il più lontano possibile: se uno degli avversari disposti in giro per lo spiazzo riusciva a prendere il ciàncol al volo, rimpiazzava il battitore e la partita ricominciava; se nessuno acchiappava il ciàncol, il giocatore più vicino al punto in cui il ciàncol era caduto, lanciava verso il battitore il tronchetto appuntito cercando di farlo cadere nel cerchio.
A questo punto le ipotesi erano due: se il lanciatore centrava il cerchio ed il ciàncol si fermava dentro la circonferenza tracciata, il gioco ricominciava a parti invertite; se invece il ciàncol cadeva fuori del cerchio o se veniva respinto al volo, il battitore-difensore acquisiva il diritto di colpire il ciàncol altre tre volte per scaraventarlo il più lontano possibile (facendolo saltare con precisi colpi sulla punta e colpendolo al volo con una potente mazzata).

La distanza che separava il ciàncol dal cerchio dopo i tre tiri, misurata in canèle, determinava il punteggio.
Per non essere costretti a misurare la distanza col bastone, il battitore poteva “sparare” un numero: se l’avversario approvava, il punteggio era attribuito; se l’avversario disapprovava e dichiarava una distanza minore, si poteva andare al “tira e molla”, e si apriva una accanita trattativa per patteggiare distanza e punteggio; se non si trovava una mediazione si procedeva alla misurazione.
Poiché la misurazione era faticosa, avevamo stabilito una regola supplementare per punire i battitori tignosi e incontentabili: quando la distanza da loro dichiarata era esatta o inferiore a quella misurata, il punteggio “chiamato” veniva attribuito; se invece era inferiore, il battitore rognoso veniva punito della sua avidità con zero punti.
La “mano” proseguiva a ruoli invertiti.

Per giocare a ciàncol ci voleva polso fermo, mira precisa, potenza, astuzia, occhio di falco, equilibrio, competenza geometrica e fortuna.
Non era facile far saltare il ciàncol ben dritto per colpirlo al volo, non era facile colpirlo in pieno quando roteava nell’aria come un’elica, non era facile centralo quando l’avversario te lo lanciava, teso o a parabola, con effetti particolari; non era facile lanciarlo cercando traiettorie ingannevoli e imprimendogli rotazioni traditrici; ed era facile invece compiere errori di valutazione della distanza e perdere i punti.

Le ore che non si passavano a giocare le consumavamo in solitari addestramenti, facendo a pezzi dozzine di ciàncol (quelli svergoli di allenamento, non quelli perfetti da gara), rompendo mazze, schiantando vetri.


1955 - I GIOCHI (parte 1): le biglie

I nostri giochi organizzati erano pochi e ciclici: c’era la stagione delle biglie, quella della “bandiera”, quella del “ciàncol”, quella della caccia con la fionda, quella del nascondino, quella delle collezioni di figurine o tappi di bottiglia, quella delle arrampicate sugli alberi, quella dei carrettini, quella delle guerre combattute con spade, quella delle gare d’arco, …

Con le biglie si creavano squadre fra vicini di casa: il gioco era così coinvolgente che ci faceva perdere la nozione del tempo; giocando sotto casa ci si poteva concentrare senza preoccuparsi dell’ora: ci pensavano le madri a chiamarci quando era pronto in tavola.
Ogni tanto si organizzavano gare fra gruppi diversi: una serie di partite in casa, una serie in trasferta. Gli avversari di tutti i giorni diventavano alleati contro gli “altri”.
Il gioco era avvincente anche per l’azzardo che comportava: chi perdeva ci rimetteva le sue biglie, chi vinceva intascava quelle degli avversari.
Ogni sera si contavano le biglie e si faceva il bilancio.
Uscendo di casa per andare “alle buche” non si prendevano tutte le biglie possedute, ma solo quelle che si era disposti a perdere.

Le biglie erano di diverso materiale e di differente valore: c’erano le comuni ed economiche “cicche” di terracotta, naturale o colorata, che si acquistavano a dozzine; le più costose biglie di vetro, trasparenti e sempre coloratissime; le “marmorine”, biglie di pasta di vetro che riproduceva le venature dei marmi degli altari barcchi; ed infine le introvabili biglie di acciaio, recuperate dai cuscinetti a sfera, terribili e micidiali, che con un colpo ben assestato, potevano scheggiare le biglie di vetro, spaccare a metà le marmorine, polverizzare le cicche.

Le regole del gioco erano semplici: si partiva tutti da una linea posta ad una certa distanza dalla buca e si tentava di entrare in buca tirando a turno; chi per primo entrava in buca, dal bordo della buca poteva mirare alle biglie sparse sul campo: se le centrava se le teneva; se falliva metteva la sua biglia dietro quella canata e passava il turno. Il gioco passava nelle mani del secondo giocatore più vicino alla buca che doveva entrarci dalla sua posizione per conquistare a sua volta il diritto di mirare alle biglie sparse su campo.
Il bersaglio più ambito era quello delle biglie in fila, più facili da colpire rispetto alle biglie isolate: chi le centrava conquistava un ghiotto bottino; chi le mancava doveva mettere la sua biglia in coda dietro le altre; la fila si allungava e le probabilità di essere colpiti aumentavano progressivamente.
Se le norme fondamentali erano semplici e indiscutibili, le complicate regole supplementari rendevano il gioco fonte di beghe infinite: a seconda degli accordi preliminari poteva essere valido o non valido colpire la biglia sulla calotta invece che in pieno (regola del bù capela); se si concordava la regola del bù tött la biglia era considerata colpita se si muoveva appena per aver sfiorato foglie o sassi vicini; dicendo brüss vià oppure brüss lé era consentito o proibito pulire il terreno attorno alla biglia bersaglio; con spana sé era possibile per il tiratore usare la spanna come prolungamento per spostarsi a destra o a sinistra o verso l’alto prima di tirare,…
Se non si prendevano accordi preliminari era possibile, quando occorreva, chiamare una particolare agevolazione, anticipando il corrispondente divieto dell’avversario.

Chi arrivava prima sul campo di gioco aveva il compito di pulire il terreno di gioco, di svuotare la buca da terriccio, foglie, sassi o fango, di scavarla se si era otturata, di renderla più profondo se occorreva, di rinforzarne gli orli che dovevano essere netti e compatti.
La buca perfetta doveva avere l’orlo più stretto della tasca in modo che i campioni potessero centrarla non solo con un tiro radente ma anche con una spettacolare e precisissima parabola: la biglia così lanciata piombava dall’alto nel pozzetto e roteava sul fondo con un rullare da sballo.
Nei pomeriggi di ozio si favoleggiava di buche con la trappola: tracciavamo sui fogli di giornale la sezione della buca-ladra, con un condotto sul fondo che portava verso un serbatoio sotterraneo che doveva inghiottire le biglie degli sprovveduti rivali; il progetto era semplice e geniale, come gli schizzi di Leonardo; l’esecuzione comportava difficoltà insormontabili; la costruzione finale si presentava talmente anomala, deforme e sghemba da non abbindolare nemmeno i fratellini più tonti; ed al collaudo - comunque - non funzionava mai.

C’erano anche dei campi in pendenza: lì il gioco presentava difficoltà particolari anche per il vantaggio che i padroni di casa avevano per la familiarità con la conformazione del terreno, la conoscenza dei dislivelli, delle buche, degli ostacoli, dei dossi e delle cunette, dei canali e delle fenditure.
Nei periodi in cui tutti i ragazzi giocavano a biglie, il paese era disseminato di buche con intorno aree pulitissime: ogni cortile, ogni spiazzo al margine delle strade polverose, ogni anfratto fra le case aveva il suo campo nettato e spolverato; il cortile della scuola era disseminato di buche; alcune buche erano state scavate anche fuori della chiesa.
Era frequente vedere bambini che giocavano da soli per studiare il campo, migliorare il tiro, raddrizzare la mira, esercitarsi con la miglior impugnatura (ed evitare la presa detta tirapicio, usata dai bambini piccoli e dagli imbranati che tenevano la biglia da lanciare stretta fra l’unghia del pollice e l’incavo dell’indice).
L’allenamento per migliorare la mira e la forza del tiro continuava, dopo il coprifuoco, anche in casa, contro un muro; e poteva durare ore, se non veniva interrotto dagli adulti, insofferenti all’infinito rollìo e ai secchi e reiterati schiocchi.

Nella stagione delle biglie i ragazzi andavano in giro con le scarselle rigonfie che spesso pendevano fuori dall’orlo delle brache corte; era preoccupazione di tutti farsi rinforzare la cucitura delle tasche dei pantaloni, facili a bucarsi; i più organizzati, vista l’inaffidabilità delle tasche, si procuravano sacchetti di tela con un legaccio per chiusura.
Alla sera si contavano le biglie ammucchiate sul letto: i vincenti ricontavano le biglie conquistate e le accantonavano; gli sconfitti consideravano le perdite, calcolavano il trend stagionale, valutavano il capitale, prelevavano la minima quantità necessaria per le partite del giorno dopo, che era modica per i fuoriclasse e per i mediocri con scarsa autostima e per i parsimoniosi, più consistente per i dissipatori, gli sconsiderati e gli sconfitti che volevano correre azzardi per rifarsi.

martedì 26 maggio 2009

1950 (1) : Il paese

Sulla strada di scuola non c’era traffico e i bambini, anche i più piccoli, viaggiavano sicuri.
Si incontravano donnette che tornavano da messa, ragazzette che andavano a prendere il latte, massaie che spazzavano davanti all’uscio di casa.
Si incrociavano soprattutto i vecchi della casa di riposo (“il ricovero”) che - per abitudini mai smaltite - si erano levati prima dell’alba abbandonando quei letti troppo comodi e caldi ed erano usciti da quegli stanzoni, estranei come camerate d’ospedale e odorosi di creolina come i cessi pubblici, per immergersi nella loro antica realtà paesana, fatta di familiari odori di nebbia e di fieno. Vagavano smarriti per le strade in cerca di facce note per attaccar bottone, trascinavano passi inutili fingendo di avere una meta, finivano per rientrare per il rancio delle 11, sotto il peso
della nostalgia, …

Rare a quell’ora erano le biciclette.
Gli operai delle fabbriche partivano infatti per la città alle cinque del mattino: d’estate in lunghe file chiassose; d’inverno intabarrati con cappelli e sciarpe, le mani al caldo nelle manopole di pelle di coniglio che coprivano le impugnature del manubrio, infagottati in pesanti maglioni imbottiti di giornali ed in calzoni di fustagno stretti alle caviglie da mollette per evitare che si impigliassero nella catena.
Era più facile incontrare cavalli che automobili.
Passavano carri pieni di letame fumante, grondanti liquame che lasciava una scia putrida sulla strada e uno strascico di sano fetore nell’aria; passavano carri stracarichi di fieno che occupavano la strada per tutta la larghezza e ci costringevano ad addossarci al muro (e tutti - per l’istinto del somaro, come dice Trilussa - ne strappavamo un beneaugurate filo d’erba da ficcare in bocca); passavano carretti carichi di attrezzi e sacchi, col carrettiere appisolato e il cavallo che caracollava da solo, sicuro verso il campo.

Quando era la stagione, passavano carri carichi di uva sgocciolanti mosto e seguiti da nuvole di moscerini. I carrettieri allegri salutavano tutti come se fossero di ritorno dall’Australia ed i passanti fossero tutti parenti. Sul carro c’erano le vendemmiatrici, eccitate per l’abbondanza, arrossate dalla fatica, stanche di canti e di scherzi, infagottate in vecchi vestiti sporchi; alcune, pronte alla pigiatura, andavano con le gonne già annodate in vita esibendo cosce candide e robuste.

Ogni tanto, di giugno, si incrociava la imponente mietitrebbia: il traffico si fermava per darle la precedenza, come per il Santissimo in processione, come per i cortei funebri. Carri e auto cedevano il passo infilandosi in portoni, cancelli, vicoli e anfratti. Tutti si fermavano a contemplarla muti e affascinati.
Si raccontava che non pochi contadini distratti fossero stati inghiottiti dal mostro e restituiti a pezzi, imballati con la paglia. Io, attratto e impaurito, come Fellini in Amarcord sotto il transatlantico Rex, non mi muovevo fino a quando il mastodonte non aveva girato l’angolo con lenta incredibile manovra.

1050 (2): Le stalle

Lungo la strada che portava alla scuola si apriva una fila di innumerevoli basse finestre che davano aria e luce ad una stalla.
Mi fermavo davanti ad ognuna, come alle stazioni di una via crucis, per sbirciare, attraverso le inferriate ed i vapori dei fiati, le placide mucche ruminanti.
Ogni mucca aveva il suo nome, scritto su una lavagnetta appesa sopra la mangiatoia.
Sulla lavagnetta erano segnati con grafia incerta altri appunti per me misteriosi: la data di nascita, quella della fecondazione o quella presunta del parto, il nome di un medicinale somministrato, la quantità di latte munto,…
I nomi spesso erano di ispirazione bucolica come Fiorina, Pasqualina, Margherita o Rosina; oppure definivano una caratteristica fisica o caratteriale come Bianchina, Nerina, Bruna, Macchia, Stella, Mansueta, Nervosa, Matta.
Non poche si fregiavano di nomi altisonanti come Ginevra, Genoveffa e Gertrude; o portavano inconsapevolmente i nomi arcaici di Berta, Amalia, Carolina; o ancora nomi inconsueti come Diomira, Esmeralda, Filomena, Imelda, Aida o Leopolda.
Alcune avevano ereditato nomi introdotti nelle stalle da lontane esperienze militari e portavano nomi come Sentinella, Gorizia, Tripolina.
Altre prendevano il nome dalle più sognate mete degli emigranti e venivano battezzate America, Australia, Argentina.
Altre ancora, a testimonianza ironica di ideali, propensioni o antipatie politiche si chiamavano Speranza, Avvenire, Libertà, Palmira, Alalà.

Mi fermavo davanti ad una finestra meno schermata delle altre, protendevo la mano verso la testa di una mucca dallo sguardo dolcemente triste, la chiamavo sottovoce sperando che allungasse il muso verso di me per poterla accarezzare, sia pur con un certo timore ed un po’ di repulsione per le umide froge.
Il mio trasporto amoroso non era mai ricambiato: la mucca proseguiva a emettere fumo e a ruminare con impassibile indifferenza; nel suo occhio si specchiava deformato il riquadro della finestra con la mia sagoma protesa.
Spesso i compagni che passavano sulla strada si fermavano dietro di me, sbirciavano attraverso la finestra, spaurivano la mucca con un gesto brusco o un verso sguaiato e si allontanavano chiassosi e spavaldi; la bestia abbassava il capo, scuoteva le innocue corna per accomodarsi il collare e tornava al suo rassegnato ruminare.
Sotto l’ultima finestra, in un recinto a parte, barcollavano spesso dei malfermi vitelli senza nome, sgraziati e sporchi, persi e dinoccolati, incapaci di guardare verso la finestra con quei loro occhi acquosi e ottusi.

1950 (3): La nebbia

La nebbia ha nutrito e ingoiato la mia infanzia.
Quella nebbia che attutisce i rumori, soffonde i colori, circoscrive gli spazi, imbozzola il tempo.
Ed i ricordi d’infanzia - o forse i ricordi dei ricordi - persi letteralmente nella nebbia, dalla nebbia riaffiorano e riacquistano il loro contorno, se mi decido ad andar loro incontro con attenta circospezione.
È la nebbia infatti, quella vera, il ricordo più vivo dei primi anni di vita nella mia Bassa, in un paese che ormai non esiste più, inglobato e soffocato dall’espansione edilizia e dalla cintura di villone bifamiliari costruite su pretenziosi montarozzi di terra; reso irriconoscibile dall’asfalto che ha sotterrato i fossi; trasformato in una anonima periferia da capannoni artigianali o industriali; snaturato da sopraelevazioni, mascherato da intonaci in fintorustico, addobbato da improbabili colonne ioniche e da archi in cotto; derubato delle sue aie, dei fienili e delle stalle, degli orti e dei letamai, dei porcili e dei pollai; svuotato da tutti gli animali di stalla e di cortile, mosche comprese.

Negli anni Cinquanta una giornata di nebbia la si percepiva prima dell’alba, perfino prima del risveglio, dal tepore umido del letto, nelle camere resa ancor più nude dal gelo.
Suoni sordi arrivavano nelle stanze galleggiando nell’aria: da dentro casa saliva uno stropicciare di ciabatte, i passi sui gradini di pietra e di legno, il gorgogliare di acqua versata, il tocco di ghisa dello sportello della stufa, lo sfregare di un cassetto, lo strusciare di una sedia accostata; da fuori
entrava il raspare degli zoccoli di un cavallo sull’acciottolato del dosso, il rintocco delle ore, il cigolio della carrucola del pozzo, lo sbattere di una porta, il frusciare di una bicicletta lungo la discesa.
Un barlume impercettibile filtrava nella camera dalle imposte sconnesse della finestra: bastava quello per orientarsi, per percepire il rettangolo buio della porta, per trovare le ciabatte tastando col piede, per instradarsi verso la scala, girare un angolo e scendere a tastoni sicuri verso i chiarori della cucina.
Sulla tavola era pronto, per sciacquarsi la faccia, un catino d’acqua tiepida prelevata dalla caldera incrostata di calcare della stufa-cucina, sulla cui piastra rovente, in un angolo lontano dai cerchi, era messo a intiepidire il pentolino del latte; nel forno biscottava il pane, sul corrimano si scaldavano calze e guanti, sulla raggiera asciugava fumante una maglietta felpata di lana.
I vetri della finestra, decorati dal gelo con disegni di felci di cristallo, lasciavano intravedere un molle lenzuolo grigio.
La scodella della colazione, nelle fredde mattine di nebbia fitta, la si teneva con le due mani, come il santo graal: il dolce latte era denso di panna e coperto di una telarina gustosa, veniva sorbito in un silenzio religioso, riscaldava il corpo e intiepidiva i pensieri. Il pane biscotto veniva consumato lentamente: in silenzio ne studiavo la croccante consistenza, ne decifravo le vene di colore e imparavo a memoria i suoi indefinibili profumi.

La nebbia fuori aspettava, coprendo i tetti e imbottendo gli spazi fra le case, e contagiava tutti, imponendo il silenzio e la lentezza.
Pochi cani osavano abbaiare contro il grigio uniforme.
Il canto isolato di qualche gallo incosciente si strozzava nel fumo umido.
I tocchi degli zoccoli di un cavallo, nitidi sul rumore strascinato delle ruote del carro, sembrava inverosimile.

Qualche volta ricevevo l’incarico antelucano di passare dalla lattaia a prendere un pentolino di latte: uscivo di casa e scendevo verso la piazza, rasentando i muri dei quali conoscevo ogni anfratto, ogni mattone o pietra, ogni chiazza scalcinata. Conoscevo la misura di ogni edificio, la larghezza di ogni cancello o portone, la luce che filtrava da ogni finestra, gli odori che emanavano da ogni porta.
Il latte si comprava sciolto. La latteria era una stanza umida divisa dalla strada da una tenda di palline colorate che tintinnavano ad ogni passaggio.
Il bancone era di legno, verniciato con maldestre pennellate di vernice gialla. Sulla mensola erano allineati i recipienti di diversa capacità in perfetto ordine decrescente. Lungo una parete sostavano schierati i bidoni zincati dei “menalatte”: ritti e coperti quelli pieni, rovesciati a scolare sul pavimento in pendenza quelli vuoti.
Sotto il bancone, nella zona riservata ai clienti, c’era un mastello pieno dal quale la lattaia attingeva pescando sul fondo con un lungo mestolo cilindrico, esperta nel raccoglierne la giusta quantità e nell’evitare le mosche che, nuotando frenetiche, galleggiavano sulla superficie schiumosa, affogando nella sazietà.

1954 - LA SCUOLA (1): l'edificio


La scuola elementare era un semplice edificio umbertino, un parallelepipedo a due piani, che però aveva una sua schematica solennità, sufficiente ad intimorire i figli d’analfabeti che lo frequentavano. Il grande rettangolo della facciata (rosa o color mattone?) era abbellito da inserti di pietra grigia che ne movimentavano l’aspetto tetragono (ma forse non si trattava di pietra grigia, forse erano fasce di povero cemento martellato o strisce colorate col pennello, per me indistinguibili): grigi erano, in orizzontale, l’alto zoccolo alla base, la fascia marcapiano che lo tagliava a metà e la cornice sotto la gronda; ed in verticale, mi sembra di ricordare che ci fossero dei grigi falsi pilastri sui due angoli e forse due lesene al centro della facciata che incorniciavano l’ingresso principale e il soprastante balcone.

Grigie erano anche le tre brevi scale che dal cortile portavano alle aule del piano rialzato: una centrale, che si allargava a colata di lava sul cortile ed era impreziosita da una balaustra di pietra; due laterali, ai due angoli dell’edificio, dritte e protette con semplici ringhiere di ferro.
Sulla facciata erano allineati in perfetta simmetria i vani delle porte e delle finestre: quattro finestre disposte sul piano rialzato a destra e a sinistra del portone; due porte secondarie ai lati; dieci finestre al primo piano, cinque a destra e cinque a sinistra del balcone, rigorosamente corrispondenti alle finestre e alle porte d’accesso laterali del piano sottostante.
Il ricordo di questo edificio mi è rimasto stranamente vivo nella mente - forse enfatizzato dal ricordo e sopravvalutato - perché nel piccolo paese contadino non c’era nessun altro fabbricato, se si esclude la chiesa, che avesse un aspetto così importante; e nessun edificio da me allora frequentato aveva una così ragguardevole apparenza, resa ancor più rilevante dalla funzione per la quale era stato innalzato.
Nemmeno il municipio aveva forme migliori o pregi architettonici più pretenziosi, essendo ospitato in due stanzoni che ai noi villici apparivano importanti, ma non erano altro che esageratamente vasti perchè ricavati da un fienile, per accedere ai quali era stato costruito un ampia scala che alla insolita dimensione affidava l’inutile sforzo di sembrare sontuosa.

Ai tempi in cui i nostri padri erano bambini, la scuola non c’era: i pochi alfabetizzati raccontavano di aver saltuariamente frequentato le lezioni in aule provvisorie ricavate da stanzoni umidi, con porte di legno che si aprivano direttamente sulla strada polverosa e con le finestre che guardavano su portici ingombri di legna e canestri sfondati.
Le loro aule non avevano lavagne e carte geografiche, cattedre e alfabetieri; non avevano nemmeno la dotazioni obbligatoria del ritratto del re. I banchi erano tavolacci traballanti, le sedie erano spaiate e spagliate, residui di traslochi o scarti di quelle famiglie che, uscendo dalla miseria, ostentavano il raggiunto benessere cambiando i mobili del tinello.
Noi utilizzavamo il nuovo edificio - inaugurato pochi anni prima da uno stuolo di monsignori, ispettori e podestà - con una certa diffidenza: troppo diversa era l’aria che si respirava in quelle stanze dai soffitti alti e intonacati, troppo vasti erano quegli spazi in confronto con le nostre buie cucine e fredde camere.
I nostri genitori, quando entravano in quello “stabilimento”, erano assaliti da un certo timore e dallo smarrimento.
Quando venivano a scuola, raramente, per iparlare con il maestri, attendevano nell’atrio la chiamata e si guardavano in giro con apprensione mista a curiosità: alcuni si aggiravano nei corridoi deserti, spiavano nei cessi i lavabi di zinco e i rubinetti, si soffermavano fra i banchi delle aule deserte lisciandone i ripiani con le mani, si affacciavano alle finestre incantati dalla luce.
Altri (io li ricordo tutti vestiti di nero e col cappello in mano) restavano in corridoio e si accostavano con cauta circospezione alle porte delle aule, sbirciando con diffidente curiosità l’altezza dei soffitti senza travi, i pavimenti di graniglia e l’arredamento lucido: non osavano oltrepassare la soglia, per non sporcare il pavimento ma soprattutto per l’inconfessabile timore che incuteva loro quel luogo della cultura nel quale, in quanto analfabeti, si sentivano fuori posto.
Noi bambini avevamo inconsapevolmente assorbito quei timori reverenziali e - pur frequentando quotidianamente quelle aule, quegli androni e quei corridoi - conservavamo dentro di noi l’atavica diffidenza nei confronti della sede e della istituzione.

Il cortile era ampio, chiuso a nord dalla facciata dell’edificio; a ovest dal muro scrostato di una casa che girava ottusamente la schiena alla scuola e al chiasso del cortile (ma - scoprii un giorno - apriva porte, finestre, verande e loggiati fioriti sul lato opposto); a est, di là da una rete completamente nascosta da fitti rampicanti, si intravedevano carri agricoli e si udiva un chiocciare di galline; a sud un muretto sormontato da una grata di cemento ci separava dalla strada; oltre la strada scorreva un fosso e al di là del fosso si stendeva uno sterminato campo circondato da pioppi, platani e gelsi.
In mezzo al cortile due smisurati pini si ergevano imponenti e più alti del tetto a oscurare il cielo, a occultare la simmetria della facciata, a pavimentare coi loro aghi secchi ogni metro di terra, a ombreggiare tutto. Dalle finestre delle aule che davano sul cortile non si poteva veder altro che il loro colore sempreverde (e sempre cupo): solo dalle finestre estreme del piano alto si potevano cogliere triangoli di cielo; e solo la neve riusciva a coprire per brevi giornate l’incubo di queste enormi cappe vegetali.
Nessun uccello vi faceva il nido.
Nessuno di noi li disegnava: erano troppo presenti nelle nostre malinconiche giornate scolastiche per essere considerati amici. Nessuno chiamava alberi quei monumenti che incombevano eterni
sulle nostre brevi stagioni.

Gli alberi veri erano i flessibili pioppi, le spinose robinie, gli enormi platani che sulla corteccia portavano segnate le mappe di isole e deserti. Alberi veri erano le querce ed i castagni del bosco sopra la collina fra i quali rivivevamo le avventure di Tarzan o di Robin Hood, in puntuale sintonia con l’ultima esperienza cinematografica. Alberi veri erano i meli, i pruni, i cachi, i rarissimi peschi e soprattutto i ciliegi: veri e desiderati come l’albero del paradiso, e come quello irraggiungibili al tempo della maturazione dei frutti, quando erano gelosamente piantonati dai proprietari dei broli. Solo i più temerari fra noi sfidavano l’ira dei contadini e la rabbia dei loro cani per conquistare, ostentare e divorare il bottino; i più grandi talvolta organizzavano spedizioni notturne e - dopo la razzia - distribuivano magnanimamente gli avanzi della loro refurtiva; mentre i più pavidi, senza eccessiva vanteria, si esercitavano a rubare la meno sorvegliata frutta acerba, la trascurata frutta marcia e i comunissimi fichi che crescevano incustoditi in fondo a tutti gli orti; oppure razzolavano sotto i noci imponenti che ombreggiavano le rimesse dei carri agricoli o gli accessibili gelsi che sorgevano ai margini di tutti i campi, generosi di dolcissime more, bianche o nere.

Nessuno considerava amici quei colossi che si piantavano saldi nella terra polverosa delle nostre ricreazioni e sfidavano il cielo, indifferenti al fermento dei nostri frenetici scavi fra le radici noccose che artigliavano la terra; nessuno amava quei pachidermi dalla scorza coriacea, insensibile alle incisioni, ai chiodi arrugginiti e alle sassate.
Ogni nostro gioco era condizionato dalla ingombrante presenza di quei tronchi; ogni corsa aveva tragitti obbligati; ogni aereo di carta veniva intercettato; ogni pallone vi trovava rimbalzi imprevedibili; le frecce fatte con acuminate stecche d’ombrello non riuscivano a conficcarsi in quella epidermide tigliosa e cadevano a terra spuntate.

L’interno dell’edificio era squallido e austero.
Della schematica magnificenza dell’esterno ricalcava solo la dimensione: le aule avevano soffitti altissimi, finestre lunghe, porte imponenti, lavagne enormi e pesantissime, stufe torreggianti, cattedre che dall’alto di predelle tribunizie incombevano come pulpiti sui banchi allineati.
Le nostre sedie erano agganciate in un blocco inscindibile al banco, il cui ripiano inclinato faceva da coperchio ad un contenitore nel quale tenevamo libri, quaderni, astucci di legno, indumenti, merende. Tutti noi sfidavano la sorte nascondendovi i più disparati oggetti: temperini, fionde, biglie, figurine, elastici, spilli, chiodi e bulloni. Articoli rigorosamente vietati a scuola e quindi causa di inesorabili requisizioni e di sadiche punizioni.
Il ripiano-sportello era incardinato in alto ad una parte fissa che aveva una scanalatura per la penna e per la matita e un foro per il calamaio.