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sabato 2 gennaio 2010

SESSANTOTTO E DINTORNI (23): Rose Rosetta

Nell’estate del 1969, qualche giorno dopo l’allunaggio di Armstrong e Aldrin, decisi di fare un viaggio solitario in autostop e di lasciar perdere i campi di lavoro, che mi procuravano è vero un viaggio gratuito d’andata e di ritorno per un paese straniero ma, in definitiva, mi lasciavano poco tempo per visitarlo. L’esperienza mi aveva insegnato che con pochi soldi e poche pretese era possibile andare in capo al mondo; che in nessuna occasione si correva il rischio di morire di fame; che nelle notti d’estate era possibile dormire ovunque; che le strade erano piene di gente simpatica; che nel mese di luglio le strade d’Europa brulicavano di autostoppisti,…
Riuscii a racimolare qualche lira vendendo ad un bancarellista un pacco di libri, acquistai al mercatino di via Milano uno zaino militare usato e sformato, un sacco a pelo nuovo e una borraccia di alluminio foderata di iuta, infilai nello zaino quattro stracci, due mappe, un coltello a serramanico e partii.
Ero incerto su quale direzione prendere. Perciò mi misi sulla strada di accesso ai caselli autostradali di Brescia ovest e decisi di lasciar decidere al fato e andare dove mi avrebbe portato il primo automobilista gentile. Si fermò un camion diretto a Udine: decisi che la mia prima meta sarebbe stata Venezia.

Verso sera arrivai stravolto dal caldo e dalla stanchezza al graziosissimo ostello sulla Giudecca.
Doccia, cena alla mensa, passeggiata breve fuori dall’uscio, quattro chiacchiere con un gruppo di ragazzi di Caserta.
Nel cortile alcuni ospiti si erano seduti in cerchio attorno a due che suonavano la chitarra. Mi accodai restando a discreta distanza, un po’ defilato. I chitarristi dovevano essere inglesi o americani. La chitarra passando di mano arrivò ad una ragazza di Roma che strimpellò qualche motivetto nazionale, accompagnata dal gruppo di italiani e applaudita da tutti. Poi fu la volta di una coppia francese. Poi di alcuni nordici, olandesi o tedeschi.
Poiché la stanchezza si faceva sentire tentai di sdraiarmi sul fresco lastricato e andai a sbattere con la testa sulle ginocchia di una ragazza che, silenziosa, si era seduta dietro di me. Mi scostai confuso. Mi sorrise e mi invitò, a segni, a non farmi problemi, ad appoggiarmi tranquillamente. A segni le dissi no grazie. A segni insistette. Rifiutai decisamente. Sorrise. Sorrisi. Ci presentammo. Si chiamava Rose. Cominciammo a chiacchierare. In francese.
Era una canadese del Quebec, era a Venezia con i suoi genitori che alloggiavano in un albergo. Lei dormiva all’ostello per risparmiare. Mi raccontò del suo viaggio, poi dei suoi studi, poi della sua vita e dei suoi passatempi, delle sue letture e delle sue musiche, degli amici e della sua città, …
Io le raccontai dei miei viaggi più modesti (ma ascoltò incantata il racconto delle mie esperienze nei campi di lavoro), poi dei miei studi, poi della mia vita e dei miei passatempi, delle mie letture, degli amici,…
Volle sapere il mio programma per il giorno dopo. Dissi che non avevo programmi. Mi chiese se potevamo concordare qualcosa, insieme, qualsiasi cosa, perché lei - mi disse - non aveva voglia di passare due giorni a Venezia in compagnia dei suoi genitori. Le dissi scherzando che non mi andava di essere usato come ripiego per due giornate noiose. Mi disse che voleva stare con me perché le piaceva l’idea di visitare Venezia in compagnia di un italiano. Le dissi scherzando che non mi andava di essere sfruttato come guida senza ricompense. Mi disse che voleva stare con me perché mi aveva osservato da dietro per una mezz’ora e le piaceva la mia riservatezza, il mio starmene in disparte, la mia malinconia, simile alla sua. Le dissi che, per quelle ragioni, potevo sacrificarmi, a condizione che, per equità, si lasciasse osservare da dietro per mezz’ora. Così come lei aveva spiato me. Ci scambiammo di posto, si sedette davanti a me, e si girò a guardarmi con un’aria perplessa.
Le sorrisi e la invitai, a segni, a non farsi problemi, a sdraiarsi, ad appoggiare tranquillamente la sua testa sulle mie ginocchia. A segni lei disse no grazie. A segni insistetti. Rifiutò decisamente. Sorrise. Sorrisi. Si sdraiò. Mi sbirciò dal basso. Le diedi un buffetto sul naso. Mi scostò la mano ma la trattenne nella sua. Fra le mani passò un fremito leggero. Con l’altra mano con un dito, le accarezzai delicatamente la fronte ed i capelli.
Quella sera fummo gli ultimi a lasciare la sala comune.
La mattina dopo fummo i primi a presentarci a colazione.
La giornata era splendida: mettemmo in programma l’itinerario più banale, quello che seguono i turisti che per la prima volta visitano Venezia. Mi seguiva come un cagnolino, felice di quel che le mostravo, felice delle mie dotte annotazioni, felice di tutto. Io la guidavo felice della sua felicità.
Verso le tre del pomeriggio la condussi per calli e ponticelli in un Campo fuori degli itinerari turistici, acquistai pane da un fornaio, mortadella da un salumiere e uva bianca da un fruttivendolo. Mangiammo con gusto sul gradino di un pozzo, bevemmo acqua insipida da una fontana, finimmo il pranzo con un bicchiere di rosso fuori da una superstite osteria.
Poi, mano nella mano, caldi del vino e della reciproca attrazione, girovagammo senza meta e senza orientamento in un labirinto di viuzze quasi deserte, godendo del sole, del contatto, delle vecchie pietre, dell’incanto, dell’acqua, della solitudine, degli odori, della sintonia, delle voci, del nostro smarrimento.
La chiamavo Rosetta, e lei era felice.
Ritornammo al nostro ostello per l’ora di cena, cenammo insieme, uno di fronte all’altra per guardarci in faccia, scambiammo assaggi delle nostre diverse portate, tornammo nella sala comune e ci sedemmo nel nostro angolo, stavolta affiancati, ancora ad ascoltare canzoni ed a sentire il confuso chiacchiericcio, babele di lingue, di ragazzi e ragazze evidentemente stanchi, evidentemente appagati. Comunicando fra noi con poche parole bisbigliate, con molti sguardi e sorrisi, col tenerci le mani, assaporando la dolcezza che impregna i rari momenti magici della vita.

Il giorno dopo ci imbarcammo per Murano. Sul battello, attraversando la laguna, ci mettemmo a prua: si aggrappò al parapetto, chiuse gli occhi e li tenne chiusi, quasi dimenticandosi di non esser sola, quasi ignorandomi: la osservai a lungo mentre con il viso proteso ascoltava il calore del sole, respirava la brezza leggera e annusava la salsedine; muoveva leggermente la bocca, come per bisbigliare parole, come per recitare preghiere o poesie. Svolgeva nella mente un lungo discorso indecifrabile e lo portava a fior di labbra, senza pause; seguiva e traduceva un ragionamento felice, che affiorava in un’espressione beata e sorridente. Senza aprire gli occhi mi cercò la mano, bisbigliò il mio nome e proseguì nel suo sussurro magico. Se avessi baciato, come desiderai, quelle piccole labbra che mormoravano pensieri soavi, avrei rotto un incantesimo.
La visita agli artigiani del vetro fu deliziosa. Rose Rosetta Rosette era piena di meraviglia e non voleva più distaccarsi dal bancone del piccolo laboratorio dietro cui due vetrai si esibivano per i turisti: il primo, un anziano, costruendo boccette panciute col soffio e l’altro, un ragazzetto spiritoso, modellando la pasta di vetro coi movimenti spavaldi di una pinzetta di ferro per ricavarne dei bizzarri cavallini rampanti.
Fuori c’era un bel sole abbacinante. Passeggiammo lungo una via piena di botteghe artigiane, negozietti, bazar. Per staccare Rose dalle vetrinette strapiene di gingilli di vetro e per uscire dalla folla ci infilammo in un vicolo ombroso, stretto fra alti muri su cui si affacciavano piccole porte chiuse e finestrelle. In fondo si vedeva un bagliore forte e riverberi di acque chiare. Il percorso era ingombro di cassette di frutta, secchi di immondizia, ceste, reti, detriti, catini e remi. Il vicolo finiva in una piccola cala: la riva era letteralmente coperta di frammenti di vetro colorato, schegge di cristallo, cocci lucidi, frantumi di soprammobili, statuette mutilate, cannucce e palline di vetro, tazze rotte, paralumi scassati, torciglioni multicolori, pomoli incrinati, vasi screpolati, pezzi variopinti di maniglie, posacenere, cofanetti, pressacarte, pendenti, scacchiere, bomboniere,…
Camminando con circospezione sui detriti arrivammo sulla battigia. I caleidoscopici rifiuti ricoprivano anche il fondo del mare. Eravamo casualmente capitati nella discarica degli artigiani del vetro.
“È così fino a Ravenna” dissi. E Rose assentì convinta. “Siamo nella Baia dei Cristalli” dissi. E Rose annuì. Poi si accucciò e cominciò a scegliere con incertezza i suoi piccoli souvenir. La imitai. Come due bambini ci mostravamo i reciproci reperti in un susseguirsi di sorprese, esclamazioni, stupori. Riempimmo due borse di piccole, preziosissime meraviglie. Non riuscivamo a distaccarci da quell’Eldorado abbandonato.
Tornammo sui nostri passi, attraverso il vicolo maleodorante, e rientrammo nel flusso dei turisti. Ripassammo davanti alle vetrinette sbirciando i piccoli oggetti che non avevamo potuto acquistare, stringendo i sacchetti pieni dei nostri tesori nascosti.
Sul battello rifacemmo l’inventario.
Tra i miei frammenti trovai un piccolo corno a torciglione, dorato, che doveva essere l’attributo magico di un liocorno. Lo regalai a Rosetta, dicendole che il liocorno o unicorno era un cavallo bianco con un corno in fronte e la coda da leone; che era un animale mitologico e magico, dotato di virtù taumaturgiche; che era simbolo di saggezza e poteva essere ammansito solo da una vergine, simbolo di purezza (Rosetta sorrise); le raccontai che nella tradizione medioevale il corno a spirale aveva la capacità di neutralizzare i veleni. Le dissi di tenerlo come portafortuna, in mio ricordo. Prese il piccolo corno, lo rimirò, lo annusò, lo baciò e se lo mise in tasca, separato dagli altri reperti. Poi frugò nella sua borsa, ne trasse titubante una goccia sfaccettata di cristallo, la strofinò sulla maglietta fino a farla brillare, me la mise in mano e mi disse di tenerla cara come la nostra limpidissima amicizia.

Eravamo a San Marco, s’era fatto tardi. Rosetta aveva un appuntamento in albergo coi genitori: dovevano partire per Firenze col treno della notte. Era ora di salutarci. Lei prendeva il vaporetto per S. Lucia, io - dallo stesso imbarcadero - me ne tornavo a Giudecca. Era ora di salutarci. Arrivò il suo vaporetto, fummo presi dal panico. Decise di aspettare quello successivo. Era ora di salutarci. Nel frattempo arrivò il mio. "Prendo il prossimo" dissi; io non avevo fretta. Ci guardavamo e non sapevamo cosa dirci. Negli occhi avevamo pensieri teneri, ma non c’erano parole per dirli. Gli addii hanno sempre in sé qualcosa di patetico: i discorsi che li esprimono hanno sempre qualcosa di sbagliato. Era ora di salutarci, non c’era rimedio. Arrivò il suo vaporetto, poi il mio, poi il suo. Nessuno di noi voleva lasciare l’altro: lei spingeva me, e poi mi tratteneva; io spingevo lei, e poi la trattenevo. Non volevo proprio vederla partire, restandomene sulla riva a sventolare la mano. Non volevo vederla restare a terra, allontanandomi io sull’acqua. Era in ritardo ma non si risolveva. Decidemmo che sarebbe stato definitivo, mio o suo, il primo vaporetto che fosse passato dopo le sette. Ci restavano quattro minuti: insufficienti per contenere le nostre vorticose emozioni, troppi per contenere le nostre convulse pene.

martedì 1 dicembre 2009

SESSANTOTTO E DINTORNI (19): Marie, detta Svoboda

A Basilea, nell’ostello, feci amicizia con una cecoslovacca da poco emigrata in America. Si chiamava Marie, ma io la chiamavo Svoboda, come il suo presidente, per scherzo, ma anche per i suoi modi bruschi, il suo carattere chiuso, la sua taciturna introversione. Viaggiava verso nord, nella mia stessa direzione: a lei faceva comodo avere un compagno di viaggio, per sicurezza, considerato che anche allora le ragazze sole erano malviste e correvano qualche pericolo; a me faceva comodo avere una compagna di viaggio, per utilitarismo, considerato che era più facile ottenere passaggi se ero in compagnia di una ragazza, bella o brutta che fosse.
Risalimmo la valle del Reno, attraversando Friburgo (l’apoteosi del medioevo tedesco), la Foresta Nera (anche dall’autostrada si capisce che il nome è indovinato), Baden-Baden (che noi ridacchiando chiamavamo Baden-Baden-Baden), Heidelberg (dove, secondo le guide turistiche, si sarebbe dovuto respirare in ogni angolo aria di erudizione), Mannheim (dal castello ricordo un panorama fumoso ma splendido, con la confluenza del Neckar nel Reno), Mainz (altra confluenza Reno-Meno; visitando la città seppi che Mainz non era altro che Magonza, la città di Gutenberg), Coblenza (altra confluenza Mosella-Reno, ricordo una chiesa con due sproporzionati e inverosimili campanili nella facciata).

Io e Svoboda stavamo insieme me non eravamo insieme. Si parlava poco, in un francese incerto, il suo diverso dal mio, e più incerto. Si mangiava in fretta, si trottava molto, si riposava affiancati, girandoci la schiena.
Una sera - il sole al tramonto ispirava nostalgie e confidenze - le chiesi di parlarmi della sua vita in America. Mi disse che c’era da pochi mesi e che dell’America non voleva parlare. Le chiesi allora di Praga. Mi disse un po’ cupa che non voleva parlare nemmeno di Praga. Le chiesi di Kafka, mi ripose con un silenzio ostinato, a testa bassa. Parlai io di Kafka, come se dovessi svolgere una relazione, ma con entusiasmo: parlai della gelida storia di spersonificazione di Samsa ne La metamorfosi e della sensazione di forte immedesimazione che avevo provato nel leggerlo; parlai dell’inquietudine che mi aveva assalito nel leggere Il processo, del senso di lacerazione che ti prende scorrendo le pagine de Il Castello; parlai degli sconcertanti Diari e, siccome continuava a tacere, mi misi a raccontarle le pagine che mi avevano maggiormente colpito. Le chiesi se si riconosceva, considerato il suo esilio, nelle vicende di Rossman emigrante in America .
Parlando mi infervoravo. Svoboda cominciò ad un certo punto ad allentarsi e a sbirciarmi incuriosita, sempre sospettosa. Forse non capiva quello che dicevo. La vidi però attenta, a tratti mi pareva quasi attratta. Feci ancora qualche considerazione. Dissi che amavo Kafka perché lo sentivo vicino al mio modo di essere. Le parlai di me con la stessa foga con cui avevo parlato di Franz, sovrapponendo il mio mondo al suo, la mia angoscia alla sua, la mia desolata inquietudine alla sua.

Ad un certo punto, mentre mi attorcigliavo in considerazioni troppo complicate e cominciavo ad eccedere col mio narcisismo, mi accorsi che Svoboda stava piangendo. Nel quasi-buio della sera vidi chiaramente i suoi occhi pieni e le lacrime non frenate. Mi bloccai. Lasciai che si ristabilisse il silenzio, dopo tante chiacchiere inopportune. Ed aspettai senza chiedere.
Svoboda cominciò a parlare, sottovoce, quasi impercettibilmente. Mi parlò, con frasi brevi e smozzicate, in quel suo francese duro. Mi parlò di Praga, del suo quartiere, della sua strada. E mi raccontò dei carri russi che erano passati davanti al suo palazzo la notte fra il 20 ed il 21 agosto del 1968.
Era passato solo un anno, ma Marie aveva tutto scolpito in testa. Raccontava senza interrompersi, come se recitasse una preghiera ripetuta mille volte, con un bisbiglio monotono. Ricordava i rumori dei motori nella notte, la fila dei camion e dei carri armati, l’idea che fosse un’esercitazione militare, la colonna dei blindati che non finiva più; le luci che si accendevano una dopo l’altra a tutte le finestre, la gente che scendeva in strada in pigiama, i carri, i soldati sui carri, divise russe, polacche, ungheresi; la colonna che non rispettava il semaforo, i cingolati che svoltavano verso il centro sgretolando l’asfalto.
Svoboda piangeva senza frenarsi e continuava a ripetere: ”L’asfalto, hanno rovinato l’asfalto, hanno rotto la strada; hanno lasciato buche, tombini sfondati, selciato dissestato; hanno rovinato tutta la mia strada; e continuavano a passare sui detriti, fino a scorticare il fondo, a far affiorare la terra,…; non c’è più la mia strada, me l’hanno rovinata tutta …”.
La chiamai per nome - Marie - e le presi delicatamente la mano. Continuò a piangere come si io non ci fossi. Le lasciai la mano e me ne restai lì seduto in silenzio ad ascoltare i suoi singhiozzi.
Le prestai il fazzoletto per soffiarsi il naso.
Quando si quietò rientrammo all’ostello, senza parlare.

Il mattino dopo Svoboda-Marie venne a salutarmi: aveva la febbre, avrebbe preso il treno per Colonia e poi l’aereo per casa.
Mi abbracciò stretto stretto, si staccò per guardarmi con una smorfia che pareva sorriso ma forse non lo era, mi ringraziò tenendomi le mani sulle spalle, guardò il mio imbarazzo, mi strinse ancora forte, lei tremante, io impalato, come il vero Svoboda.
Poi si staccò bruscamente e se ne andò senza voltarsi indietro.

sabato 5 settembre 2009

1964: PANE E MORTADELLA

... Una sera incontrai davanti al salumiere la morettina che avevo soccorso durante lo scritto di matematica. La riconobbi, con qualche incertezza, dalla spettinatura. Era però meno pallida del giorno dell'esame, e soprattutto meno disperata.
Mi identificò subito e mi sorrise con riconoscenza. Ci presentammo, con una civilissima stretta di mano, appena un po’ trattenuta, la sua, morbida e poco vigorosa. Feci un tratto di strada con lei.
Si chiamava Franca, era della provincia di Pistoia, aveva una camera presso una vedova sopra il barbiere, aveva vent’anni, compiuti in maggio, voleva fare l’infermiera, la sera giocava a carte con la vedova, poi studiava o guardava la televisione.
La sua chiacchierata era un po’ prolissa e noiosa ma aveva un sapore diverso, gustoso per l’accento toscano, vivido come i suoi occhietti neri e mobili, gradevole come l’odore gradevolissimo di mortadella che usciva dal cartoccio che mi sventolava sotto il naso.
Ci fermammo sotto la casa dove aveva preso alloggio. Mi guardava con negli occhi una dose di riconoscenza che mi pareva eccessiva se riferita ai sussurrati suggerimenti del giorno dell’esame. La guardavo con un moto di simpatia e con una voglia di piacerle che mi risultava diversa da quella che sprecavo con altre.
Improvvisamente Franca si ricordò che aveva un appuntamento telefonico, si scusò, mi chiese di aspettarla venti minuti che sarebbe tornata, mi lanciò un “ciao” concitato, fece due passi, si girò, tornò indietro, mi disse un altro “ciao” sventolandomi la mano davanti agli occhi. Poi, siccome la fissavo con un’aria vagamente stordita senza parlare e senza muovermi, mi diede un velocissimo bacio sulla guancia, restò un istante in attesa di una reazione, scrollò le spalle imbarazzata, si girò, attraversò la strada e si infilò in un piccolo portone di legno e lo richiuse immediatamente alle sue spalle.
La rincorsi, bussai, la chiamai. Aprì quasi subito e, attraverso lo spiraglio, scosse la testa con un’aria di compiacente commiserazione.
Le dissi che non avevo capito. Mi chiese che cosa non avessi capito.
Le dissi che non avevo capito la faccenda dei venti minuti.
Mi guardò con dolcezza con quei suoi occhi neri da berbera, continuò a scuotere la testa con ostentata pazienza e - parlando lentamente, spiccando e distanziando bene le parole come quando ci si rivolge ad un ritardato mentale - mi disse che, se mi andava, potevo aspettarla venti minuti, lì sotto, senza muovermi, che poi lei - venti minuti, anche meno - si sarebbe liberata, sarebbe scesa, mi avrebbe raggiunto e avremmo potuto chiacchierare tranquilli, anche tutta la sera, fino a tardi.
Contemplò un attimo la mia reazione, assente e attonita, ticchettò con l’indice la mia fronte per riattivare le mie funzioni cerebrali e per invitarmi a togliere la testa dai battenti, poi con tenera malizia, alzandosi sulla punta dei piedi infilò lei la testa nello spiraglio della porta e mi diede un bacio sulle labbra, un velocissimo bacio leggero, delicato, breve, morbido, dolce, tenerissimo.
Mi richiuse la porta in faccia, con precauzione.
Con gli occhi fissi sul maniglione vissi i venti minuti più lunghi della mia vita.
In venti minuti il portone si aprì più volte: il numero dei campanelli mi diceva che in quel casamento abitavano soltanto otto famiglie che, a giudicare dal viavai intenso, dovevano essere famiglie numerose o, se non altro, irrequiete.
Puntuale Franca riapparve, con un vestito bianco orlato di pizzi e un’aria confusa e sorridente.
Mi venne in mente che avrei desiderato ripartire da dove eravamo rimasti, ristabilire immediatamente le posizioni di venti minuti prima, labbra contro labbra, respiro caldo e tenera delizia, ma Franca si guardò intorno con cautela, alzò gli occhi verso le finestre del casamento, mi disse di seguirla e si avviò a passo sostenuto lungo la discesa che portava alla piazza.
La inseguii, la raggiunsi, mi affiancai e tenni il passo.
Aveva al collo una borsetta di iuta e un mano un sacchetto di carta.
Attraversammo la piazza, scendemmo verso il fiume, raggiungemmo il ponte, uno splendido ponte medievale sorretto da diverse arcate irregolari - di diversa altezza e di diversa ampiezza - che gli conferivano uno strano profilo ondulato di una eleganza strepitosa ma di una funzionalità pessima, considerata la gibbosità della strada che lo percorreva.
Sullo slargo davanti all’imbocco del ponte c’era una panchina ed una fontanella.
Franca si accomodò sulla panchina, mi fece cenno di sedermi, aprì il cartoccio, vi infilò una mano e … “Voila!” estrasse trionfante un panino con la mortadella incartato in un tovagliolo giallo.
Con l’altra mano estrasse un secondo panino, lanciando un secondo “Voila!”, come un prestigiatore; fece un piccolo applauso sbattendo i panini fra di loro, me li mise sotto il naso appaiati e mi invitò a sceglierne uno.
Le presi le due mani imbottite, le allargai come ad aprire i battenti di una finestra e ci infilai la testa a cercare il morbido sapore delle sue labbra. Si mosse, incontrai con le mie labbra il suo naso, ridemmo, mi prese le guance fra i panini, mi baciò come aveva fatto sotto il portone, velocissima, delicata, dolce.
Restituii il bacio, lesto come il suo. Me lo ritornò.
Si rideva.
Fu una mitragliata di baci, dati e restituiti rapidamente. Baci superficiali, allegri, strepitosamente teneri, giocosi e gioiosi, senza pathos, senza eros, senza affanni.
Mangiammo i nostri panini, intercalando i morsi con sorsate di chinotto e bacetti odorosi di mortadella. Poi ci avviammo sul ponte, sotto la luce incerta e giallognola dei rari lampioni.
A metà del ponte, sul colmo dell’arcata, mi sedetti sul muretto, girando le spalle al fiume che gorgogliava sul largo greto. Franca si sedette accanto a me.
Ascoltammo per un po’ i rumori dell’acqua.
Ascoltammo delle voci lontane, dei richiami.
Ascoltammo i rumori delle moto che imboccavano la salita dietro l’abbazia.
Ascoltammo la brezza che saliva dal fiume, fresca e piacevole.
Ascoltammo il calore che emanava dal punto di contatto fra i nostri gomiti.
Mi accostai, cercando un contatto più esteso.
Franca scese dal muretto, mi si mise di fronte, mi abbracciò, appoggiando la guancia al mio petto.
I suoi capelli odoravano di fumo di sigaretta, riconobbi le Peer, una marca inglese diffusa fra le signorinette bene. Glielo dissi sottovoce, teneramente. Lei mi disse che il mio giubbino odorava di Clan, il tabacco da pipa che avevo in tasca, diffuso fra gli intellettualini di sinistra. Cominciammo ad annusarci ridendo: le maniche, le mani, il collo, la faccia, le ascelle, le orecchie, gli occhi, le guance, la bocca.
Ricominciò il gioco dei baci. Meno veloci, ancora incerti. Meno scherzosi e più teneri.
Si arrestò il fiume, calò la brezza, si spensero le voci e i rumori, si fermò l’universo.
Continuò il gioco dei baci, sempre più affannati, caldi, fantastici.
Venne l’ora del coprifuoco.
Tornammo allacciati, fermandoci ogni tre passi.
Cercando le ombre, gli angoli, i portoni.
Spinti dall’ora, riluttanti verso il convitto che stava per chiudere, come si ci attendesse la galera, la separazione eterna, il patibolo.
Quella notte - il giorno dopo mi attendeva un altro esame - la passai alla finestra, guardando il profilo gibboso del lungo ponte medioevale, con le labbra arrossate, la testa arroventata, il cuore in subbuglio.
Il giorno dopo, nel corridoio della scuola, una ragazza mi passò un biglietto.
Su un piccolo foglietto a quadretti c’era scritto, in stampato maiuscolo: “Scusami. Oggi arriva il mio fidanzato e resta con me fino alla fine degli esami. Ci sposiamo a settembre. Non ti dimenticherò mai…”.
In fondo al breve messaggio, al posto della firma, c’era l’impronta delle sue labbra, un bacio stampato col rossetto.
Non so cosa mi offese di più, se la mia prima cocente delusione d’amore o quello stupido modo di siglare uno stupido biglietto.